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Scheda n.3I Gentili alla ricerca dell’Eucarestia (Meditazione cristologica su Mt. 2,1-12) I Magi
“dicendo: dove si trova il ‘Nato’ re dei Giudei?”
Qui la catechesi si interroga sul significato delle vicende che riguardano il Cristo-uomo. E’ mai possibile che un ‘morto’ sia il salvatore del mondo? sia il tanto atteso Messia? E’ possibile che quel ‘morto’ sia ‘nato’?
L’annuncio della resurrezioneChi legge il testo senza pregiudizio, converrà che ad un re in carica si può chiedere solo se gli è nato un figlio, un erede; che se invece il nato è qualcuno che gli potrà contendere il trono, l’unica persona alla quale non andrà posta la domanda è proprio il re che siede sul trono. Come già dicevo, parlarne con Erode rende i santi Magi moralmente imputabili, per il loro comportamento irresponsabile, dell’uccisione dei bambini. Comunque l’espressione matteiana, che certo non è delle più felici, si riscatta se si considera che essa nasconde qualcosa di molto più profondo, qualcosa che scatena una reazione a catena in tutta Gerusalemme, e spinge Erode ad intervenire. Oggetto del colloquio infatti non è un re terreno, ma quel misterioso personaggio che i Giudei chiamavano ‘Cristo’. Erode lo comprende immediatamente e perciò chiede ai sacerdoti (che a differenza di lui conoscono la Scrittura) il luogo della sua nascita. Una puntualizzazione questa che invita a considerare in termini strettamente teologico anche la successiva ‘fuga in Egitto’ e la ‘strage degli innocenti’.
La nostra frase, che ordinariamente viene letta in forma interrogativa, può intendersi anche come una affermazione di scienza che suona più o meno così: “in qualche parte vi deve essere il re dei giudei che è stato partorito" Proprio per consentire questa seconda lettura, l'evangelista ha preferito al più mirato 'interrogare' il generico 'dire'. Dunque per un verso i Magi domandano, e per l'altro affermano. Essi assumono di sapere che ‘c'è un nuovo re dei giudei’ (questo proprio il contenuto della loro rivelazione) e che egli deve trovarsi in Giudea; di più non sanno. Se, come dicevamo prima, i Magi posseggono una loro autonoma rivelazione che li ha spinti a venire a Gerusalemme, perché in essa manca proprio l'indicazione del luogo dove il Messia doveva nascere? Io credo che la genericità della loro rivelazione vuole avvertire che ne esiste un’altra ben più precisa e certa, alla quale debbono fare ricorso. Essi sanno che qualcosa o qualcuno è nato come re dei Giudei; i dottori della ‘Legge’ conoscono con precisione il ‘luogo’, o meglio la modalità della sua nascita, consistente nell’essere egli diventato un pane consacrato che si forma nella ‘Casa del Pane’. L’interrogazione o l’affermazione dei Magi va molto oltre la richiesta di una informazione; essa nasconde un preciso mandato. Ed infatti il compito loro affidato consiste nel rivelare agli Eletti ciò che essi non hanno saputo vedere realizzato, pur trovandolo chiaramente indicato nelle loro Scritture e cioè la nuova ‘nascita’ del Cristo. La domanda dei Magi riguarda proprio le Scritture: lì essi vogliono che sia ricercato il Re di cui parlano, e che hanno conosciuto dalla grande rivelazione delle origini (stella). Conoscono la 'crocifissione' del Salvatore (la stella si è spenta), e lì proprio, per paradossale che sia, individuano la sua regalità. Essi hanno compreso che da vivente eucarestia, e non da morto, il Cristo è stato trasportato dalla croce al sepolcro. Cercano quindi l’eucarestia che si svolge in quella ‘casa del pane’ (betleem) che i sacerdoti, senza neppure avvedersene, subito dopo riveleranno loro.[1]
La domanda dei Magi che mette in crisi tutta Gerusalemme, si articola così in due tronconi : uno evidente ed uno ellittico. Quello non detto attesta che il personaggio è proprio il Cristo. Lo si comprende dalla reazione di Erode che immediatamente, in questo misterioso personaggio regale, scorge la figura del Messia e su di esso interroga i sommi sacerdoti e gli scribi. Il secondo troncone, quello evidente, va riferito alla espressione 're dei giudei', intesa come riferimento teologico, e non come un titolo che si riconosce (genericamente e per solennità) al personaggio misterioso di cui si è saputa la nascita. Come già dicevo L'espressione 'Re dei Giudei' rimanda infatti immediatamente alla Passione di Gesù, ed in particolare al grande discorso fatto al cospetto del mondo intero (Pilato e Giudei). Diventa allora fortemente significativa la zoppicante espressione di Matteo: ‘Il nato re dei giudei’. Ed infatti poiché il proclamato (da Pilato) ‘re dei giudei’ è già morto in croce, dire che egli ‘è nato’ equivale a dichiararne la resurrezione in una dimensione del tutto diversa e cioè in quella eucaristica. Individuare il Cristo (della tradizione mosaica) in Colui che è stato trafitto e che, avanti a tutta la terra, è stato chiamato oralmente (fone) e per iscritto (grafè) RE dei Giudei (e ciò non è più argomento di discussione, visto che colui che ha potere ha detto : "Quod scripsi scripsi"), significa annunciare che proprio quel Gesù di Nazaret è vivo in una forma nuova. Erode ed il suo gruppo lo comprendono chiaramente. I Magi ad essi proprio proclamano che il Messia da loro atteso è proprio colui che è morto per mano loro; che egli è risorto, ed essi ne hanno visto la luce; che la sua resurrezione non ha una sua limitante dimensione spaziale, eppure esiste un luogo dove egli siede da ‘nato’. Il rimando alla Eucarestia diventa così imprescindibile.
“vedemmo infatti la sua luce nel sorgere”
Qui la catechesi affronta un tema centrale della fede cristiana, quello della universalità. Essa correntemente viene intesa come un allargamento operato da Gesù, ed invece, come dice chiaramente Paolo, è il mistero (nascosto da secoli in Dio) consistente nella relazione di Dio con ogni uomo della terra. Questo mistero era stato chiaramente esposto nella Genesi, laddove l’incontro dialogale è già tutto presente nel Giardino, e prosegue nella terra. Abbiamo prima citato ‘Enos’ come simbolo di una religione universale che precede quella Mosaica, ed alla quale Gesù fa esplicito riferimento quando dice: ‘All’inizio non fu così’. L’affermazione più scandalosa pronunciata dai Magi è proprio questa che pure sembra quasi insignificante: ‘Noi lo vedemmo al suo sorgere’. Essa sinteticamente afferma: voi ‘eletti’ siete orgogliosi di possedere la ‘Luce’ del Cristo nella sua Parola; ma noi vi diciamo che il Cristo lo conosciamo ancor prima di voi; sin dalle origini. Come un giorno la terra arida emerse dal mare, così voi siete emersi dalla grande rivelazione che il Cristo attuò increaturandosi nel mondo. Il fatto che Matteo, in questo punto del testo, usi correttamente il termine ‘Anatolè’ (sorgere) al singolare, fa riflettere che ad esso va dato un senso diverso e specifico. Io credo che indichi non più le origini del creato (apo anatolon) ma un evento particolare riferito al Cristo. In altre parole i Magi, presenti alle origini dell’umanità, allora proprio ‘videro’ la sua Fiamma celeste (stella) e da allora essi sono in cammino (‘venimmo’ -elthomen- è un aoristo). Dunque quel collegamento che sembra ovvio fra il sorgere della stella e la notizia della nascita del Re (in pratica sarebbe una previsione astrologica) non è poi così certa. Matteo comunque non lo dice, e si limita tenere distinte le due cose. Ne consegue che dal testo si può dedurre: che i Magi sono l’umanità che sin dall’inizio (anatolon) vide il Cristo nel suo sorgere (anatole); che da allora (cioè in tutta la storia umana) essi sono in cammino perché hanno saputo della nascita del Re. Chi glie lo abbia detto il testo non lo chiarisce. Ed il motivo di questo silenzio è presto spiegato; Matteo lasciava così che i Magi potessero fungere da icona dei gentili fruitori di una rivelazione primitiva e generalizzata; ma anche dei gentili che avevano ricevuto la prima predicazione della fede. In pratica, una cosa è il sorgere della stella, [2] e una cosa è il sapere che è nato il Re dei Giudei. Ciò che è certo che essi conoscono da sempre il Cristo, e proprio lui in persona si farà loro guida verso la Casa del Pane, riapparendo come Fiamma celeste.
Qualora nella traduzione si voglia accentuare la connotazione geografica (da oriente) la catechesi nascosta nel nostro racconto sembra suggerire una traiettoria del Cristo che i Magi seguono, mentre gli eletti sono renitenti a percorrere. Essa va da oriente ad occidente, da Sem a Iafeth. [3]
L'unita' dei quattro vangeliProviamo ora ad intendere il nostro passo attualizzandolo nello scenario della Rivelazione Ricostruendo allora liberamente la singolare domanda dei Magi (intesi come gentili già partecipi della fede) per quella parte che Matteo ha lasciato nell'ombra, essa potrebbe formularsi più o meno così : "Noi abbiamo letto nel vangelo di Giovanni, cioè nella prima arxe (arxe equivale ad anatole), che "la salvezza viene dai giudei", anche se stranamente lì proprio non troviamo traccia della cena che il Signore ci ha insegnato. Noi siamo qui per verificare: -che la salvezza che noi abbiamo trovato nella Cena (che già celebriamo e ripeteremo nell'offrirci al 'Nato') corrisponde al Gesù Agnello crocifisso nella pasqua di cui parla Giovanni; -che la nostra Cena corrisponde quindi alla parola e alla pasqua da lui narrate; -che il Signore nostro corrisponde al Risorto di Giovanni. Noi in pratica siamo dunque venuti a scrivere il racconto della passione di Gesù come completamento di quello della Cena che ci riguardava direttamente e corrisponde al punto massimo del nostro buon annuncio. Chiamateci allora con i nomi di Matteo, Marco e Luca"
Se ci riportiamo all'inizio della Chiesa, il discorso di Matteo diventerà coerente e concreto. Un lettore sprovveduto di quel tempo, avendo nelle mani insieme ai tre Sinottici (che nella loro primitiva redazione si fermava verisimilmente all’ora dell’orto) anche il Vangelo di Giovanni, aveva buoni motivi nel ritenerle due rivelazioni diverse e distinte. Proprio per contrastare questa convinzione, Matteo lega allora l'evento dei Magi con una luce. Giovanni aveva parlato di luce: "Io sono la luce vera che illumina il mondo", ed i Magi hanno proprio visto una Luce. Il collegamento è così creato in radice. Giovanni poi aveva accennato ad un fulgore nell'alba della resurrezione; al sorgere di un nuovo sole nel mattino dell'eternità. Anche i Magi hanno visto una luce che sorgeva. ‘Alba’ è un altro senso di ‘anatolè’. Dunque le esperienze corrispondono anche se a prima vista appaiono distinte. I Magi infine chiedono di un Re che è stato partorito, di un qualcosa di iniziale, di indistinto, come il neonato che pure annuncia la futura pienezza dell'adulto. Questo quid che assomiglia, pur nella sua miseria, alla fatidica alba che, dopo la notte di doglie, vide la resurrezione. Dunque potremo nel nostro racconto individuare una catechesi sull’evoluzione dei vangeli canonici, e spiegare perché nei Sinottici il racconto della passione si configura come un capitolo a sé, mentre in Giovanni è la naturale prosecuzione dell’attività profetica di Gesù a Gerusalemme. E potremo anche dedurre la unità indissolubile fra Sinottici e IV vangelo, pur nell’assenza nel vangelo di Giovanni della Cena eucaristica.
Una regalitàOra la catechesi cristologica sembra affrontare un tema molto importante: il Cristo è al tempo stesso Re del creato e Dio; e la sua posizione è assorbente. Di contro l’uomo cerca di ritagliarsi un’area esclusiva di dominio dimenticando che se egli è signore del mondo ciò dipende dall’investitura divina. E’ lo stesso problema di una possibile dialettica fra Cesare e Dio, che viene posto a Gesù (Mt.22,15-22) dai farisei uniti agli erodiani. La lettura corrente afferma che Gesù ammise questa divisione di aree rispondendo: “Date a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio”; ma io credo che quel ‘apodote’ (date) non vada solo letto come un imperativo, ma anche come un indicativo: ‘Voi assegnaste’. Gesù in pratica afferma che se i Giudei hanno posto sulla moneta il volto di Cesare, hanno essi proprio costituito una riserva di area dalla quale resta estraneo Dio, e ciò ha comportato una loro sudditanza ai poteri umani. Ed allora ne subissero le conseguenze e pagassero pure (e qui l’imperativo ha ragion d’essere). Che se invece il Cristo rimane l’unico vero e sommo signore, tutto ciò viene eliminato in radice, ed ogni tributo da pagare agli uomini scade a puro evento materiale ma non è capace di intaccare la libertà dell’uomo che fida solo in Dio. Il tema della catechesi cristologica tocca ora il mistero della incarnazione che è tanto facile accettare se riferita ad una vicenda propria del Cristo, ma che ripugna istintivamente all’uomo geloso del suo dominio sul creato.
E veniamo al racconto. Nel porre la loro domanda, i Magi non si riferiscono ad un re di questo mondo; l’annunciarlo come luce e fuoco (la sua stella), esclude un essere meramente umano. Eppure egli deve anche essere qualcosa che attiene al creato. La parola 'generato' ha senso solo per qualcosa di terrestre. Esisterebbe così un Re dai caratteri umani (è stato infatti generato) ma egli è anche partecipe di una dimensione celeste perché, come le stelle, la sua sostanza è fatta di luce e fuoco. Strano personaggio questo Re, ed è perciò comprensibile la reazione della città che "Resta di sasso per lo stupore". La duplice natura di questo Re è la chiave di interpretazione forse più importante per comprendere non solo il racconto che segue, ma anche alcune scene della passione. Immaginare un Erode che vede in pericolo il suo regno per la nascita di un bambino che dovrebbe portarglielo via, è un discorso alquanto banale, considerando la notevole differenza di età fra i due. Inoltre era cosa più che normale in quel tempo liquidare la questione per le spicce, ammazzando il bambino. Il seguito del racconto conferma la normalità di questo metodo per risolvere questioni dinastiche, e la storia insegna quanto Erode fosse incline a seguire questa strada di sangue. Ma, anche giustificando l'interesse di Erode, non è però comprensibile il suo attendere senza operare direttamente i controlli del caso, attraverso persone di fiducia. Erode però ha interrogato gli scribi non su un Re umano, bensì sul Cristo; bisogna allora ipotizzare che la sua paura, o è solo 'teologica' ed attiene al ruolo suo e del suo gruppo nei confronti del Cristo; oppure è solamente politica. In questo secondo caso egli si sentirebbe minacciato da un Messia terreno, da un capo militare e politico che viene a fargli concorrenza, ed a turbare i suoi buoni rapporti con i Romani. Ma si ripropone l’eccezione di cui innanzi: che senso potrebbe avere per lui, già avanzato negli anni, la concorrenza di un Capo politico ancora bambino?
Per comprendere la logica di questa situazione, è più utile forse centrare il discorso sulla Passione, riprendendo il discorso già iniziato. Narrano gli evangelisti che di fronte a Gesù, accusato dai Giudei, Erode assume un atteggiamento benevolo e di simpatia, che si conclude con uno strano gesto: rimandare Gesù da Pilato rivestito di un manto regale. Solitamente si interpreta il gesto come una derisione; ma non è forse qualcosa di più complesso? Anche Pilato infatti si pone la domanda (cfr.Giovanni): "ma tu sei re?", ed il suo discorso con i Giudei continua proprio su questo tema per finire con la solenne iscrizione sopra la croce. Una puntigliosità immotivata ed un fastidioso carico che certo non corrispondeva alla piccolezza del condannato. Ma, se Erode e Pilato coincidono sul punto, ciò significa che il gesto deve avere un senso profondo e ben preciso.
Rinviando ad altra sede una attenta riflessione sul dialogo fra Pilato e la folla, qui mi limito ad annotare che il problema per Erode consisteva probabilmente nell'accettare la duplice natura del Cristo; Gesù infatti che riuniva in sé i due regni, quello della terra e quello del cielo.Di fronte a questa doppia regalità, l'uomo che si proclama Re di questa terra (sagoma di Erode), teme di essere espropriato del suo titolo. Di qui il rifiuto di questo re divino che, proclamandosi re anche della terra, sembra togliere all'uomo la sua quotidianità, per lanciarlo in una avventura di divinità. E’ il problema di sempre. Meglio restare nella propria esistenzialità ed avere come re un Cesare in quanto, per grande che sia, è sempre 'uno di noi' e vicino a lui possono trovare spazio i vassalli (come Erode), e con lui valvassori e valvassini. Meglio che Dio resti nella sua area divina e così si lasci venerare. Non può considerarsi una pura nota di colore la scelta da parte della folla di ‘Bar-Abba’ (cioè ‘il figlio del Padre’) rispetto ad un Gesù che si presenta ambivalentemente come momento di congiunzione fra storia e divinità. Gesù proprio non va accettato! Egli è sì un uomo, ma anche un alieno, un ambizioso di eternità che mette fuoco nel mondo di cui l’uomo si sente signore, e porta guerra nelle precarie comunioni umane che, prima o poi, la morte spezzerà. E’ molto pericolosa per un uomo che considera il creato come il suo regno quell’affermazione di Gesù: ‘Io non sono re di questo mondo alla maniera con cui voi intendete la regalità’; lo sono in una maniera del tutto diversa.
Erode si sente affascinato dall'uomo Gesù perché in lui riesce a rispecchiarsi, ma non vuole andare oltre la dimensione dei suoi interventi miracolosi; ed infatti vorrebbe vedere miracoli operati in sua presenza. Erode ha invece paura del Cristo uomo e Dio, del Dio-Gesù. Proprio per questa sua qualità divina congiunta a quella umana bisogna condannarlo: l'uomo infatti non si vuole scomodare dal suo trono per diventare un Dio. Erode non ha difficoltà a rivestire di regalità l'uomo Gesù; ed anche Pilato, attesta solennemente, in tutte le lingue che egli è Re. I re si possono rifiutare e finanche uccidere, ma la divinità no; essa deve restare lontana dall'uomo. Certamente padrona di tutto, essa ha già delegato all'uomo il mondo intero; perché ora dovrebbe contendergli quanto gli ha affidato? In questo senso il vero problema di Erode è l’accettare o meno l'incarnazione di Dio. Su questo punto egli non può transigere; e non già per una fede incrollabile nella totale trascendenza di Dio così come si suole dire, ma perché, quale prototipo di tutti gli uomini che si sentono padroni e re della loro esistenza, egli vuole essere lasciato in pace a godersi questo mondo. Ben venga dunque un Cristo-Cesare, un re umano che preferisce la terra alla dura scala della croce (come lascia intendere la parallela sagoma dell'altro crocifisso), ma non si può proprio accettare questo re che è 'uomo' ma rifiuta una regalità puramente umana; ed è anche 'Stella' ; un uomo divino che parla in maniera radente: ‘O con me o contro di me’.
Quale luce ?Qui la catechesi cristologica considera un punto che correntemente resta in ombra. La presenza giustamente ingombrante della persona fisica di Gesù ha fatto perdere di vista la traiettoria transtorica del Cristo. Ma, se essa viene perduta, il credente avverte di essere epigono di un fondatore storico, come accade ad es. per la religione musulmana o buddista e perde il contatto attuale e continuo col Cristo. Un identico errore hanno compiuto gli eletti che si sentono collegati ad Abramo ed a Mosè e hanno dimenticato il Cristo. I Magi vengono proprio a rivendicare la perenne presenza del Cristo che si è manifestato in tanti modi pur restando sempre unico e solo, per ogni uomo e per tutta l’umanità. In questo senso diventa molto importante il segno della ‘Stella’, o meglio della ‘Fiamma-Luce celeste’ che non brilla su questo o quel luogo, o su una etnia piuttosto che su un’altra, ma da tutti si fa conoscere anche se con nomi diversi.
La 'luce-Fiamma' del nostro racconto è "Uno splendore in alto" che in greco può anche suonare ‘abra-am’ e richiamare la figura dell’eletto per eccellenza.; è l'arco di luce dopo la tempesta che garantisce e testimonia la pace, come Dio aveva promesso a Noè; è la luce dell’alba della resurrezione che inaugura il tempo in cui vivranno coloro che con Cristo-Noè hanno traversate le acque in una arca di mistica comunione (noe). E' la stella che i primi cristiani disegnarono nei loro ossuari per indicare il mistero della croce. E' una luce colta nel suo sorgere; ciò comporta che restano ancora zone di ombra. E' dunque sinonimo di quella scarsa luce che illumina le Genti e consente loro di camminare e cercare quasi a tentoni. Ma chi cerca sa che certamente troverà, perché il Signore ama accostarsi a chi è in viaggio, a chi si muove dalla immobilità della propria esistenza mortale. A ragione la Chiesa considera l'epifania la festa delle luci e delle Genti; perché proprio fra queste ultime comincia la festa che si perfezionerà in Gerusalemme e poi nella 'casa del pane' (bethleem). Una luce nel suo sorgere sarà anche piccola, come ogni suggerimento del divino che si fa strada nel cuore dell’uomo, ma è anche una luce che crescerà fino ad illuminare tutto il mondo.
In sintesi, questa luce altro non è che lo splendore della Croce vista nel suo levarsi verso l'alto. E' proprio la Croce la vera gloria (Docsa) del Signore, quella che i Pastori vedono nel momento della 'nascita' del Salvatore. La croce sta elevata come nube di tenebra, segno ambivalente di perdizione e di presenza del mistero di Dio; di oscurità e di sicura guida nel deserto del mondo; intorno ad essa la tenebra comincia a brillare delle prime luci divine del Sabato senza tramonto. Si comprende così perché mai, durante la loro sosta in Gerusalemme, i Magi non vedono più la loro stella. Ed infatti se la croce è per i Gentili segno di vittoria, per i giudei essa è segno di tenebra. I Magi non vedono più luce 'in Gerusalemme', perché si trovano a dover contemplare la tragedia di una congrega di eletti che uccide il Cristo divino, e nel suo abbassarsi alla terra non sa cogliere la grandezza dell'amore con cui l'uomo è stato amato. Come il centurione che sta ai piedi della croce, i Magi riconoscono nella croce il trono di colui che veramente è il Figlio di Dio. Ed intuiscono, come avanzamento della Rivelazione, il momento ecclesiale della comunione eucaristica. Lasciano allora Gerusalemme verso la casa del pane, cioè verso la cena, e subito vedono di nuovo la luce sulla loro strada: riprendono cioè un cammino di fede che, illuminato dalla croce, si farà dolce nelle offerte mansuete della eucarestia. Il loro cammino ha così conosciuto il momento del duro impatto con il dolore, con la tenebra dell'ignoranza, ma si è subito illuminato quando la croce si è saldata con la Cena (la casa del pane).
Qui la catechesi cristologica indica una nuova dimensione del Cristo: quella di guida delle anime. Domandiamoci: perché mai la stella riprende a guidarli? Non bastavano forse i cartelli stradali che indicavano Bethleem? Sarebbe stato più logico un segno in Bethleem per indicare loro quale delle molte case li esistenti ospitava il 'nato re dei Giudei'. Ebbene, in questa presenza itinerante della Stella, a me piace ritrovare la promessa di Gesù: "Io sarò con voi fino alla consumazione dei secoli". E vi leggo ancora una presenza di garanzia nel cammino della Chiesa, una presenza che la tradizione ha fissato nel detto respice stellam. Se dunque la stella funge da ‘seconda guida’ (non nel senso umano dell’espressione), il dato più interessante diventa il nome Bethleem indicato dai saggi di Gerusalemme. Essi avevano indicato non una specifica località, ma un innominato topos (presente in ogni punto della terra) dove si celebra una Eucarestia. Perciò era necessario un segnale, un 'serafino' che custodisse la via verso il legno della Vita. Bethleem è l’eucarestia da raggiungere per via di continue illuminanti rivelazioni del Cristo. Ad essa si perviene seguendo una via, un sentiero che va indicato dalla Grazia di Dio, da una Rivelazione ben spiegata, così come attesta il racconto di Emmaus. Una deduzione questa che fa riflettere all’inadeguatezza di ogni richiamo ad una prassi eucaristica fondato unicamente su parole umane (per teologiche, dottrinali, o precettive che siano). Alla eucarestia si giunge solamente se a guidarci è il ‘Cristo-Stella’
“e venimmo per inchinarci a lui” La catechesi prosegue indicando quale è la strada della comunione: assimilarsi nell’atto di profondo rispetto che bisogna tributare al Cristo. Ciò significa che chiunque sappia adorarlo è nostro fratello. Questa verità Matteo la mette proprio sulle labbra di Erode quando afferma che anche lui vuole unirsi a questa venerazione.Nella nostra catechesi, l'opposizione Magi-Gerusalemme serve a chiarire la duplice posizione che l'uomo può assumere di fronte alla soluzione soprannaturale offerta da questo specialissimo Re. O un umile ed adorante cercare nella fede, che rende tutti fratelli e fa scambiare fra di essi il bacio della pace, oppure un fissarsi nelle proprie certezze religiose. Chi resta inchiodato a ciò che crede di sapere, chi rifiuta il dubbio costruttivo, chi non crede che Dio è sempre più grande della Rivelazione appresa, chi non vede in lui (e non in se stesso) il punto di comunione ad onta di qualsivoglia umana divisione, costui contesta al Cristo il diritto di esprimersi come e quando egli vuole, ed anche in forme paradossali che l’uomo neppure riesce ad immaginare; gli contesta infine di essere il calice della comunione. E veniamo al testo. La lettura più semplice suggerisce che i Magi nel bambino vogliono riconoscere un Re di fronte a cui bisogna inchinarsi con quel gesto di profonda riverenza che veniva chiamato 'proschinesi' nelle corti orientali. L'atto di sottomissione, annunciato sin dall’inizio, esprime il loro stato d'animo, e li raffronta (ma in positivo) a quell'Erode che, mentre si informa con attenzione sul fatto, già pensa alla strage. Coloro che vengono da lontano, dice Matteo, si accostano allo sconosciuto Cristo-Eucarestia con cuore adorante. Quelli che già 'gli appartenevano', e lo avevano sperimentato nella manna del deserto, restano invece fermi rifiutandosi di cercare e aprirsi all'adorazione. Di fronte a questo regale Messia, i Magi diventano icona della Regina di Saba venuta, con i suoi doni a conoscere ed ossequiare il grande Salomone, icona della piena regalità del Cristo sulla terra. Ed a sua volta, nella femminile immagine della Regina di Saba, traspare specularmente la chiesa domestica del racconto degli Atti: quella Casa di Cornelio che, visitata dallo Spirito, forte di questa autonoma rivelazione, manda a chiamare Pietro, mite 're' della chiesa universale. In conclusione i Gentili vengono ora ad inchinarsi di fronte a Gesù crocifisso, Re dei Giudei; mentre questi ultimi, dopo aver mostrato un iniziale interesse verso di lui, si rifiutano di andare nella naturale evoluzione costituita dalla 'casa del pane'.
Gesù , i 'cani' e la circoncisioneLa nostra catechesi, attraverso questa adorazione a cui tutti sono chiamati e che rende tutti fratelli, sottolinea che il Cristo non è proprietà degli eletti, ma lo è anche dei ‘cani’. Una affermazione quest’ultima che desta stupore, ma che io credo perfettamente vera ed attestata dalla Bibbia. Alla lettura che ora abbiamo data del versetto, se ne può aggiungere un'altra sol che al testo si dia una diversa scansione. Leggendo: ‘eltomen pros kuna esai auto’ (dando a kuon il senso non di 'cane' ma di 'prepuzio' e quindi di Gentile), si intende: "ci accostammo a lui perché il gentile possa gioire", oppure, cambiando la punteggiatura: "venimmo al gentile (Cristo) per potere, attraverso lui, trovare gioia" oppure ‘per essere a lui graditi’.[4] Quanto all’identificazione di cane con incirconciso e quindi gentile, essa è attestata non solo da una tradizione di tale senso, ma, principalmente dal vocabolo che direttamente espone questo concetto.[5] A tal proposito anche il differimento della circoncisione all'ottavo giorno dalla nascita è ricco di significati.[6] La circoncisione perde infatti il suo carattere cruento, e diventa un 'modo di dire' quanto Paolo esporrà apertamente: farsi eunuchi nel cuore, nella dimensione di quella eucarestia che si celebra l’ottavo giorno. Quando la Chiesa rifiutò le prescrizioni legali giudaiche non intese solo rifiutare fatti o situazioni concrete, ma ricusare una teologia dell'attesa che si esprimeva in quei riti. Ed infatti l'attesa del Cristo, nel patto di Abramo, era testimoniata proprio dalla circoncisione. Questo gesto cruento era legato ad un evento futuro, e testimoniava la necessità di offrire un sacrificio doloroso a Dio aspettando quel qualcosa di sanguinoso che si sarebbe verificato proprio sul Cristo di Dio. Ebbene, ora che il Cristo ha patito, con lui sono finiti i sacrifici dolorosi che lo annunciavano. La circoncisione della nuova creatura non ha infatti alcun carattere doloroso: essa al contrario annuncia una liberazione.[7] La circoncisione giudaica dell'ottavo giorno annunciava il cuore circonciso annunciato da Paolo che si realizza nell’eucarestia. Essa si era così trasformata nell'incruento e dolce spezzare il pane nella cena eucaristica. Circoncidersi nel corpo, nonostante la passione e morte di Gesù, avrebbe significato credere in una croce come segno di un dolore per l'intera esistenza. Con un pagamento definitivo, ed una volta per tutte, la Croce invece salda il debito che l’uomo continuamente contrae con la Vita. Credere che saremo sempre dolorosamente inchiodati sulle croci che gli uomini levano in questo mondo, equivale in termini storico-liturgici a considerare ancora attuale la pasqua di sangue degli Giudei, quasi che Cristo fosse morto invano.[8] Vincenzo M. ROMANO 1999 [1] E qui viene da riflettere come la conquista e la difesa del ‘Santo sepolcro’ che originò le crociate e quanto ad esse seguì aveva forse ben altro fondamento. La difesa della eucarestia (sepolcro teologico) si trasformò in difesa di qualche pietra di Gerusalemme che, per autenticata che fosse, non si distingueva per importanza da quelle d’Egitto dove pure Gesù aveva vissuto. Forse le crociate confusero il segnificante con il significato
[2] Qui la parola anatole usata al singolare rimanda (LXX) al grande censimento dei leviti nel deserto. Ed è proprio da questo profetico censimento di uomini-servi del Nuovo Tempio formato dal Corpo di Cristo che, teologicamente, provengono i Magi. Il v.38 del III capitolo dei numeri (un verso molto misterioso) contiene, guarda caso, la stessa espressione che Luca riferisce ai suoi 'pastori' : fulassontes fulakas tradotta a senso con 'guardavano le greggi'. Un altro sottile legame unisce pastori lucani e Magi matteiani.
[3] Un ultima considerazione. Evidenziando il sorgere della luce ad oriente (se così si interpreta l’espressione ‘en te anatolè’), Matteo indica che i Magi si stanno muovendo in una linea ideale che andando verso Gerusalemme si proietterà poi (Emmaus, Ioppe, Cesarea) verso il mare delle Genti. Una via teologica che va da oriente ad occidente, per scoprire che l'occidente non sarà più un sopraggiungere delle tenebre (espera), ma qualcosa impastato di luce. ‘Brillava il sabato’ dice Luca; Matteo stesso nella parabola degli operai dell'ultima ora ricorda una Opsias cioè 'visibilità della Voce' ( ops ias). Se il 'fatto' si situa in oriente, ciò significa che esso si originerà in mezzo alle Genti: Babilonia è ad est di Gerusalemme.
[4] L'immagine del cane è presente più volte nella iconografia cristiana dei primi tempi, senza un apparente preciso significato simbolico. Successivamente, nel medio-evo sembra indicare il pastore di greggi e il guardiano della casa. Un dato interessante si può ricavare da una tavola medioevale, dove sono messi insieme 'cani' e Magi.
[5] Cane (in greco kuon) dice infatti 'frenulo' e quindi 'prepuzio'; senso rimasto vivo nell'immagine del cane della pistola. Il Cane può allora dire, per via di parole, e per senso teologico, (anche Tertulliano sembra usarlo in questo senso) la figura del Cristo letto come Signore delle Genti, come Gentile. E' uno speciale Salvatore quello che, nella icona del Cane, guida Tobia nel suo cammino. E' un messia che si fa ictus per produrre l'unica medicina capace di sanare la cecità del popolo eletto raffigurato nell'icona di Tobit cieco.
[6] La circoncisione viene solitamente interpretata e giustificata con una tradizione igienica che si attua in forza di una prescrizione imperativa : bisogna farla perché così qualcuno (Dio) ha comandato. Quanto agli otto giorni, essi indicherebbero il tempo necessario per dare modo al bambino di riprendersi dal parto, prima di affrontare questo piccolo trauma fisico. A me, che nulla vedo nella Scrittura carente di senso teologico, la cosa appare in tutt'altra luce. Ritengo infatti che i sette giorni nei quali il bambino (da sempre immagine di Gesù) resta intatto, vogliono riaffermare che la situazione primitiva (voluta da Dio) è sempre quella descritta nella prima storia della creazione. In altre parole chi nasce è innanzi tutto un uomo, un Gentile e solo successivamente sarà chiamato ad una funzione. All'ottavo giorno, che corrisponde a quello della resurrezione e della eucarestia di Emmaus, il bambino (diciamo neglio:il servo) viene circonciso. Il gesto, letto in questa angolazione, annuncia probabilmente l'eunucato per la Regina di Dio. Traccia di questo gesto si trova nelle incisioni che vengono fatte, nella liturgia greca, sul pane da consacrare.
[7] Se i Gentili non sono più tenuti a circoncidersi, ciò deriva dal fatto che la circoncisione (come segno affidato naturalmente all’eletto per indicare il risveglio della sua anima) ha già realizzato la funzione profetica di annunciare la passione e morte di Gesù. Quando questo evento si è consumato, il circoncidersi equivale a negare il sacrificio redentivo del Cristo; ed affermare che bisogna ancora annunciare ciò che si è già verificato; che bisogna pagare ciò che è stato saldato.
[8] E' singolare che proprio nel vangelo di Matteo, così attento alla tradizione giudaica, non si faccia cenno alla circoncisione di Gesù, ricordata (ma non attestata) dall'evangelista Luca. Ma la stranezza scompare se si tiene conto del fatto che ogni evangelista costruisce dialetticamente, nel senso cioè di offrire ad ognuno dei due interlocutori (gruppo Eletto e Genti) una speciale presenza nel racconto. Così Luca, avendo impostato il suo discorso sul tema dei Gentili, sottolinea l'appartenenza di Gesù agli 'eletti' con questo gesto. Matteo, che centra il suo vangelo sulla realtà degli 'eletti', non fa cenno alla circoncisione, perché quel Gruppo considerasse Gesù quale figlio della Gentile Maria, quale uomo della terra. -
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