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SCHEDA n 1

I  Gentili  alla ricerca dell’Eucarestia

MEDITAZIONE di Mt.2,1-12

I  MAGI

 

Sommario: 1) I Magi, un racconto poco chiaro; 2) Una lettura ecclesiale del racconto; 3) Tradizione popolare e profili ecclesiologici; 4) I Magi ed i problemi delle prime comunità cristiane; 5) I Magi ed il tramonto del Gruppo degli eletti; 6) I Magi e la nuova elezione; 7) I Magi e l’Eucarestia;  8) I Magi: il Vt. ed il Vangelo; 9) La nuova e la vecchia Scrittura.

 

1)  I Magi: un racconto poco chiaro

 Pur dedicando ai Magi un intero racconto, Matteo non ha chiarito chi siano, da dove vengano, e quale era lo scopo ultimo del loro viaggio. Comparsi senza nomi, ascendenza e futuro, dal nulla vengono ed al nulla ritornano; personaggi perfetti per ogni leggenda o  letteratura apocrifa. Figure per altro presenti nella iconografia della Chiesa sin dai primi secoli e successivamente considerati come ‘santi’.

Il ricorso ad acquisizioni storiche -per altro abbastanza improbabili- non è per nulla soddisfacente; qualificati infatti come astronomi, diventano una specie di scienziati zingari, in missione per assistere ad un fatto meraviglioso (ma quale?) da annotare nei loro annali. Collegati ad un fatto obiettivo (il sorgere della stella), verificabile da tutti e specialmente dagli astronomi di corte, viene da chiedersi perché mai Matteo ne parli come adoratori di Gesù ed in che senso. Certamente è da escludere che egli volesse autenticare Gesù con l’astrologia che in quel tempo faceva tutt’uno con l’astronomia.

Se invece li si considera ricercatori di un evento religioso, e così assume rilevanza la  connessione al non meglio precisato ‘Re dei Giudei’ e l’identificazione di quest’ultimo con il Cristo della tradizione mosaica, resta inspiegabile il silenzio di Matteo; l’evangelista infatti non ne traccia l'identikit religioso (qualcuno li considera sacerdoti di Zoroastro), e li lascia poi svanire nel silenzio. Essi arrivano, chiedono, si inchinano al ‘nato’ e partono. Dobbiamo pensare forse che l’evangelista voleva collegare il nascente cristianesimo con la dottrina del ‘fuoco’ di Zororastro presente nell’ambiente iranico?

 

Considerando questo singolare silenzio di Matteo, un primo dato intrigante consiste nella mancata indicazione del numero di questi strani personaggi: possiamo immaginarli come un piccolissimo gruppo o una moltitudine. Ma questo  da Matteo non lo sapremo mai. E neppure possiamo decidere se essi giunsero insieme, oppure ognuno venne da solo.

 Un secondo dato riguarda la loro importanza sociale. Solo indirettamente si può loro riconoscere una certa dignità; Erode infatti non avrebbe dedicato il suo tempo a qualche beduino di passaggio che assumeva di avere interpretato in un certo modo il sorgere di una stella.

Leggendo poi con attenzione il testo matteiano si rileva che per conoscere il luogo della nascita i Magi si rivolgono genericamente ‘a Gerusalemme’;  ma  Erode è colui che si avverte direttamente interpellato. Ed infatti, dopo avere riunito dottori della Legge e sacerdoti e saputo da essi di Betleem, convoca i Magi e li invia in quel luogo con una missione speciale.

Certamente è singolare il fatto che i Magi domandino proprio al Re dei Giudei dove è nato il Re dei Giudei. Visto che un re già c’era, vivo e vegeto, sarebbe stato  più logico chiedere dove era nato il principe ereditario. Che se poi la persona cui essi si riferivano era un anti-re, non era forse sfacciato andare a porre la domanda a chi avrebbe sofferto di quella concorrente presenza? Porre al Re quella domanda era come mettere nelle mani del potente (e che mani insanguinate aveva Erode!) un bambino debolissimo, quanto meno per la sua età. Dobbiamo forse attribuire alla superficialità dei Magi la strage degli innocenti?

 Matteo neppure chiarisce perché Erode li volle incontrare segretamente (anche un certo Nicodemo -è bene annotarlo- volle parlare segretamente con Gesù), nè perché si affrettò a chiamare i sacerdoti per dare una risposta che, almeno per lui, doveva essere immediatamente negativa. Non gli era nato infatti nessun figlio.

Tutto ciò fa allora ipotizzare che i Magi non si riferivano ad un RE terrestre, ma al Messia. Ipotesi questa confortata dal fatto che Erode chiede ai sacerdoti dove deve nascere non un re qualsiasi, ma proprio  il Cristo.  Ma se questo è vero, in qual modo il Cristo della religione mosaica (evocato –si badi- non da essi, ma da Erode) poteva interessare i Magi appartenenti ad un altro credo? Quale collegamento li legava al ‘nato re dei Giudei?’ Per chi, o per che cosa, essi avevano fatto tutto quel cammino?

Nella domanda dei Magi, non c’è nulla che faccia pensare ad un loro interesse religioso. La loro richiesta è scarna e si riferisce, almeno apparentemente, ad un mero accadimento storico. Il loro ‘inchino reverente’ (proschinesi) era un gesto riservato ai Re e non specificamente ad un Dio.

Quanto poi ad Erode, è strano che, dopo aver identificato il ‘nato’ con il Cristo egli ordini la strage dei bambini nati in quel periodo. Dobbiamo concludere che egli voleva uccidere non già un pretendente al suo trono, ma la persona stessa del Cristo?

 

 Matteo afferma che i Magi si erano mossi sulla scorta di una rivelazione, avendo considerato l’inizio dell’evento celeste (stella) non come un fenomeno da contemplare, ma come un segnale da seguire. Non chiarisce però in che modo essi avevano dedotto da quel generico fenomeno celeste la nascita di un re, e specificamente della Giudea.  

Né tanto meno, chiarisce perché il segno celeste era osservabile solo in ‘oriente’, pur riguardando un evento che si attuava ai confini della terra, cioè nella Giudea che in pratica confina con il mare. Intendeva forse sottolineare la strada seguita dai Magi da oriente ad occidente, come un percorso profetico?

 Infine è ben poco comprensibile l’inerzia di Erode e di tutta Gerusalemme quando, al loro partire, la stella riapparve proprio nel cielo della Giudea. Un segno così evidente che corroborava  le affermazioni dei Magi, e non poteva sfuggire agli astronomi di corte, avrebbe pur dovuto provocare un maggiore interessamento.

 

La conclusione del racconto lascia poi stupiti: dopo aver tanto camminato per trovare questo re, i Magi si limitano ad inchinarsi profondamente avanti a lui, offrirgli dei doni, e partire senza pronunciare neppure una parola. Non è troppo poco?

Certo non è agevole superare tutti questi interrogativi e lasciare nell’indeterminato tali figure, considerando che Matteo  riconosce grande importanza alla loro presenza; la Chiesa greca li fa partecipi della Nascita di Gesù (il loro Natale infatti viene  celebrato nella festa che per noi  è l’epifania); la Chiesa latina li in quadra fra i Santi. Vien proprio da chiedersi se la santità sia un corollario della curiosità scientifica o astrologica degli uomini, e basti solo un inchino per entrare in paradiso.

 

Consideriamo ora la stella.

 Può una stella del cielo 'stare sopra' un punto della terra piccolo come una casa? Può muoversi in senso contrario alle compagne del cielo? Può misteriosamente comparire e scomparire e senza una chiara ragione? Il suo valore di segno ‘mirato’ non era forse deducibile unicamente all’astrologia? Che forse il passo matteiano deve intendersi come autenticazione dell’astrologia?

Dal racconto sembra poi che solo i Magi riescano a vederla. Ed infatti quando riappare sembra che nessuno se ne accorga a Gerusalemme: eppure un segno celeste avrebbe fatto grande scalpore. Giuseppe Flavio attesta che i Giudei erano molto attenti a tali segni, ed una stella comparsa improvvisamente, e per di più retrogada rispetto alle altre, non era cosa di poco conto!

 Viene allora da chiedersi se essa non debba intendersi come una luce interiore considerando anche che il vocabolo Aster (usato da Matto) significa tutto ciò che illumina, anche in un senso traslato.

E poiché  Luce equivaleva nell’antichità a 'fuoco' (non c’erano altre fonti) invece di tradurre ‘stella’ potremmo lecitamente parlare di ‘Fiamma’ celeste, e quindi di ‘Anima’. Quest’ultima naturalmente si connetteva al cielo che allora era inteso come il serbatoio delle anime (fiamme).

Possiamo formulare allora altre ipotesi:

-che la Luce-Fiamma sia essa proprio il "nato Re dei Giudei", o meglio la sua anima. Si comprenderebbe allora  la confusione di Erode; essendo egli un re idumeo è costretto a chiedere aiuto ai maestri della Rivelazione, cioè ai Giudei dottori della Luce, per venire a capo della questione;

-che essa, vista al suo sorgere e poi spenta, indichi il ministero pubblico di Gesù e poi la croce con le sue singolari ore di tenebra Questo chiarirebbe il suo scomparire ed il suo riaccendersi che rassomiglia alle 'prime luci del sabato' del racconto lucano della passione;

-che sia, infine, il sepolcro di Cristo, per il giudaismo luogo di oscurità, ma del tutto luminoso per i Gentili che correttamente lo considerano il ciborio dell’eucarestia. Anche presso il sepolcro una luce riprese a brillare nell'alba della resurrezione.

 In conclusione o si accetta una strana stella che nella tradizione popolare, per farsi segnale stradale, diventa ‘cometa’, o bisogna scavare più in profondità nel nostro testo.

 

 Consideriamo ora la reazione di Gerusalemme.

 Perché, vien da chiedersi, alla domanda dei Magi si stupisce tutta Gerusalemme? Questo coinvolgimento corale non trova nessuna giustificazione nel testo. Del tutto gratuita è dunque questa ampiezza del fenomeno che abbraccia l’intero popolo, la gerarchia religiosa ed il re; ed è ancora ingiustificato  il grado di tale stupore, capace di paralizzare tutti.

Considerando che nessuno in città ha visto la stella al suo sorgere, perché  mai entrare in crisi su affermazioni di  sconosciuti (che potevano anche essere dei ciarlatani) avallate a loro dire da un fatto (la stella) che nessuno però poteva verificare?

Che cosa di tanto terribile hanno detto i Magi Per creare tanto stupore? hanno forse annunciato la fine del mondo? Ammettiamo pure che sia così; ma allora perché nessuno degli interpellati (Re, sacerdoti e dottori) si scomoda per andare a verificare l’evento annunciato? L'immobilità che segue allo stupore non può essere spiegata in termini di corrente psicologia, e fa pensare piuttosto alla paralisi che cade su chi ha subito un giudizio definitivo ed irretrattabile.

 

Questi sono alcuni degli scandala’  letterari presenti nel testo, e che io considero come veri e propri ‘lampeggiatori di senso nascosto’. Ne indicherò ora qualche altro, ed altri ancora ne evidenzierò nel commentare i singoli versetti.

 Della persona del ‘nato’ (Gesù), nel nostro racconto non si dice un bel nulla. E' vero che di un bambino si può parlare anche indirettamente, raccontando quanto avviene attorno a lui; tuttavia Matteo poteva almeno dirci, come fa Luca, che era 'fasciato e messo in una mangiatoia'. C'è, poi, un altro assente di riguardo: mi riferisco a Giuseppe, tenuto accuratamente fuori scena, pur essendo il padre adottivo che dà al bambino la qualifica giuridica di giudeo.

 Nel passo vi sono poi alcune frasi che non appaiono perfettamente a posto. Così nell'espressione apo anatolon viene usato al plurale il termine anatole (oriente), contrastando senza nessun apparente motivo l'uso corrente che prevedeva il singolare. Il ‘sorgere’ riferito alla stella, che viene reso inizialmente con un non corretto plurale, successivamente è descritto con l’espressione corretta,  al singolare.

Che vuol dire poi quel Textheis cioè 'il partorito' Re dei Giudei? Non avrebbe guastato l’aggiunta di un avverbio: 'da poco tempo'.

 Resta infine senza nome il Profeta che ha rivelato la nascita del Messia a Betleem. Matteo usa l'espressione generica "sta scritto"; ma mi chiedo: dal  momento che l’ha citato, perché non ne dice il nome? Vedremo che non è facile individuare chi esso sia.

 

2 ) Una lettura ecclesiale

I rilievi che fin qui ho annotato in ordine alla lettura corrente del passo, inteso come cronaca dei primi giorni di Gesù, mi inducono a rileggerlo in termini teologici, riferendolo in particolare alla Chiesa.

Per far ciò io spoglierò le sagome letterarie presenti nel nostro racconto dei loro abiti storici, e li rivestirò di panni nuovi coerenti con il palcoscenico su cui attualizzerò il racconto; ma preventivamente debbo scegliere su quale ‘palcoscenico’  articolare il racconto. E la prima e più naturale risposta che so dare al mio quesito è molto semplice: la storia narrata da Matteo va letta nell’ambiente esistente dopo la morte di Gesù.

Il suggerimento mi viene proprio dal titolo che viene riferito al ‘nato’, e cioè  quello di ‘Re dei Giudei’. Quest’ultimo infatti è presente nel vangelo solamente nel momento della morte di Gesù, e precisamente in quel cartiglio che Pilato fa inchiodare sulla croce, scritto in tre lingue diverse.

Se il suggerimento è corretto, il racconto dei Magi andrà inquadrato dopo il suo transito alla dimensione animica (croce), che prelude alla sua deposizione nella cripta eucaristica. Siamo dunque in una economia ecclesiale protoeucaristica; ed essa proprio permetterà di riferire significati del tutto diversi agli elementi ed alle azioni che integrano il nostro racconto.

 

3) Tradizione popolare e profili ecclesiologici

Cominciamo a cogliere questi profili ecclesiologici facendoci guidare al cominciare dalla tradizione popolare.

Dei Magi si è detto che erano Re, identificandoli quindi in qualche modo con i pastori lucani; che essi erano tre (fin dai primi secoli - vedi l'iconografia protocristiana); e che uno era bianco di pelle un altro  nero (e alcuni ne presentano anche uno giallo di pelle). Tutti elementi che costituiscono forse una fonte di verità.

Lasciamoci per un po’ suggestionare dal fatto che essi sono tre  come i vangeli sinottici, ricordando che una tradizione vuole che i quattro Vangeli  furono predicati in zone diverse del mondo, a popoli di carnagione diversa. [1]

Un richiamo viene poi dalla Genesi che divide la terra in quattro luoghi:   Assiria, Egitto e Babilonia, terre che unite a quella di Evilat (Palestina) formano l'intera faccia della terra.

I sinottici possono considerarsi come tre delle quattro arxe (principi) in cui si divide il grande fiume della parola che nasce da edem, il sistema venoso di Dio in mezzo ai Gentili. Non a caso Marco (tradizionalmente considerato il primo) inizia con la parola arxe che sta pure nell’incipit del prologo di Giovanni.[2] Essi  riguardano proprio le terre dei gentili ed hanno quindi come loro momento dialettico il vangelo di Giovanni  destinato agli eletti.

Ecco allora i tre re Magi della tradizione: Re in quanto dicono  unità del  mondo gentile; tre in quanto sintetizzano le restanti tre parti del mondo, ed ognuno assume lo specifico colore delle tre razze allora conosciute; tre che debbono andare a Gerusalemme per unirsi al quarto.

Figura dei tre vangeli sinottici, i Magi vengono dunque per incontrare (e  congiungersi) non già al re Erode, ma all’evangelista Giovanni, il cantore della passione di Gesù, e significare così, sul piano della rivelazione, l'incontro dei due fratelli (Sem e Iafet). [3]

La rivelazione che il Cristo-Verbo donò agli eletti, se si accetta tutta l’antica Scrittura riaffermata da Giovanni, potrà congiungersi a quella ricevuta dall’umanità fin dalle origini e resa perfetta dal Cristo-Spirito; e tuttavia deve esser chiaro che la rivelazione dello Spirito, non deve cedere passivamente a quella più antica (il fiume), anzi deve diventarne il pilastro ermeneutico. Viene dopo e diventa  prima.

La parallela frase di Paolo, spogliata del suo abito immaginifico, vuol dire che una rivelazione nata dallo Spirito del risorto non sarà condizionata da una rivelazione ottenuta mediante il ministero di profeti, come è quella mosaica.[4]

Diventa allora suggestivo collegare la venuta dei Magi al trafugamento dell'Idolo (in Giud.17); e l'atteggiamento sospettoso, denso di remore e di riserve mentali, di Erode richiama  la paura di Giacobbe quando incontra Esaù.

In conclusione possiamo ipotizzare che il nostro racconto annunci la dinamica di questo momento di incontro-scontro. I magi-vangelo gentile vengono a chiedere di conoscere la parte mosaica della storia. Essi rivendicano un rapporto diretto, per via di fuoco, con il 'nato'; tuttavia lo riconoscono re dei Giudei e connesso a tutta la tradizione profetica del gruppo eletto. Vengono infine a raccogliere la memoria della passione e morte di Gesù come agnello pasquale.

La cerniera di tutto sta in quella formula ‘Re dei Giudei’ che rinvia direttamente all’evento della croce e fissa l’area teologica nella quale il passo va inteso.

 

 

4 ) I Magi ed i problemi delle prime comunità cristiane

 Il primo tema che, a mio giudizio, si nasconde sotto la narrazione può formularsi  così: la salvezza viene dai Giudei,  ma i Gentili possiedono già lo Spirito (casa di Cornelio). Essi debbono incontrarsi nell’unica eucarestia nella quale si sommano  l’agnello (cibo pasquale), e i pani  della Cena dei gentili.

La struttura stessa  del vangelo di infanzia di Matteo sembra seguire questa linea.  Ed infatti narrandone la genealogia, Matteo collega Gesù non già ad Adamo, così come fa Luca, ma ad Abramo, cioè al capostipite degli ‘eletti’ intesi come ‘anime risvegliate’ (Abra-am). Un inquadramento che qualifica Gesù come un appartenente al cd.’Popolo di Dio’.

Ma al tempo stesso Matteo, da evangelista ‘cattolico’ qual’è,  ha interesse a chiarire subito che Gesù non è un profeta giudaico in qualche modo prestato alle genti, o rapito da queste ultime per farne il fondatore della loro religione. Con il passo dei Magi dialetticamente afferma allora che il Cristo ha già parlato a tutta l’umanità. E ciò sin dalle origini del mondo quando, rivestito di animicità (to dei linon), egli parlava con Adamo, il che significa che si rivela ad ogni uomo.

Dunque se è vero che il Cristo ha parlato ad Abramo ed a Mosè, prima ancora e sin dalle origini (ecco il plurale che crea scandalo) egli si è fatto conoscere dagli uomini della terra; essi non sono quindi dipendenti dai giudei e dalla rivelazione da essi gelosamente conservata.

Quest’ultima è senz’altro utile e finanche necessaria (perciò bisogna interrogarli), ma le Genti possiedono l’antica scienza (genesiaca) e la nuova sapienza (Spirito) che devono formare un tutt’uno con la rivelazione agli eletti (V.T.).

Con la sua genealogia Matteo inizia così la storia del Cristo dal lato dei Giudei, concludendo che Gesù è nato fra di essi come Verbo (parola); con il racconto dei Magi parallelamente afferma che la sua luce-fiamma, cioè la sua Anima, si è mostrata da sempre anche in terre lontane. L'incarnazione è  dunque un fenomeno che abbraccia tutta l'umanità.

Matteo afferma così qualcosa di inaudito per i giudei: che popoli ignoranti della parola mosaica, hanno anch’essi un contatto diretto ed immediato col Cristo, e assumono di averne visto la Luce-Fiamma. Assumono che questa luce, che li ha illuminati fin dalla fondazione del mondo (Apo anatolon) li segue nel cammino, e li porta verso la piena rivelazione.  E a questa Luce essi sono obbedienti e quindi disposti ad andare per vedere.

Le genti della terra, che sin dalle origini lo hanno conosciuto come anima che dà luce e calore all’umanità, ora apprenderanno quella frazione della traiettoria del Cristo che si è consumata a Gerusalemme, e cioè l’umanità carnale di Gesù (il ‘nato’) sfociata nella passione e morte.

Potranno allora sommare alla loro cena col Dio quell’agnello trafitto e morto sulla croce che da sempre aveva costituito il pasto sacro degli eletti. Allora solo potrà dirsi completa la rivelazione della traiettoria redentiva e salvifica del Cristo che consiste nella Eucarestia.

 

Intendendo in questo modo, diventa chiaro perché coloro che dicono di aver visto la Luce-Fiamma del Cristo al suo sorgere, vengono a interrogare proprio i Giudei. Essi vogliono verificare che la luce da loro vista corrisponde alla presenza divina che i giudei hanno sempre considerato come loro  esclusiva proprietà. Vengono umilmente a bussare alla sapienza teologica di questo gruppo, e al tempo stesso a contemplare l’evento decisivo. Quest’ultimo  consiste nell’incontro ravvicinato con la Divinità del Cristo manifestatasi nella persona di Gesù.

Vengono per verificare come, passando dalla corporeità all’incorporeità dell’anima (morte in croce), egli abbia attestato di essere quella stessa ‘Luce-Fiamma celeste’ (stella) che da sempre ha guidato l’umanità.

La loro fede non è dunque una fantasia, una illusione che nasce e muore nel cuore e nella mente di barbari inesperti di Dio. Come afferma Paolo, i Gentili sono ammessi alla stessa eredità, sono membri dello stesso corpo, e compartecipi delle promesse, in Cristo Gesù".(Ef.3,6).

I Magi prendono così possesso della parte mancante della loro rivelazione:  quella da Mosè in avanti affidata al gruppo eletto (Bibbia); e quella connessa all’evento Gesù che, transitato nella sua animicità, è diventato il Cristo Re dell’universo, il Pantocrator. Egli che da sempre da Signore è stato il ‘Re dei gentili’,  ora è anche ‘re dei Giudei’; il Regno è stato così costruito da colui che viene proclamato  discendente dell’unificatore del regno di Israele, e cioè di Davide.

I figli della Grande Voce che parlava ad Adamo, vengono a conoscere ed ascoltare Gesù di Nazaret; i commensali della Cena col Dio, fatta di pane e vino (sacrificio a Giove massimo), vengono ad adorare il Cristo che si è fatto agnello per cibare il gruppo degli eletti.

Il motivo del loro viaggio è quello di identificare il Cristo esaltato sulla Croce, con la Fiamma celeste conosciuta da sempre anche se con nomi diversi; il loro adorare assume così un significato pregnante, e in questo gesto si consuma l’intera loro missione. Un adorare che tende ad inaugurare quel calice di comunione universale nello Spirito che Gesù, nell'ora dell’orto, chiede venga imbandito dopo di lui, partendo proprio da lui (e non già allontanato dal lui).

 

5 ) I Magi ed il tramonto del gruppo eletto

Ma che cosa trovano a Gerusalemme gli uomini della terra che desiderano vedere faccia a faccia il loro Salvatore?

Il testo di Matteo lascia intendere che si imbattono in un avversario, un diabolos, contornato  dai suoi angeli, che tenta di falsificare il discorso che Dio ha iniziato con essi senza opera di intermediari. Trovano qualcuno che chiede loro di tornare dietro, ripassando sulla vecchia strada del legalismo giudaizzante, perché Gesù rimanga solo un profeta morto, bene imbalsamato dagli oli, e imprigionato da una pesante pietra tombale.

L'evangelista delinea così la posizione dei giudei; una cauta apertura all'inizio, che si tramuta in un rifiuto finale, in un bagno di sangue.

Infatti col racconto dei Magi si viene delineando il sorgere della Chiesa gentile e con essa il  tramonto del Gruppo degli eletti’.

I Magi simboleggiano infatti quegli stranieri che i Giudei hanno sempre temuto ed odiato. E ‘ pur vero che questa volta essi non vengono in nome di un loro Re a pretendere soggezione e tributo, ma per adorare il RE dei Giudei. Eppure nelle loro parole c'è il segno della fine del gruppo eletto; da ora in avanti  essi saranno i primi. Gli eletti si accorgo di tramontare; Gesù ai sapienti ha sostituito gli ‘Operai’ del Regno.

Il senso di questo rovesciamento, di questa alternanza diventa evidente se colto nel particolare momento storico e religioso attraversato allora dal Gruppo degli eletti col quale i Giudei si identificano.

Mentre Matteo sta scrivendo il suo racconto, essi vivono il dramma di sentirsi svuotati della funzione di possessori del Libro, cioè della grande ed autentica Rivelazione divina.  Il ‘Libro’ già era diventato Greco (lo era almeno da due secoli); ora tutti possono accostarsi liberamente ad esso, e nel Vangelo e nella Eucarestia possiedono la Chiave per interpretarlo. I maestri di Israele hanno perduto la loro funzione di ermeneuti, e il connesso potere che li rendeva tanto orgogliosi.[5]

Con l'allontanarsi della Scrittura dalle sue radici semite, si svuotava anche l'idea di un Messia (Cristo) che avrebbe offerto una rivincita al Popolo giudaico. Figure come Teuda o Giuda il Galileo, e con esse tante altre, rappresentavano la drammatica testimonianza del fallimento di una errata speranza del popolo. Un Messia universale, quale quello proposto dal vangelo, era l'esatto contrario di ciò che molti avevano sperato. Era il fallimento di tutta l'epopea dei Maccabei.[6]

La venuta dei Magi, uomini illuminati, pur senza essere giudei,  avverte i Giudei che tutto è finito, e questa 'ferale' notizia produce quella desolazione che Matteo annota narrando dello spavento di ‘tutta Gerusalemme’.

C'è dunque buon motivo perché Gerusalemme resti paralizzata dallo stupore; e sembra di vedere la faccia impietrita dell'uomo che aveva fatto un grande raccolto, ed avendo costruito un nuovo Granaio-Tempio, proprio allora si sente dire da una voce divina: in questa tenebra della croce tu sei tramontato.

Giuseppe Flavio racconta che un soldato dell’esercito romano che assediava Gerusalemme, gettò nel Tempio una fiaccola, ma non con l’intento di distruggere il tempio (che egli considerava anche il suo).  Leggendo teologicamente il testo Flaviano, si scopre che quel gesto tendeva a comunicare agli eletti il Fuoco santo dello Spirito, passato ormai ai Romani, o meglio ai 'forti' (romaici). Secondo Giuseppe Flavio furono proprio i giudei a trasformare quel fuoco in distruzione, mentre il Gentile Tito si rammaricava di tale funesto evento.

Matteo, ricalcando questa scena, sembra voglia gettare in Gerusalemme la fiaccola dei  Magi. [7]

Le gerarchie religiose ebraiche colgono subito che la nuova fede ha sopravanzato la vecchia e che essi sono ormai inutili, visto che Dio parla senza intermediari, a ognuno e a tutti. Ciò era stato puntualmente annunciato; ed i maestri del Libro lo sanno perfettamente. Perciò nel citare la Scrittura essi, senza accorgersene,  formulano un giudizio su loro stessi: sanno che il Re è nella casa del Pane, eppure restano arroccati ai seggi della sapienza della Parola. Ed allora, proprio in questo rifiuto a cercare la perfetta incarnazione del Cristo nella eucarestia, la loro sapienza diventa stoltezza.

Sommando insieme tutti questi dati, si fa chiaro il motivo dello spavento,  l'iniziale interesse di Erode, e la sua sanguinosa reazione. I Magi sostengono che è nato un re gentile che è re di giudea. E' quanto basta a far scattare la molla dell'istinto razziale e libertario, dell'orgoglio religioso del popolo giudaico. La venuta dei Magi e le loro dichiarazioni stupiscono perché giudicano chi non ha saputo cogliere  colui che gli si era accostato.

L’eletto che da sempre aveva celebrato riti che profetizzavano tale evento (agnello pasquale, circoncisione), ora  non sa riconoscerne la presenza; e resta fermo in Gerusalemme aspettando la sua rovina.

 

6 ) I Magi e la nuova elezione

Il tema nascosto nel nostro testo è dunque la  nuova elezione.

Le dichiarazioni dei Magi affermano implicitamente che l'elezione del Popolo è stata superata. Ora infatti Dio parla direttamente con gli uomini di questa terra. Ad essi dà segni inequivoci della sua presenza nel mondo; segni di natura strettamente celeste, che, quando si umanizzano (cena del Pane), compaiono direttamente nelle mani dell'uomo.

E' il Dio che nascose nel fondo della terra una falda freatica (peghe), perché attraverso i pozzi tutti potessero dissetarsi di acqua viva; è il Dio che sempre ha fatto piovere sui buoni e sui cattivi; è il Dio che ora zampilla all’interno del cuore di ogni uomo della terra.

In sintesi, Matteo attesta lo slittamento del favor Dei verso i Gentili. Il suo racconto si colloca in questo momento di passaggio, dal tempio (distrutto teologicamente nell'uccisione di Gesù) alla casa Gentile. In quest’ultima, la comunione dei veri credenti ricostruisce un tempio con pietre vive, e mette come testate d'angolo le pietre del tempio di Gerusalemme, alle quali Gesù aveva chiesto di non restare immobili le une sulle altre, ma di spostarsi nella  marea delle Genti.

La difficoltà consiste proprio nel cogliere la nuova funzione costruttiva della divina rivelazione (Tempio).  Per i Giudei il frantumarsi del tempio rappresenta la fine di un sogno; laddove essa equivale ad un ottimistico dividersi dei costruttori della Torre genesiaca (leggi: agiografi della Bibbia), per andare verso l'umanità e salvarla con la luce della divina Parola.

 

Seguitando a leggere in termini di 'rivelazione', sul palcoscenico della Chiesa,  la scena dei Magi diventa ricca di altri messaggi teologici.

Come già dicevo, il testo non afferma esplicitamente che i Magi formavano un’unica carovana; possiamo anche immaginare che ognuno di essi venne per conto suo, realizzando quanto profetizzato dal salmo che narra di cammelli e di dromedari  che portano cose preziose a Gerusalemme.

Nella loro icona si possono allora intravedere tutti i popoli che hanno visto il Cristo ‘Luce-Fiamma celeste’ e che ora portano all’unico mulino la propria specifica rivelazione; tutti convergano su Gerusalemme. La scena richiama la teologia che il Vaticano II ha solennemente enunciata:

"La chiesa cattolica nulla rigetta di quanto e' vero e santo in queste religioni (non cristiane). essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere,quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verita' che illumina tutti gli uomini " (Nostra aetate.2)

I portatori di questi ‘raggi di verita' (che oggi come  nell'antichità custodiscono la grande Rivelazione di Dio alle Genti) sono orientati dalla luce di Dio verso il centro della terra, verso la mistica Gerusalemme dove splende Colui che è stato sollevato in alto. Tutti vanno verso la croce di Cristo, verso quel Firmamento che pur tenendoli distinti (clero-laicato – cristianesimo ed altre religioni) regge saldamente insieme i due tronconi nei quali si distingue comunque l’umanità, e di ‘due popoli ne fa uno’ nella comunione della Chiesa.

In conclusione, se il nostro testo viene ricostruito sul palcoscenico della Chiesa (di allora e di oggi), si viene formando uno stupendo affresco. 

Nella sagoma letteraria dei Magi, si vedono riunite le rivelazioni dei Gentili. C'è Budda e Maometto; ci sono i Veda e le Upanishad , la Bagavad Ghita e il libro tibetano dei Morti. Tutti libri contenenti tracce della divina rivelazione, con le loro opacità da sciogliere, ma pure sorretti da una autentica fede in un rivelatore che indica le vie della salvezza.

E contempliamo ancora le prime comunità cristiane formatisi intorno alla predicazione (essenziale e non giudaica) di Paolo; e gli uomini che hanno scoperto l'amore e la comunione come valore fondante dell’umana esistenza, ma non hanno ancora compreso il mistero del dolore e della morte, e ne cercano le chiavi  contemplando il crocifisso Re dei giudei.

Tutti vanno a Gerusalemme, perché hanno intuito che la salvezza viene dai giudei  nella persona di Gesù, ma sanno altresì che lo Spirito è stato versato nei cuori di tutti gli uomini della terra.

 

7 ) I Magi e l’eucarestia

Essi hanno avuto notizia della Salvezza universale predicata da un certo Gesù nato da donna, nato sotto la legge, crocifisso e risorto, che prima di patire cenò con i suoi, (come cenano tutti gli uomini della terra) e lasciò loro questa cena come memoriale della sua presenza.

Essi cercano anche quella Cena istituita 'nella notte in cui fu consegnato'. Comprendono allora che questa speciale cena non corrisponde a quella già esistente nella cultura religiosa greca e semita. Essa era solo un sacramento del futuro, qualcosa che Gesù riprese non lasciandola qual'era, ma collegandola al seguito della sua vicenda, e cioè alla sua morte di croce. Essa dunque va collegata indissolubilmente alla pasqua giudaica.

La loro piccola ed oscura Cena, nella quale si esprimeva la loro fede di  essere commensali della divinità, li guida allora con la sua fioca luce (come la lampada fumigante delle cinque vergini pazze di Cristo), verso la croce dove si celebra la speciale e parallela cena per il gruppo eletto.

Nell’icona dei Magi, i greci che avevano intravisto il Cristo nel culto a Giove, vanno dunque a Gerusalemme perché, come dice Giuseppe Flavio in una sua celebre pagina della Guerra Giudaica, sentono il profumo del sacrificio del proprio figlioletto, compiuto da una certa Maria, perché insieme ad essa tutti gli uomini potessero cibarsene. Le prime comunità cristiane che ‘erano assidue allo spezzar del pane’ come a loro Gesù aveva insegnato, ugualmente vengono a Gerusalemme nell’icona dei Magi.

Eccoli allora in viaggio per interrogare e sapere, per incontrare l’uomo della Croce, cioè colui che 'solamente sulla croce', mentre realizzava la sua regalità proprio col morire quale agnello per la cena pasquale del suo popolo, fu qualificato solennemente re dei giudei.

I commensali gentili (che Mosè aveva voluto soci della pasqua), cercano tutti l'ora di tenebra (la stella si spense) e la susseguente luce che illuminava l'agnello crocifisso, per mangiare nel loro ‘pane’ anche quella pasqua degli eletti che la Scrittura comandava si facesse con i pellegrini.

Essi sanno che così la rivelazione è perfetta: la definitiva presenza nel mondo del Cristo consiste infatti nella eucarestia  laddove la cena de Pane  coincide  con l’uccisione e col pasto del Cristo-Agnello pasquale.

 

 

8)  I Magi: il Vecchio Testamento e il  Vangelo

Probabilmente, nel racconto dei Magi, Matteo  affronta anche un tema che formò oggetto di discussione e di eresia nella Chiesa nascente, e cioè il  ricongiungimento della figura del Signore dei Gentili con il Gesù dei Giudei morto in croce.

I primi cristiani dovettero avvertire con forza quanto lo stesso Paolo (seppure con diversa intelligenza) affermava: “Se pure abbiamo conosciuto il Gesù della carne, ora non ci interessa più”. Insieme a Paolo le prime comunità veneravano il Signore glorioso e naturalmente tendevano a dimenticare la morte in croce di Gesù, considerandola come un evento che riguardava solo gli eletti che lo avevano crocifisso. Era un indirizzo teologico che andava corretto.

Sotto altro profilo unificare il Gesù crocifisso col Signore glorioso costituiva una operazione teologica che sembrava implicare l’accettazione da parte dei Gentili della tradizione mosaica, costituita non solo da rivelazioni, ma anche da piatte ed asfissianti regole legali.

Ricorderò che l’eretico Marcione, forse spaventato proprio dalle ‘regole’ invitava a rigettare in blocco l’Antico Testamento. Paolo, avendo invece ben chiaro che non si poteva con ‘le regole’ gettar via anche la Rivelazione, accettava il Vecchio Testamento, confessava il Gesù Crocifisso, ma centrava la sua fede sul Cristo risorto, cioè sul Signore del mondo nella sua interezza.[8]

In questo clima probabilmente Matteo scrisse il suo racconto. E se questa ipotesi è giusta in esso si nasconde ancora qualcosa di molto importante.

 

Se consideriamo i Magi icone delle chiese gentili che hanno come loro patrimonio la cena del pane e del vino  il loro venire equivale ad un prestare il loro atto di fede  alla passione del Cristo; a riconoscere che la cena pasquale mosaica celebrata dagli eletti corrisponde perfettamente alla cena insegnata loro da Gesù. Essi che hanno per compagno il Signore glorioso, vengono ora ad adorare  il crocifisso Re dei giudei. Possiedono la parola spirituale del Risorto (i tre Sinottici) e vengono a riassumere l’antico Testamento.[9]

Proprio dall'incontro (ecco la meditazione unitiva di Maria) di queste due grandi esperienze religiose sarebbe nata la Chiesa, cioè il corpo unico del Cristo, di Colui che 'di due popoli ne fa uno solo'.

Immaginerò allora che la venuta dei Magi è metafora di un avanzamento nei  Vangeli. Fino ad un certo momento essi si erano fermati all’ora dell’orto, e cioè a quel calice di comunione invocato da Gesù per i suoi discepoli presenti e futuri, e a quel ‘alzatevi andiamo’ che aveva come meta la divinità. Ora, dopo essere stati a Gerusalemme,  aggiungono la storia della passione e morte.

Nella sagoma letteraria dei Magi, intravedo allora i tre vangeli sinottici scritti per le Genti, cioè per i popoli che erano e sarebbero stati i vincitori dei giudei; essi vengono a Gerusalemme a offrirsi in dono (anche i doni sono tre) ma anche ad interrogare le Scritture del VT e recuperare l’ora di tenebra della crocifissione.[10]

 

Matteo affida la sua riflessione al racconto sia dell'arrivo dei Magi a Gerusalemme, sia del loro ritorno per altra strada. Molti profili sono altamente suggestivi.

All’eletto Abramo venne incontro il gentile re Melchisedec col suo pane ed il suo vino; ora bisogna portare a Gerusalemme le collette delle parole evangeliche raccolte dai gentili nel giorno del Signore, all'ora della Cena.

 Ai Magi (ora diremo che sono ‘tre’ come dice la tradizione) che giungono ai piedi della Città Santa, viene incontro Davide scacciato dal figlio Assalonne, il maledetto da Semei, il crocifisso re dei Giudei.

Essi constatano allora che il crocifisso re dei giudei si è diviso da Erode, dai sacerdoti e da tutto il popolo; e prendono atto che si è attuata la rivelazione della Genesi: in Gesù la luce si è divisa dalla tenebra; essa proprio brillerà senza tramonto nel sabato eterno.

Contemplando allora la tenebra che va dalla sesta alla nona ora, (come le donne) essi vedono una grande luce che coincide con quella che hanno già conosciuto: Gesù che transita nella sua splendente animicità. "E la stella si fece vedere di nuovo.."

In questa luminosità colgono allora il vero mistero della Croce. Non un’ora  di dolore e di morte senza ritorno, ma l’ascendere del Cristo uomo nel Signore glorioso che essi hanno conosciuto nella Cena. Egli, libero della sua limitante corporeità, fattasi anima immateriale va a sedersi alla destra del Padre, cioè della sua stessa divinità.

Il riaccendersi di quella Fiamma-Luce celeste è così il segno di una fede che è ormai perfetta: Gesù crocifisso è il Signore glorioso; è Dio. Ora, non avendo più bisogno di intermediari, possono tornare alle loro case passando per un’altra via che è quella che li porta al Padre.

 

9 ) La vecchia e la nuova Scrittura

Ma c’è l’altro profilo da considerare: la relazione fra l’antica e la nuova scrittura. Certo quest'ultimo non fu un piccolo problema; abbandonarla non era possibile; Gesù stesso aveva detto che del Vecchio Testamento non doveva cadere né uno Iota né un accento.

Ma Gesù aveva detto parole nuove; bisognava solo trasmetterle oralmente o si potevano scrivere; e la sua stessa storia di profeta poteva trasmettersi per iscritto? Le prime comunità sapevano bene di possedere lo Spirito e quindi di essere voce viva in ognuno dei suoi membri. Ma scrivere era altra cosa; poteva far ricadere nel legalismo giudaico, e cristallizzando la fede nelle formule, far ritornare il credente ad una mera religione.

Scrivere significava ancora mettersi a confronto con quella Rivelazione che era stata autoritativamente fissata da quel Mosè al quale Gesù aveva fatto riferimento. La Chiesa delle origini avvertì questi problemi. Strutturò allora il suo libro centrandolo sulla persona fisica di Gesù, lasciando intravedere nella storicità degli eventi la dimensione animica e divina.

E, al cominciare, se ben intendo, non aggiunse la storia della sua passione perché essa riguardava unicamente i giudei e forse qualcuno  dovette anche considerarla come un degradare il glorioso Salvatore nel quale si credeva e si invitava a credere.

Matteo si muove in questo clima di dubbiosità, e si assume il compito di chiarire che la Chiesa aveva diritto di scrivere il suo vangelo; perché scrivere di Dio competeva non solo ai giudei (popolo del Libro), ma anche ai Gentili. Essi, come il debitore beneficato dal c.d. ‘Fattore infedele’, possono ‘sedersi’ e ‘scrivere’. Presenta allora i Magi come personaggi che mentre portano una rivelazione a Gerusalemme, chiedono lumi alla antica rivelazione. Se il fiume di Edem ha prodotto quattro ‘archè’, da esse proprio il fiume dell’antica rivelazione deve dedurre il suo criterio ermeneutico.

E nell’annunciare  la nascita di un re che riunifica anche il popolo che lo aveva rifiutato, Matteo accolse la rivelazione dell’ora di tenebra (la stella scomparve) e completò il suo vangelo con la storia della passione.

 

Quando i sinottici  aggiungono il racconto della passione di Gesù a quello delle opere dello Spirito culminanti nella Cena dove si mangia la divinità, diventano perfetti  come unico Vangelo della Chiesa.

E, parallelamente, conservando la loro pluralità (come i Magi) attestano che nella Chiesa ci saranno modi diversi di confessare l’unica fede in Cristo (pluralità di teologie e di riti).

Vincenzo M. ROMANO 1999


 

[1] Essi  erano diretti rispettivamente :- all'Africa nera a sud (Marco che per primo fu predicato in Egitto); - ai greci dell'ovest (Luca?); - ai popoli del nord (Matteo?). Forse proprio da qui sono nate le tradizioni del diverso colore della pelle dei Re Magi e di un vangelo di Matteo scritto in aramaico.

In sintesi, con Giovanni che, diretto com'è al gruppo eletto (sacerdotale), rappresenterebbe l'est, cioè il punto in cui nasce il sole, gli altri tre coprirebbero tutta la restante terra. Immagine che coincide con il Fiume che usciva da Eden e bagnava la terra dividendosi in quattro (tre più uno) 'princìpi'.

 

[2] Il testo di Gen.2,10 recita:"..ekeiten aforizetai eis tessaras arxas.." con un uso improprio della preposizione eis che non trova riscontro in altre opere greche. Ne risulta forzata la traduzione : "..Da lì si divideva in quattro derivazioni". Ed è forzata altresì in quanto il termine arxe esprime l'idea della fonte, del cominciare e non del 'derivare'. Dando allora senso teologico al potamos (fiume) come rivelazione di Dio, io propongo di leggere più pianamente: ".. da li <il fiume> si identificava, da unico che è, in quattro sorgenti (di rivelazione) , in quattro poteri..". Cioè ,in altre parole, in quattro vangeli. Per di più il termine arxe vale anche come 'organo vitale del corpo' ,sicché l'immagine ,rapportata a quella del fiume che scorre negli alvei, rimanda ad un sistema (come quello artero-venoso) in cui scorre il sangue della vita. Ma quale era il senso di marcia di questi quattro fiumi che 'sono in relazione' con il potamos dell'eden?. Sono solo delle derivazioni, oppure -come mi sembra più esatto- sono fonti che rifluiscono cioè risalgono nell'eterno potamos ?

Così come è costruito il versetto della Genesi consente ancora di intendere :

 "..Un fiume - esso esce da Edem - per irrigare il giardino, a questo scopo si distingueva, egli che è unico, in quattro fonti...", In altri termini non ci sarebbe un fiume più quattro derivazioni, ma quattro fonti che formano un unico fiume. Immagine che si addice perfettamente ai quattro evangeli che ne formano uno solo : il vangelo.

[3] Noti il lettore che i tre 'sinottici', cioè il vangelo per i Gentili, vantano una loro autonoma rivelazione che non ricalca quella di Giovanni. In quest'ultimo la Parola è tanto dominante, da emarginare, come dicevo, il fatto centrale della nuova Chiesa , e cioè la cena eucaristica. Giovanni è tutto verbo. Ma l'esperienza della cena non può essere perduta: Paolo viene allora a Gerusalemme per chiedere l'autenticazione del suo vangelo, ma, al tempo stesso, continua a rivendicarne l'autonomia. Egli non cambierà la rivelazione che ha ricevuto neppure se fosse un Angelo a chiederglielo. Ed angelo qui sta -io credo- per giudeo convertito. Dio stesso infatti lo ha a lui rivelato.

 

[4] Anche Giuseppe Flavio vanterà una autonoma rivelazione che lo spinge ,senza possibilità di rifiuti, a far comunione con i Romani, per quanto essi si presentino nelle vesti degli invasori. Giuseppe Flavio andrà così ad abitare nella casa dei Flavi a Roma.

 

[5] Una questione originatasi quando la Rivelazione aveva cominciato ad esprimersi in lingua aramaica e non più nell'elitario ebraico, sacrale e sacerdotale. Era poi diventata drammatica nel momento nel quale la Rivelazione era passata nella lingua degli stranieri, e cioè nel greco dell'Ecumene. La Rivelazione nelle forme linguistiche greche ora mutuava  la sua architettura concettuale dal pensiero religioso ellenico. Gli ultimi libri erano stati scritti direttamente in greco. La presenza nella pubblica biblioteca di Alessandria  non costituì solamente un evento letterario, ma il segno divino che orientava ad una visione cattolica del mosaismo, riagganciandolo alla religione di Adamo.

 

[6] E, se Matteo si dovesse storicamente collocare dopo il fatidico Settanta, allora si dovrebbe considerare concluso anche il dramma dell'incendio del Tempio, segno della fine dell'esclusivismo giudaico. Non solo quel 'pazzo' di Saulo, ma anche un uomo di tutto rispetto come Giuseppe ha lasciato il suo popolo e si è chiamato col nome pagano di Flavio. Gerusalemme, conquistata o meno sul piano militare, ha perduto la sua centralità : Roma è la nuova Sion : nome che non va letto più come termine ebraico, ma nella lingua delle Genti. Sion ora dice sia on ,cioè la divina di quelli, ed indica così la Chiesa.

Paolo, nel frattempo distrugge gli ultimi legami della nuova fede con il popolo giudaico, affermando che egli non ha più un grande interesse per il Gesù della carne, perché ha occhi solo per il risorto che inabita i cuori di coloro che lo accolgono. E se valeva poco il Gesù della carne, a fronte dello Spirito del Risorto dai morti, ancor meno valutata era la terra dei Giudei. Quello che era stato il centro religioso della terra diventa destinataria di collette cioè di raccolte nelle quali vedrei più sussidi spirituali dei Gentili agli giudei caduti in povertà, che somme di danaro.

I giudei leggono il loro tramontare nel fallimento dell'operazione di Giuseppe di Arimatea e di Nicodemo, tendente ad imbalsamare Gesù e farne il solito profeta ebraico ucciso ed esaltato nella galleria degli antenati a vantaggio dei giudei viventi. L'immagine di Tobia che seppellisce i morti e diventa cieco per lo sterco della rondine (leggi : parola della scrittura) si leva profeticamente a sanzionare questo duro tramonto.

Gesù infatti è risorto, sbalzando per aria quella terribile pietra che gli avevano piantato sullo stomaco. E la sua non è solo una resurrezione fisica, ma anche una resurrezione letteraria: non bisogna dimenticare che era stata crocefissa la Parola : ed è la Parola che risorge.

In presenza di questi fatti ora il popolo giudaico degenera in quell'atteggiamento che Paolo stigmatizza con toni accesi. I Giudaizzanti, vedendosi privati del titolo di popolo eletto, cercano di sfruttare la loro conoscenza del Libro per sottomettere a se ed ai loro costumi le nascenti comunità Gentili. Da quel momento nasce il problema ancora vivo di un cristianesimo che si riconosce, anche se non lo ammetterebbe mai ufficialmente, come una setta giudaica.

E non a caso uso il termine setta; è lo stesso usato dagli apologisti per indicare i cristiani. Solo che, leggendo di prima mano gli apologisti, si scopre che essi non intendevano difendersi dai pagani; ma contestavano proprio quei giudaizzanti che si erano insediati nei posti di responsabilità ed avevano iniettato nella Chiesa lo stesso lievito sinedriale di cui ancora oggi spesso soffriamo.

Mentre Matteo scrive il suo vangelo, i giudei non sono più il popolo che nella sua privilegiata singolarità si raffronta a tutte le Genti della terra. Ed infatti, centro nuovo della fede è la casa del pane, la bet-lehem , la sia-on che ha sostituito ,secondo come aveva detto Gesù alla Samaritana, il culto del tempio ed i culti dei popoli della terra.

 

[7] La venuta di rivelatori e interroganti è come il cadere della fiaccola che fa scoppiare l'incendio simboleggiato della successiva strage dei figli del popolo giudaico, già profetizzata dalla morte dei primogeniti d’Egitto. Una strage che è segno di auto-evirazione del gruppo eletto che recide la propria vita. Al tempo stesso, l'incendio provocato dalla fiaccola dei Magi in  Gerusalemme testimonia la potenza della nuova Vita. Essa offre i suoi servi-agnelli sopra l'altare della nuova alleanza ed essi, incontrando liberamente la morte, la sfuggono. Celebra cioè un esodo a rovescio: la persona di Gesù fuggiasco si volge a tutti i popoli del mondo a cominciare dall'Egitto.

Gesù sarà 'portato' in Egitto , come Giuseppe dalla carovana degli Ismaeliti (Gentili) per attuare la presenza divina profetizzata nella costruzione di un nuovo tempio nella città del sole, in eliopolis d'Egitto. Ugualmente gli apostoli perseguitati, riparando in Samaria vi porteranno la nuova fede.

 

[8] I Rabbini, specie quelli della congrega di Gerusalemme, avevano infatti trasformato la Rivelazione in un quid di segreto di cui essi solo potevano fornire l'interpretazione (targumim); e in un vero e proprio codice umano di comportamenti. Ed i rabbini passati al cristianesimo portarono con se il loro lievito e divennero così i giudaizzanti.Furono chiamati Giudaizzanti i falsi cristiani che preferivano un profeta morto da commentare e sfruttare , ad un Cristo risorto e partecipato a tutti gli uomini. Giudaizzanti erano coloro che cercavano di seppellire sotto terra il Talento, coprendolo con la lettera ,per ucciderne lo spirito. E giudaizzante è ancora oggi chi vuole leggere la rivelazione di Dio come un mero codice morale da applicarsi direttamente; o considera la Scrittura come un insieme di regole di comportamento, con la conseguenza che interi libri sono dimenticati da chi , leggendo solo storicamente, non sa andare oltre il senso primo del testo.

 

[9] Da Gerusalemme bisognava dunque prendere tutto intero il c.d. vecchio testamento, ma come essenza sacra, come libro dei 'nomi di Dio', un libro cioè strettamente rivelativo. E, parallelamente, a Gerusalemme bisognava portare ciò che i discepoli di Emmaus profeticamente annunciano ai dodici proponendo l'esperienza nuova che essi avevano vissuto direttamente col Risorto, cioè l'esperienza dell'eucarestia.

 

[10] I Magi-Sinottici possono allora recuperare tutto il patrimonio di rivelazione del Gruppo eletto; senza nulla perdere e senza gravarsi delle parole d'uomo che vi si erano sopra stratificate. Sui loro occhi, aperti dallo Spirito, non cadrà più lo sterco delle parole della Rivelazione come su Tobia ; ed essi continueranno sempre a vedere. In questo modo, pur caricati della oscurità della Scrittura (immagine della rondine di Tobia che è bianca e nera) non sono schiavi di essa. Posseggono infatti un principio ermeneutico appreso nella concreta esperienza della cena : quello del servizio di amore.