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Scheda n.2I Gentili alla ricerca dell’Eucarestia (Meditazione cristologica su Mt. 2,1-12) I Magi
Mi ha fatto spesso riflettere il modo con cui i Padri commentavano la Scrittura, soffermandosi su singole frasi; ed ancora l’abitudine dei liturgisti di proporre nelle celebrazioni testi a volte veramente ridottissimi (antifone, versetti etc). Il tutto è molto intrigante e probabilmente si riconnette al principio secondo cui ogni parte di un tutto, sistematicamente organizzato, può considerarsi come un microcosmo che sintetizza il macrocosmo nel quale è compreso. Seguirò questa strada e, lasciandomi guidare dalle suggestioni che volta a volta mi verranno dal passo preso in considerazione,[1] commenterò singole sezioni del testo di Matteo, senza preoccuparmi eccessivamente di offrire un quadro organico, ma ove occorra proiettandomi anche in avanti, e riprendendo talvolta temi già trattati. Preciso che le mie riflessioni si riferiscono al testo così come viene correntemente tradotto. Ma mi riservo di suggerire diverse compitazioni, ove ciò appaia utile alla meditazione. Ed ancora che non mi interessano in questa sede i risvolti di carattere storico (sui Magi si è scritto abbastanza); né la storia dell’uomo Gesù; in questo racconto, che considero una catechesi cristologica, io cerco di identificare la traiettoria del Cristo transtorico. Egli, senza bisogno di commento ed adattamento umano, è sempre presente nella vita di ogni fedele. Leggerò dunque il testo matteiano con grande libertà, fidando che una divina ispirazione suggerisca giusti accostamenti e faccia scintillare le parole, le frasi, e la dinamica stessa della narrazione. Questa ispirazione, che è patrimonio di ogni figlio di Dio quando legge la lettera che il Padre divino gli ha mandato (tale è il Vangelo), ovviamente non garantisce l’inerranza di quanto viene inteso. Ogni commento è solo una proposta che ogni lettore deve valutare (con uguale ispirazione), e farà sua se la riterrà giusta. Alla fine potrà accadere che egli neppure saprà ripetere, a se stesso o agli altri, quanto ha inteso, ma certamente avrà lasciato, nella sua persona, uno spazio maggiore al Verbo divino.
<2,1> Essendo Gesù nato in Betleem di Giudea nei giorni di Erode re. Bethleem: quale?Secondo molti storici e geografi, il nome riportato dagli evangelisti e cioè ‘Bethleem’ va riferito ad un piccolo paese della Giudea localizzato a sud di Gerusalemme che veniva pure chiamato Efrata. Ma anche un altro piccolo centro, esistente nei pressi di Nazaret in Galilea, veniva indicato con lo stesso nome per cui diventa decisiva la precisazione ‘di Giudea’. Inoltre questo nome, ricorrente nella Bibbia (seppure con varia grafia), non compare nell’elenco delle città della Palestina redatto dal più grande storico di quel tempo e cioè Giuseppe Flavio. E ricordo, per incidens, che neppure la cittadina di Nazaret è da lui citata. Lasciando agli specialisti di venire a capo di queste difficoltà, io mi oriento a cercare una soluzione interrogando la Bibbia stessa, perché, come diceva Porfirio per Omero, credo che la Bibbia si spieghi con la Bibbia. Avendo fatta una sommaria ricerca, preciso: a) che nei Vangeli il nome viene citato solo tre volte (Mt.2,1; Lc.2,4; Gv.7,42) e sempre con la grafia ‘Bethleem’; b) che, per individuarne il significato teologico, esso va cercato nel VT. dove il termine è presente con tale grafia, tralasciando nomi somiglianti, ma non perfettamente identici (es. Baithleem, Baithlaem).
Ciò posto, la Genesi (35,19) fa riferimento a ‘Bethleem’ (omettendo di precisare che esso va localizzato nella Giudea) in occasione del seppellimento di Rachele moglie di Giacobbe. Il passo è fortemente suggestivo in quanto narra che Giacobbe costruì a Betel (Baithel), allora chiamata ‘Louza’, un altare al Dio che ‘gli ha camminato vicino, si è fatto vedere e lo ha salvato’. Alle radici di un terebinto, nello stesso posto dove Dio gli si era manifestato mentre fuggiva lontano dal fratello Esaù, egli sotterra gli idoli conservati nella sua carovana. In questo posto la ‘nutrice’ di Rebecca muore e viene sepolta sotto una quercia che verrà chiamata ‘Quercia del lutto’; qui proprio Dio cambia il nome di Giacobbe in quello di Israel, gli promette una discendenza grandissima e che possiederà la terra promessa ad Abramo e Giacobbe. Poi Dio se ne sale all’alto, Giacobbe versa dell’olio consacratorio sulla stele che lì ha costruito, e chiama quel luogo ‘Baithel’ (Betel). Quando sta per entrare nella terra di Efrata (Bethleem) Rachele partorisce. Il parto si presenta molto difficile e doloroso. La levatrice (Maia), secondo la versione corrente, dice a Rebecca: “Abbi coraggio; infatti anche questo è tuo figlio”. Preferisco invece leggere ‘Ma Ia’, cioè la ‘Grande Voce che è madre’ e intendere diversamente la frase: “Il Signore rianimerà il Capretto segnato a morire. Ecco, questo proprio è tuo figlio”. Nel morire di parto Rebecca chiama il neonato “Figlio della mia sofferenza”. Ma Giacobbe gli dà il nome di Beniamino, che Filone intende come ‘Figlio delle luci’. Giacobbe la seppellisce in quel punto e colloca una stele a ricordo.
Questo testo meriterebbe una approfondita esegesi, ma anche ad una lettura superficiale mostra di voler riferirsi: alla nascita dell’ultimo figlio (Gesù); al morire della madre che lo genera (popolo eletto) e della sua nutrice (Legge mosaica); ad una connessione fra questo figlio e una situazione di grande pena (la croce); ad un futuro di grandezza (la Chiesa); ad una trasformazione della struttura stessa dell’uomo (redento). Che se poi è valida la mia rilettura, il testo rimanderebbe scopertamente ad un agnello pasquale che sarà ‘rianimato’ (resurrezione). Ed ugualmente significativo sarebbe quell’allontanarsi all’alto de Dio.
Un secondo passo, contenuto nel cap. XVI della Genesi, precisa la teologia del termine Bethleem, raccontando come Samuele viene incaricato da Dio di consacrargli come Re (al posto di Saul voluto dagli uomini) un figlio di Iesse che abita in Bethleem. Il testo a mio giudizio va letto così: “Manderò te da Iesse; un’aurora in Bethleem, perché ho visto piovere, tra i figli suoi, un Re per me” (Basilea uein). Samuele consacra l’ottavo figlio di Iesse, e cioè Davide, che sarà il primo re della Palestina da lui proprio riunificata. Samuele aggiunge che senza la presenza di Davide non potranno sedere a mensa. Anche qui gli elementi significativi sono molti: c’è un Re voluto e stabilito direttamente da Dio; esso è connesso con il numero ‘otto’ che indica l’eucarestia; la sua presenza è necessaria per attuare la cena.
In conclusione il luogo indicato in entrambi i racconti profetizza la fine di una economia (Rebecca) e l’inizio di una diversa regalità di origine divina che si connette con una eucarestia (Cena). Di un terzo testo (Giosia 19,15) parlerò più avanti in quanto esso fa parte della profezia che i dottori ricordano ad Erode. Aggiungerò che Matteo riporta il nome della città nella fonetica semita, (come nel VT) mentre cita Gerusalemme nella sua traslitterazione greca. Perché questa particolarità, considerando anche che Giuseppe Flavio usa, per Bethleem un nome grecizzato? A mio giudizio ciò dipende dal fatto che egli, usando il termine identico a quello del VT, voleva rinviare proprio a quei passi che ora abbiamo esaminato. Preciso infine che gli studiosi di lingue semite traducono ‘bethleem’ come: ‘La casa del pane’, oppure la ‘Casa del Dio Lahm’.
La città fa parte della Giudea? Il testo corrente che ho citato in epigrafe, sembra chiaramente indicare che Matteo vuole riferirsi a Bethleem di Giuda. Ma questa certezza deriva dalla compitazione che si è data al testo (e che, lo ricordo, non è de fide definita); ma, se si legge diversamente, anche questa sicurezza viene meno. Ed infatti posso letteralmente tradurre: “Essendo stato generato Gesù, quale ‘terzo giorno’ della Grande Voce, nella Casa del Pane dell’Unico (Dio), in Gerusalemme vennero alle schiere di Erode quelli della madre terra che appartengono al Re (dei Giudei)”. Una traduzione che presenta i Magi come gentili (Madre Terra); come seguaci di Gesù Re dei Giudei; e diretti al popolo e non al Re Erode; e colloca infine il loro arrivo dopo che è stato ‘prodotto’ il Gesù del terzo giorno, cioè l’eucarestia che segue la resurrezione.
Nei giorni di re ErodeQuesta prima frase sembra precisare il tempo nel quale va inquadrato il racconto; in particolare l’evento si sarebbe verificato dopo la nascita dell’uomo Gesù. Conclusione questa tanto ovvia, che neppure converrebbe farla. Ma, superando l'ovvietà, se ci chiediamo che cosa teologicamente può significare questa 'nascita', ricordiamo che per Luca, il ‘nato’ è un 'fasciato e messo in una mangiatoia' (cioè un morto da mangiare); e potremo inquadrare il racconto in un tempo nel quale alla Cena dei Gentili si viene ad aggiungere l'evento del Golgota. Sparisce allora il bambino e viene in evidenza l’uomo morto e risorto. L'espressione 'Re dei Giudei', che rimanda al processo a Gesù ed alla epigrafe posta da Pilato sulla croce, suggerisce infatti di collocare il racconto di Matteo dopo la morte di Gesù. E così anche suggerisce la struttura letteraria del testo. Matteo ha infatti collocato la parola ‘Re’ in modo che la si possa collegare sia ad Erode che ai Magi. Si può infatti leggere: 're Erode' ; oppure 'Magi del Re', riferendo questo titolo regale a Cristo anima del mondo.
Se il titolo regale non viene più riferito ad Erode, in questo nome privo di attributi qualificanti, è possibile identificare due distinti personaggi storici: l’Erode che regnava su tutta la Palestina al tempo della nascita di Gesù; l'omonimo Tetrarca della Giudea che governava al tempo della passione e morte del Cristo. La venuta dei Magi, descritta da Matteo, potrebbe allora slittare cronologicamente nel tempo della morte e resurrezione di Gesù, così come suggerisce il titolo ‘re dei Giudei’. Escluso il bambino, quel qualcosa che è ‘nato’, cioè ha cominciato ad esistere, fa pensare allora all'Agnello pasquale che, sacrificato sulla croce, si manifesta in una nuova forma (metemorfothe). E diventa allora importante la connotazione geografica ‘nato in Giudea’, visto che proprio a Gerusalemme il Cristo nasce alla sua piena animicità; sulla croce spira (cioè nasce per noi) lo Spirito; e lì il Cristo si costituisce come eucarestia che rappresenta la sua nuova forma di incarnazione.
Erode Re, o Magi del Re? Con la solita sapienza costruttiva, l'evangelista ha collocato l'espressione "Nei giorni di Erode" a cavaliere fra la 'nascita' del bambino e la 'venuta' dei Magi. Ha voluto allora correlare la nascita di Gesù alla regalità di Erode, come quella di Davide si contrapponeva a quella di Saul? oppure mettere a confronto la regalità di Erode e la venuta dei Magi? Ha voluto suggerire che Gesù (re dei Giudei) è nato in un popolo falsamente riunito sotto lo scettro di Erode? Oppure ha inteso rivelare che il giungere dei Magi segnala che la primazia del gruppo eletto, simboleggiata dalla regalità di Erode, viene da essi scavalcata, nel momento del suo pieno fulgore umano (regno di Erode)? E’ significativo il fatto che essi non rendono il loro omaggio ad Erode (come pure si usava a quel tempo), ma al ‘nato re dei Giudei’. Vanno allora identificati non già come ‘Magi’, ma come ‘moi Agoi’ cioè i ‘Capi per me’ (cioè per il Cristo).
Citando il nome di quel Re (Erode non era un Giudeo, ma un barbaro Idumeo), Matteo indica il ‘Popolo di Dio’ soggiogato da un potere umano (straniero, e del tutto negativo), e non più soggetto a Dio, suo unico re. Far proclamare dai Magi che Dio ha fatto nascere ‘il suo Re’, come un giorno costituì Davide sul suo popolo, equivale a denunciare tale deviazione. La reazione di Erode che si avverte minacciato, non va intesa allora come qualcosa di personale e riguardante valutazioni di politica istituzionale, ma teologicamente come paura del ‘principe di questo mondo’ che comprende di avere le ore contate[2]; ed ancora come paura del popolo che dall’accostarsi dello scettro di Dio, paventa una dura condanna. Perciò ‘tutta Gerusalemme’ entra in profonda crisi.
I Magi (magoi) tra storia, leggenda e fede Molto si è scritto su questi personaggi [3] e non mi soffermerò sulle mille tesi che sono state formulate sopra di essi. Per leggerli teologicamente posso fare affidamento unicamente sulla fede della Chiesa, sulla Scrittura, e in parte sul sensus fidei del popolo di Dio espresso in qualche tradizione. La fede della Chiesa non è chiara sul punto. Come Davide o qualche altro grande personaggio essi hanno trovato una dubbiosa collocazione nella lista ufficiosa dei santi. Ma ciò non aiuta molto ad intenderli. La tradizione popolare e la prima iconografia cristiana sono più precise; esse parlano di tre re o sacerdoti: lo indicherebbe il cappello frigio posto sulle loro teste. Per carenza di prove, lo storico ed il filologo giustamente contestano sia la regalità di questi 'zingari', sia il loro numero. Tuttavia, poiché la tradizione popolare rimanda al sensus fidei del Popolo di Dio, queste immagini di regalità e di triplice unità possono in qualche modo suggerire una verità teologica. La scrittura si limita al solo Matteo che cita il loro nome due volte, in questo passo. Ai Magi egli affida un ruolo che considera tanto importante da essere tramandato come Vangelo. Ci si attenderebbe allora qualche parola di presentazione; eppure Matteo sembra voler tacere a tutti i costi. Dico 'sembra' perché non credo al silenzio dell'evangelista e, non trovando dati visibili, presumo che in qualche modo egli li abbia nascosti nel suo racconto. C’è poi un profilo che l’imperante deriva storico-filologica fa dimenticare del tutto. Mi riferisco al ‘buon annuncio’ che ‘deve’ costituire il contenuto rivelativo di ogni pagina evangelica. Mi chiedo allora: dopo aver letto qui e lì tante belle ipotesi ed interpretazioni, che cosa ne posso dedurre sul piano della Verità? Rispondo: poco o nulla; e mi avverto deluso. Ammettendo pure di aver appreso tanto su di loro, che cosa essi rivelano a me, destinatario di tale Vangelo che, non dimentichiamolo, è un annuncio di gioia?
Tanto premesso, cominciamo allora a cercare i Magi all’interno dell’Antico Testamento. Il vocabolo, assente in tutta la restante parte, è presente più volte nel libro del profeta Daniele, il quale viene anche chiamato ‘Baltassar’, un nome che la tradizione popolare attribuisce ad uno dei Magi. Daniele inoltre ha con sé ‘Tre’ ragazzi che sono ritenuti superiori a tutti i ‘maghi’ del Re. In questo contesto il vocabolo mi sembra correlato alla capacità di spiegare i sogni, cioè i misteriosi messaggi di Dio. In qualche modo dunque il termine va riferito alla rivelazione di un mistero divino. Cerchiamo ora all’interno del termine (magos), che l'evangelista ha certo usato a ragion veduta, visto che ne aveva altri a disposizione. Dall'esame del fonema magoi scaturiscono una molteplicità di suggestioni che possono concorrere a formare l'identikit dei personaggi[4] . I contenuti teologici di queste espressioni (che ho citato in nota) si adattano ai Gentili, i quali: -sono i popoli del mare (delle isole lontane) e non appartengono (teologicamente) alla terra emersa della Genesi affidata al gruppo eletto; -sono, per altro verso, gli uomini del mondo, gli Antropoi (plurale), i figli della terra madre che sono cresciuti come l'erba per generazione spontanea, e non hanno quindi ricevuto nelle narici il soffio divino come il singolo eletto -sono i nuovi giudici del mondo, i nuovi capi, che siedono sulle dodici tribù del novello Israele, i pastori dei greggi, cioè dei popoli sparsi nel mondo; -sono, infine, coloro ai quali è stata affidata la Cena del Signore e spezzano il pane eucaristico (Fractio Panis). Sono pertanto i portatori di una rivelazione autonoma, che ora va a misurarsi con quella degli eletti; -sono i Paoli che hanno ricevuto il loro Vangelo, non intendono barattarlo e, tuttavia, lo mettono a confronto con le Colonne del tempio, cioè con i libri dell'Antico Testamento; -sono i tre Vangeli Sinottici che vengono a Gerusalemme per scrivere la storia della passione, e congiungere alla loro Cena la croce elevata durante l'ultima pasqua giudaica. Così individuati, i Magi non sono allora degli illustri Carneadi che improvvisamente entrano sulla scena evangelica, ma i comprimari da sempre del grande dramma della vita raccontato dalla Scrittura. Sono, in altre parole, la sagoma dei veri attori di tutta la Scrittura, quelle Genti che l'esclusivismo giudaico aveva sapientemente nascosto all'interno della veste letteraria dei Libri sacri. Li direi i figli di Lot, se in Lot, come io penso, bisogna leggere proprio la parte buona del mondo Gentile.
Il linguaggio silenzioso delle opereSe il Gesù di cui parla Matteo non è il bambino di carne partorito fisicamente da Maria, ma il Cristo crocifisso che si fa pane eucaristico, diventa eloquente il silenzio totale che segue il primo colloquio, e che avvolge la scena finale quando nessuno dei presenti (Magi, Maria, il bambino) emette il benché minimo suono. E viene allora alla mente l'immagine dell'agnello muto portato al macello che si fa totalmente muto quando diventa cibo da consumare. Il silenzio di Gesù (per altro rotto sulla croce) attesta non la sua stoica capacità di sopportare il dolore, ma il grado infinito dell'amore del Cristo. Egli da Dio si è fatto 'non Dio'; da Verbo qual’è si è fatto nel silenzio ‘Non Verbo’; e ciò fino agli inferi dell'umanità, cioè fino alla morte, ed ancor più alla eucarestia di pane e di vino. Si coglie così l'ultima umiliazione della Parola di Dio: la Grande Voce si è fatta silenzio, ed ora a parlare deve essere solo il commensale umano attraverso le sue opere: ‘Ed i Magi aprirono i loro tesori ed offrirono oro incenso e mirra’. Questo eloquente ‘silenzio’[5] avverte allora che dall’economia della Parola si sta passando a quella dell’andare e dell’operare. Di ciò dirò più avanti. Il ‘Nato’, chiunque esso sia, tace; Maria tace; ed i Magi, dopo aver posto la loro domanda, non dicono più una sola parola. Essi infatti non possono raccontare un passato, perché sono l’icona della sterminata ed inenarrabile storia dell’umanità; una icona silenziosa come quell'erba del prato che rimbalza dalle pagine del primo capitolo della Genesi, al capitolo XVI di Ezechiele, per diventare l'habitat della moltiplicazione dei pani operata da Gesù. E’ il silenzio delle Genti che la Bibbia simboleggia anche nella immagine dei muti pesci del mare. Dei Magi nulla si può dire perché bisognerebbe dire tutto; del loro passato non si può parlare perché nessuno l'ha fissato per iscritto unitariamente; del loro futuro neppure si può parlare, perché il futuro dell'umanità, in Cristo, diventa una libertà infinita. Essi tuttavia sono portatori di tutte quelle rivelazioni nelle quali, in modo diverso, Dio si è comunicato al mondo e che Paolo ricorda nel primo versetto della lettera ai Giudei, e riprende nel discorso sull'Areopago. Sono i naturali interlocutori di un qualcosa che, come un 'bambino', non può verbalmente dialogare. Comunica infatti in maniera ancora indistinta. Perciò i Magi si esprimono per via di Segni come Zaccaria, e mediante i gesti concreti dell'offerta, mettono in moto le premesse per un diverso colloquio. Ora sono infatti i naturali interlocutori dello Spirito nascente, rispetto al quale valgono solo il linguaggio delle opere eucaristiche, e l'atto di adorazione. Il loro colloquio non si regge sulle parole (come è uso degli eletti); e la relazione si affida al mutuo offrirsi, piuttosto che ad un patto/contratto inteso alla maniera giudaica. Nel presepe di Luca i pastori parlano, ma non proferiscono parola intellegibile; qui i Magi, dopo aver colloquiato con Erode, chiuso il momento dialogico, tacciono nella scena conclusiva e danno spazio a gesti di vita. Magi e Pastori hanno compreso il linguaggio nuovo dello Spirito, quello dell'andare, dell'offrirsi e dell'adorare; non a caso la pietà popolare riempie di doni anche le mani dei pastori. Proprio questo passare dalla Parola alle opere giustifica l'assenza di Giuseppe dal presepe matteiano. Giuseppe, come sagoma del gruppo eletto, non serve più: nel dialogo fra i Magi ed Erode con i suoi sacerdoti si è conclusa la storia degli ‘eletti per il Libro’. D'ora in poi la Parola di Dio è affidata ai nuovi sacerdoti e re, ad uomini silenziosi come Colui che in Gerusalemme, agnello muto condotto al macello, fu pasqua regale per i Giudei e pane lievitato per i Gentili. Ecco la catechesi cristologica: il Cristo che ha parlato attraverso la Parola, ora comunica attraverso le ‘opere’. Questo gli eletti non riescono a comprendere, e perciò non si muovono da Gerusalemme. Nulla credevano di potere ascoltare da un Re bambino che ancora non parlava. Sicuri della intellegibile Parola posseduta, non volevano rischiare il linguaggio nuovo dei segni.
“dalle fonti” oppure: “da oriente”oppure “alle origini”La catechesi cristologica affronta ora un tema decisivo. Chi vuole conoscere il Cristo deve iniziare dalle ‘origini’, cioè dal suo increaturarsi nel mondo sicché ‘cieli e terra narrano la sua gloria divina’. Non dunque una mera indicazione temporale che rimanda ad epoche passate, ma un invito, a chi lo conosce come Parola rivelata, a cercarlo anche nella realtà del creato, nella tenerezza e nella passione del cuore dell’uomo. Questa catechesi viene suggerita da Matteo attraverso un inciampo (scandalon) letterario. Ed infatti l'espressione usata dall'evangelista ‘Apo anatolon’ cioè dalle fonti, in buona lingua greca, andava al singolare, così come più avanti la ritroviamo nello stesso passo. Essa tuttavia è identica a quella che nella Genesi descrive il punto di partenza dei popoli che si concentrano nella pianura di Sennaar, per costruire una Torre che tocchi il cielo. [6]
La vera torre di BabelI popoli si riuniscono a Sennaar per costruire una torre che, nella Bibbia dei LXX viene indicata come una mescolanza (sugkusis); come immagine finale della storia della salvezza che si realizza nell'incontro di tutte le Genti della terra nel Corpo di Cristo (Sugkusis= Il Signore è ad un tempo figlio e Potenza). Mediante questo riferimento l'evangelista, equiparando i Magi ai Pastori del racconto lucano, li considera Re-pastori di popoli, e racchiude nella loro icona tutti coloro che vanno alla ricerca del punto di comunione. I Magi vengono cioè per costruire la torre che ha base sulla terra e sommità nei cieli, e rimanda alla Chiesa. Il suo nome non è Babel (confusione), ma mescolanza . Il testo profetizza il giorno nel quale i costruttori del tempio-torre rinunceranno al loro orgoglio di scalare da soli il cielo, e lasciando la loro terra si disperderanno in mezzo alle Genti per confondersi con esse.[7] Parleranno allora non lingue tra loro incomprensibili, ma la lingua multipla di Pentecoste, che si intende dovunque; un linguaggio non verbale, ma costituito dalla mano stesa che offre all’assetato un bicchiere di acqua. Fuor di metafora, i Magi-popoli convengono a Gerusalemme per incontrare il gruppo degli eletti e insieme costruire la vera torre. Essa sarà composta di mattoni di polvere (terra-umanità) cotti al fuoco/calore del sole (Spirito), e saldati da un misteriosi liquido che brucia (bitume). In quest’ultimo viene simboleggiata la divina Rivelazione scritta, ora opacizzata da chi la deteneva, eppure capace ancora di esprimere forza coesiva e fuoco animico. Questa antica Rivelazione, derivata dal Cristo Verbo, deve servire a compaginare, nella grande torre del Cristo ardente, coloro che prima erano divisi. Nel racconto genesiaco la torre resta incompleta perché chi legge comprenda che non a Sennaar, né in alcun altro specifico luogo, ma in qualsiasi punto della terra, essa sarà portata a compimento. E ciò senza fatica alcuna, e senza levare da terra nemmeno un metro di fabbrica, perché essa è la Chiesa eucaristica.
“vennero a Gerusalemme”Ora la catechesi cristologica intende chiarire quando e dove la Grande Voce del Cristo si fece Scrittura, abbassandosi in quella ‘lettera’ morta che andrà rotolata via, perché il Cristo possa di nuovo parlare direttamente agli uomini così come profetizza il racconto di Adamo.Perciò non riconosco qui, all’indicazione del luogo, un valore puramente geografico. Il viaggio dei Magi a Gerusalemme vuol annunciare l'incontro fra i due fratelli divisi, ed in particolare che ciò si realizza con l’unica eucarestia. Essa nasce anche dal sommarsi dei due rami della Rivelazione e cioè quello che riguarda le Genti e quello che fa capo agli ‘eletti’.
Il ritorno del tempo della VoceCome accennavo, la parola terra nel racconto della Torre di Babele sta proprio per 'popoli', sicché il narratore passa direttamente a dire 'essi' (cioè tutta l’umanità) venne a Sennaar. Inoltre in questa immagine biblica c’è un dato poco evidenziato e cioè la mancanza di un architetto capace di dirigere questa grande opera di ‘elevazione’ dell’uomo. Ora invece quel Cristo (che l’agiografo annuncia spesso per ellissi), viene ritrovato e adorato dai Magi-umanità proprio come il grande Architetto della vera Torre. Questo il senso della sua regalità. Perché il quadro sia più completo, si rifletta anche al fatto che la storia della Torre, letta in negativo, annuncia un giudizio che si sta consumando e che ha come giudice e come imputato proprio l’uomo. Il racconto di Sennaar ruota infatti intorno alla ‘verbalità’ che, in un primo momento si presenta come ‘accordo’ fra i popoli, e poi si tramuta in punizione, cioè in confusione delle lingue. Ciò posto, i Magi vengono proprio 'dalle fonti' della Rivelazione, lì dove unica era la voce (fone), e Dio aveva parlato a tutti gli uomini. Vengono quindi dall’antico Giardino, nel quale il Cristo dialogava con l’uomo, ed a lui si rivelava. Vengono da quella terra nella quale Adamo generò Seth, e da Seth nacque Enos (4,26) che per primo invocò il nome del Signore. Così, nel suo nome (En os = ‘in questo modo l’unità’) e nel suo ‘invocare’, egli attestò l’esistenza di una sola ed unica religione per tutti gli uomini, fondata sulla comunione. Venendo da quella unità originaria, con la loro presenza, i Magi annunciano il ritorno della Voce viva ed immediata di Dio; da lui sono stati direttamente avvertiti mediante un segno celeste, e da lui saranno indirizzati mediante un sogno. Essi annunciano che ciò ora è possibile perché la terra ha raccolto il sangue-vita dell’Abele-Gesù, del crocifisso Re dei Giudei, e possiede 'labbra' adatte a dialogare con Dio. Con i Magi si inaugura il miracolo già annunciato dal profeta: che cioè non bisognerà più elemosinare da qualcuno la conoscenza di Dio, perché con Lui si potrà colloquiare senza intervento di mediatori. Non a caso, alla fine del racconto Dio parla direttamente ai Magi, senza ministero di angeli, ed in un sonno che sa di estasi. La libera Voce di Dio (simboleggiata dalla venuta dei Magi) ha incontrato così la Voce che era stata oppressa dalla ‘lettera morta’; in quel VT gelosamente custodito dagli ‘eletti’. In questo modo il cerchio della Vita divina che entra nel mondo si chiude nella pienezza, e VT e NT si saldano insieme.
Riassumiamo. Nel progressivo abbassarsi del Cristo, alla primitiva fone (voce diretta e colloquiale di Dio col mondo) aveva fatto seguito la grafè, cioè la Scrittura cristallizzata, affidata agli eletti perché la predicassero all’umanità come cosa ‘certa’; ma da questi invece sequestrata esclusivamente per loro. Essa ora è simboleggiata dalla Torre del Tempio, luogo orgoglioso di possesso della divina rivelazione. Ma, come aveva annunciato il racconto genesiaco, sopravviene l'intervento del Cristo, Vita che non soffre di restare serrata, che vuole spandersi su tutta la faccia della terra. Ora la pietra sepolcrale della ‘lettera morta’ viene ribaltata, e si è inaugurato il Giardino nel quale il Cristo di nuovo parla faccia a faccia con gli uomini (incontro con la Maddalena). Ora qualcuno (i Magi) porterà fuori il bottino ingiustamente detenuto, il segreto dell’ultima incarnazione del Cristo che si deve attuare nella ‘Casa del pane’. Ed infatti, come gli Israeliti portarono via dall'Egitto le sacre rivelazioni fatte dal Cristo a quel popolo, ora i Magi, richiedendolo ad Erode, portano via il tesoro delle Rivelazioni divine conservate nel Tempio. Nulla restituirono gli israeliti al Faraone, e nulla i Magi ad Erode; essi infatti presero un’altra strada e non tornarono più a Gerusalemme. L’effetto di tutto ciò è eclatante: svuotato del suo contenuto, il Tempio crollerà; di esso non resterà pietra su pietra, ma ognuna di esse, tornata ad essere viva, andrà per il mondo a costituire testata d’angolo delle nuove comunità cristiane. Non a caso il segno di unità degli apostoli viene chiamato ‘Pietra’. Eccola dunque la radice dello spavento di tutta Gerusalemme.
La catechesi cristologica avverte dunque il cristiano che egli deve recuperare il tesoro nascosto nel Tempio, quell’Arca che Dio voleva fosse itinerante. Ecco allora profilarsi l’origine di uno dei tre doni dei magi e cioè dell’oro; ed al tempo stesso vien chiarito perché Matteo non parla di ‘tesoro’, ma di ‘tesori’. Proprio a Gerusalemme infatti i Magi ricevono dai dottori della Legge l'oro di Evilat, cioè l’antica e certa rivelazione, da presentare come offerta al ‘Nato Re dei Giudei’.[8] Né vengono da razziatori, ma con le credenziali proprio del Re di quei Giudei dai quali esigono una risposta sul dove e come si fa presente il ‘Nato’. Il cristiano, avverte la catechesi, è proprietario legittimo, per diritto del Re, della ricchezza che a lui appartiene; egli nulla deve a colui che di quella ricchezza fu (e purtroppo è ancora) geloso ed egoista custode.
Tutto questo è stato possibile, come dicevamo, per un intervento speciale di Dio. La Genesi aveva annunciato che egli un giorno sarebbe sceso sulla terra; ed ora è venuto. In lui la Torre ha trovato il suo architetto e il suo culmine: Gesù infatti siede sul pinnacolo del Tempio, e si leva in alto sul monte della sua trasfigurazione e della sua croce. In Lui la Scrittura cambia significato: erano immobili pietre di parole morte costruite le une sulle altre; ora sono diventate Spirito ardente, vento, suono di mistica zampogna evangelica (sumfonia) che si spande sulla terra nell'universale soffrire (mirra) e nel profumo della preghiera (incenso). La catechesi suggerisce allora di fare un passo avanti nella comprensione del mistero del Cristo. Con i Magi (ora consideriamoli icona dei Vangeli) si ritorna alla fone (voce) che non si fissa più con lettere morte su pergamena, ma diventa fiume di parole infuocate che scorre dal cuore stesso degli uomini. Ora è l’uomo vivente il ‘libro’ della Verità, e le sue labbra esprimono opere di Vita in una continua generazione che veramente lo rende simile ‘agli dei’. Ora ogni uomo possiede infatti il senso ultimo delle Scritture, cioè la croce del Re dei Giudei; proprio essa è la scala che permette di raggiungere il Giardino delle delizie dove riposano le anime (Oggi sarai con me nel Giardino); essa è la vera Torre che tocca il cielo; è la Chiesa madre di ogni sapienza. Nella Croce la parola-logos (discorso, patto) si è tramutata in parola-rema (rivelazione operosa); e l’adesione dell’uomo va espressa mediante il dono di sé. In breve, la scoperta, da parte dei Magi-Gentili, del mistero della Croce, diventa così il fermaglio che unisce tutti le fasi della rivelazione.
La stella si spegne- l'ultima pasquaLa catechesi si sofferma ora a delineare l’ultima e perfetta presenza, corporea, animica e divina del Cristo. E’ una oscurità densa di una luce che solo la fede può far vedere, e che si manifesta attraverso il cambiamento dei segni. Sul piano dei segni infatti si attua il passaggio dalla ‘memoria’ dell'Agnello sacrificato (rito della pasqua giudaica) al memoriale della Eucarestia: dal segno inefficace, come dice Paolo, al segno efficace, cioè al sacramento. A Gerusalemme Gesù ha subito la sua passione e il suo supplizio; celebrando, per l'ultima volta e in forma cruenta, la Pasqua dei Giudei, egli ha reso inutile quell’antico rito che annunciava la sua morte. Ed a Gerusalemme i Magi fanno esperienza del mistero della passione e morte di Gesù; nella città che uccide i profeti, e che ora traversa il tempo di tenebra, dalla sesta alla nona ora, comprendono perché la loro stella non brillava più. Come i due di Emmaus, essi sperimentano, in quell’oscurarsi della stella, il dolore del distacco, la delusione di un evento definitivo senza speranza, per poi attingere la fede nella Vita. Come quei due, essi escono da Gerusalemme, con la morte nel cuore, ma subito il loro cuore arde, quando rivedono la grande Luce-Fiamma celeste. Proseguono allora il loro cammino ed incontrano l'Agnello di Dio e lo scoprono come qualcosa che ‘è nato’ in una forma nuova; ed avendo compreso che la sua morte è stata transito all’animicità, intuiscono la vivente pienezza del suo corpo, morto per i Giudei, ma sempre vivente nell’Eucarestia.
La Catechesi suggerisce di considerare l’unica grande Pasqua come un momento della traiettoria del Cristo. Il fedele non può escludere, ma anzi deve considerare fondamentale, la ‘oscurità luminosa’ del Golgota. Parallelamente l’eletto deve saper accettare la ‘oscurità luminosa’ della ‘Cena’ celebrata da Gesù in dialettica con la pasqua mosaica. Tutto ciò era stato già profetizzato nel racconto di Caino ed Abele. Per il Gruppo degli eletti è stata molto dura questa lezione di Gesù. Venuto a Gerusalemme per un'ultima volta, con grave scandalo egli ha opposto alla pasqua mosaica un pasto liturgico composto di cibi ordinari (pane lievitato e vino). Ha accettato l’offerta (vegetale) di Caino, preparata dai suoi discepoli, pur non negando quella (animale) di Abele. Quanto a quest’ultima, facendosi egli in persona agnello e sacrificatore, ha decretato la fine della funzione sacerdotale di coloro che erano stati scelti a rappresentare Abele, all’unico scopo di unire il pane e vino delle genti (Caino) alla loro offerta dell’agnello, Il Cristo in persona sarà da ora in poi l’unico Abele-sacerdote capace di offrire il sacrificio accetto a Dio: ‘E Kain edia theke’, cioè ‘Il dolce monumento sepolcrale di Caino’, ‘il divino sepolcro di Caino’; così dice la formula liturgica della consacrazione eucaristica. Tutto ciò il Cristo afferma proprio quando agli occhi degli uomini è solamente un cadavere privo di vita. Proprio questa paradossale vitalità gli eletti non riescono a comprendere. Eppure la Scrittura aveva attestato la presenza attiva di Abele anche dopo la morte; come egli conservava il suo legame vitale con Dio (la voce di Abele gridava dalla terra); ma il loro accecamento impedisce di vedere in questo morto-vivente il mediatore dell’offerta delle Genti, di quel sacrificio che di per sé sarebbe stato impresentabile, essendo composto unicamente di vegetale mortalità. In nessun punto del vangelo vien detto che, durante la sua esistenza, Gesù mangiò quell’agnello pasquale che lo profetizzava (sarebbe stato del tutto incongruo). Ugualmente non si può certo affermare che la cd. ‘ultima cena’ vada intesa come il pasto liturgico della pasqua mosaica. Troppe cose contrastano con le prescrizioni mosaiche, e non si può fare di Gesù il primo grande violatore della ‘sua’ Scrittura. Una sola pasqua egli ha celebrato, l'ultima[9]; e non già da commensale, ma da cibo sacrificato. Scegliendo per sé il ruolo dell’agnello offerto in sacrificio, egli si pose sulla mensa degli eletti come cibo di divinizzazione, così come si era parallelamente posto sulla tavola dei gentili nel pane e nel vino. Solo Giuseppe di Arimatea e Nicodemo compresero che il sepolcro costituiva la cripta della cena pasquale, ormai definitivamente realizzata; ma poi, visto il mistico corpo da mangiare, preferirono tapparlo con una pietra, e si allontanarono sparendo nel nulla.
Per sintetizzare tutto questo discorso, nel suo incipit l'evangelista enuncia chiaramente la destinazione dei Magi che pure poteva tacere. Poteva infatti dire che "al tempo di re Erode vennero i Magi e chiesero ", senza indicare il luogo dell’incontro; poco più appresso infatti il testo avrebbe chiarito che il colloquio avvenne a Gerusalemme e che la città restò impietrita dallo spavento. Matteo preferisce, invece, indicare subito la nominata meta dei Magi, e per di più esprimere in greco, con ‘Ierosoluma’, il nome semita della città (Ierousalem); una scelta cosciente visto che egli stesso utilizza invece il nome ebraico per indicare Bethleem. Ma, così facendo, egli poteva sintetizzare nel nome greco della città la passione di Gesù e la grandezza del suo amore che spande grazia sulle Genti. Nella sequenza fonematica ierosoluma si può infatti leggere tra l’altro: egli amore, egli liquame (i eros, o luma), oppure compitando: ieros oti luma , comprendere: ‘sacro perché morto’. Il nome della città diventa in questo modo lo spiraglio attraverso il quale si intravede ciò che i Magi hanno cercato e trovato: non le mura e le case della città mitizzata dal giudaismo, ma un evento di amore e di morte del Cristo che conclude il loro cammino interiore. Vincenzo M. ROMANO 1999
[1] Il parlare di Dio non va equiparato al discorso sapienziale dell’uomo; questo, per reggersi ha bisogno di inquadrarsi in una visione sistematica. Dio invece si comunica anche mediante illuminazioni; e la sua luce, non importa da dove venga, né come si colleghi ad altre luci, rende comunque luminoso di Verità l’uomo che cerca.
[2] Possiamo leggere nella sagoma di Erode la figura negativa di chi tiranneggia il 'gruppo eletto', avendo alle dipendenze sacerdoti e dottori della Legge; oppure quel 'principe delle tenebre' che ha opacizzato la Scrittura, ma che ad essa deve pur sempre fare riferimento per individuare il punto in cui la Vita entra nel mondo e (ora la strage degli innocenti diventa chiara nei suoi fini) stroncare sul nascere quel nuovo Regno che si sostituirà al suo. Erode era idumeo e, quindi, un estraneo ai Giudei. Una estraneità che rappresenta l'aggettivo peggiorativo sovrapposto al popolo del Signore.
[3] Suggerisco a chi vi abbia interesse ‘I re magi’ – di Bussaglia e Chiappori , Rusconi ed. 1985)
[4] Il fonema, compitato in vario modo, dice: 'essi sono per me senza terra (moi a-ga oi); Essi sono per me la terra (idem); quelli della madre terra (ma ga oi); O madre terra per l'agnello (Ma ga Oi); i capi per me (moi agoi); i moltissimi capi (m’ agoi); quelli che per me sono fractio (panis) (moi aga oi); quelli dalle infinite ‘fractio’ (M’ aga oi); quelli che, per me agnello, sono sacrificio (m’ aga Oi) ; quelli del ‘pane’ (Maghis oi).
[5] L'ellissi è a mio giudizio una tipica forma espressiva della Scrittura. Perciò, anche l'apparente silenzio di Matteo sui nostri personaggi può diventare materia di teologia.
[6] Nella forma plurale ma retta da un ‘katà’ si ritrova in Gen. 2,8 per indicare il luogo (io credo ‘il tempo’) dove viene costruito il giardino di Edem.
[7] Forse il racconto della torre va letto in modo diverso. L'immagine orientale dell'albero della vita, con radici in cielo e chioma sopra la terra, mostra come l’unione fra Dio e l’uomo può verificarsi solo se è Dio ad abbassarsi e non l’uomo a salire. E quando la chioma è collocata sulla terra si fa chiaro che vi possono essere molteplici espressioni della presenza nel mondo dell'unico Dio. La profezia contenuta nella Genesi avverte allora che si può costruire solo se c’è comunione tra tutti gli uomini. Dunque non potrà esistere la vera torre (Eucarestia), se i Gentili non verranno ad unirsi ai fratelli eletti. Ciò accade per ricordare l'altra profezia della Genesi, quando i figli di Iafeth abiteranno nelle tende di Sem.
[8] Gli altri due doni sono offerte vegetali che permettono di ricollegarli al loro ascendente Kain; e così l’oro della divina Parola (offerta viva di Abele) si unirà a quella di Caino costituita da pane e vino (incenso e mirra).
[9] Morendo sopra la croce, ha chiuso, una volta per tutte, la celebrazione cruenta della pasqua. E questo evento non costituisce una abrogazione, ma una totale realizzazione del segno liturgico che per secoli aveva annunciato il suo farsi cibo per gli uomini. La pasqua mosaica dell'agnello altro non era che la profezia su quest’ultima ed unica pasqua che gli eletti avevano male inteso legandola all’esodo invece che al Cristo futuro. Ora essa ha svolto il suo compito profetico e, quale segno, deve cedere in presenza del fatto che aveva annunciato per secoli.
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