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II.Cor. 5,16“anche se abbiamo conosciuto Cristo nella carne ora non lo conosciamo più così. Discorsi sul CristoScheda n. 5bSegue: Cristo e il suo piano
Sommario : 1) Il Cristo nella Creazione; 2) I fase: creaturazione del Cristo Dio; Cristo come vita animica creata; 3) II fase: pluralizzazione ed individualità autocoscienti; 4) III fase: Il Cristo redentore nei profeti ed in Gesù; 5) invocare un redentore; 6) Gesù, il Cristo, redentore limitato nel tempo-spazio; 7) I titoli riferiti a Gesù; 8) Il valore vitale del suo morire; 9) Incarnazione nell’uomo, culmine e distruttore del creato; 10) L’uomo-anima e l’Anima-uomo quale soggetto corporativo; 11) Il Gesù animico: tempo fetale ed infantile. La debolezza.
1) Il Cristo nella creazione Cercherò ora di esporre più dettagliatamente il mistero del Cristo e del suo progetto cosmico. Leggere il Vangelo e meditare sulla persona di Gesù, senza aver chiaro questo progetto, è come cercare di individuare i libri di una biblioteca senza averne prima acquisito l’ordine complessivo della catalogazione. Ho già chiarito che proprio ‘il Cristo’ è il presupposto ed il momento cerniera della complessa dinamica costituita da Trinità, creazione, incarnazione, redenzione, santificazione. A fini puramente didattici continuerò a distinguere delle fasi, avvertendo però il lettore che, quando si fa teologia le prime cose da mettere da parte sono l’orologio, il calendario e il metro. La seconda avvertenza, non meno importante della prima, fa notare che la logica a due valori (vero-falso) non è in grado di articolare un mistero superiore, come è quello della Divinità e della Incarnazione. Molti fisici l’hanno abbandonata, e molti teologi la difendono ad oltranza. E veniamo alle fasi della traiettoria del Cristo che, come poi mostrerò, sono puntualmente e letteralmente descritte nel primo capitolo della Genesi.[1]
2) I fase : Creaturazione del Cristo-Dio; Cristo come Vita animica creata Il Cristo increato in quanto ‘Clone’, ‘Verbo’ (Logos) generato dal Dio fontale (uno, ineffabile ed inconoscibile) può dirsi a lui equivalente. Il Cristo creato non lo è allo stesso modo, essendone la ‘creaturazione’, la sua Divinità permane. La Vita Creata costituisce il suo ‘corpo’, la sua ‘tenda’, la sua ‘veste leggerissima’ (sindon), il suo cielo (ouranos). Il Cristo-creato, in quanto divino, ne è la soggettività: è l’io della Vita creata la quale ora è una ed animica. La Genesi attesta che in principio il creato era Vita atemporale ed aspaziale (Tau On =Perfezione-cosa) era, come dice Agostino, materia primordiale immateriale. Questa Vita, con il suo Io unificante, era dunque il Cristo-creato.[2]
Intendendo in tal modo l’inizio, attuato cioè nel mistero stesso di Dio, Creazione e Increaturazione (incarnazione in senso generale) possono allora considerarsi come eventi in qualche modo coincidenti, tenuti insieme dalla persona del Cristo divino, e connessi ad un autonomo divenire, consistente nel ritorno alla pienezza del Cristo increato e trascendente, mediante la santificazione della ‘Veste’, cioè della Vita. Questo ritorno risulterebbe immediato e ineluttabile se il Cristo creato restasse nella sua unità. Ma qui interviene qualcosa di nuovo che in qualche modo cambia le modalità del ritorno. Questo qualcosa è la formazione del molteplice dall’uno pimigenio. In altre parole il Cristo creato depotenzia la sua unitaria animicità primordiale in materia; e, attraverso quest’ultima, si esprime allora una molteplicità di soggetti. Proprio questo moltiplicarsi, poiché ha come finalità l’offrire ai soggetti nascenti la divinità propria del Cristo, costituisce quanto noi esprimiamo nella formula: ‘Egli ci ha creati per amore’. Ed infatti questo mistero (che per noi è fontale), osservato dal nostro punto di vista (molteplice), riguarda ‘il perché’ ciò che era ‘uno’ si è polverizzato in una miriade di soggetti, fra i quali anche gli uomini. Riflettendo allora che il Cristo offre ad ognuna di queste particelle dell’unità primordiale la sua dimensione divina, è lecito concludere che egli ha permesso tutto ciò perché ci voleva simili a Lui. Egli ha permesso che la nostra nascita rompesse la sua pacifica unità perché ci voleva figli e fratelli e non schiavi e servi. Ma, come i nostri figli possono usare negativamente l’autonomia e la libertà che i genitori concedono loro perché essi diventino adulti, così i soggetti nati dall’unico Cristo, in quanto dotati di libertà, possono negarsi alla comunione, e quindi ‘dividere il vestito del Cristo’ (Animicità). Bisognerà quindi convincerli a convergere ‘in unum’, ma senza far violenza alla loro libertà che è presupposto ineliminabile di quella santificazione alla quale il Cristo tendeva quando consentì di frazionare la sua unità. Si evidenzia così una sezione del grande divenire del Cristo, sacramentata dallo svolgersi della storia di Gesù (che è il Cristo), ed esposta nei Vangeli ad uso di noi uomini renitenti. Come la Genesi, così i Vangeli vanno allora letti non solo come cronaca delle gesta dell’uomo Gesù, ma quale storia del Cristo.
3) II fase: pluralizzazione e individualità autocoscienti Come dicevo, per amore, seguendo il suo piano (quello cui fa cenno Paolo), il Cristo fece si che la Vita immateriale ed unica delle origini (sua veste-corpo) si concretizzasse in materia (principium individuationis) e si segmentasse in modo da far nascere una pluralità di esseri individuali sempre più complessi (cinque giorni genesiaci), culminanti infine nell’uomo pensante (sesto giorno). In questo senso diciamo che in Cristo (e non ‘in Gesù’) noi fummo creati. Questa creazione originaria, situata ancora nella dimensione animica, era un Cosmos ordinato e felice; era cioè quel VII giorno che, nella II storia della creazione diventa il Giardino delle delizie. Era dunque qualcosa di già pronto per la sua divinizzazione. In altre parole, la Divinità che passeggiava nel Giardino era proprio il Cristo-creato, animico, aspaziale, atemporale, immateriale ed uno; sicché ogni successivo momento della creazione doveva come dice Paolo, attuarsi ‘En Cristò’. Ne consegue che il formarsi della materia, la pluralità dei soggetti, la personalizzazione, ed infine l’uomo, altro non sono che dinamica cristica. E’ questo il senso profondo di quegli inspiegabili sei Giorni della creazione narrati nella Genesi e che, intesi correntemente come restauro di un inspiegabile caos primordiale nascente dall’azione creativa di Dio, risulta difficile accettare.
Si evidenzia allora una grandiosa verità che costituisce il fondamento della fede cristiana: ogni essere umano è la viva presenza del Cristo e gode della sua potenza.[3] A mio giudizio, l’entusiasmo di Paolo deriva proprio dall’avere colto questo meraviglioso e terribile fatto. Egli comprende di essere una autonoma porzione del Cristo e di essere quindi in qualche modo un dio con tutta la sua onnipotenza e onniveggenza. Per intenderci, si pensi alla particola eucaristica (che, quale divinità incarnata, non serve ad essere solamente vista e toccata come accadde per Gesù), la quale viene assimilata alla corporeità ed all’anima per consentire all’uomo di assimilarsi alla divinità.[4]
4) III fase : Il Cristo redentore nei profeti ed in Gesù Nella fase della materializzazione e della segmentazione si verifica un incidente consistente nell’opposizione degli ‘io’ singoli e transitori alla struttura unitaria della Vita. Essi si illudono di sottrarsi all’unità costituita dall’Io di Cristo; ed allora, per essi, il creato si spezza ed impazzisce, ed a loro appare preclusa quella strada di unità cristica che porta verso l’Origine e cioè verso la divinità del Cristo-increato. Tutto ciò viene narrato attraverso i racconti del Giardino e di Caino e Abele. Nel primo infatti, all’Io del Cristo l’uomo preferisce la guida del suo io carnale e transitorio (serpente), e crede poi di potersi nutrire della scienza del bene e del male acquisibile nella propria mondana autonomia; nel secondo la pluralità degli esseri umani, avendo perduto il punto di forza e di comunione, altro non possono fare che uccidersi fra loro. Inoltre, la dimensione materiale (Caino) non trova di meglio che negare l’anima (Abele), come pericolosa concorrente della singola e vantata autonomia esistenziale. Questo incidente non ha naturalmente la forza di impedire la realizzazione del ‘piano del Cristo’; tuttavia implica l’annientamento delle individualità formatesi nell’unica Vita. Esse, nella cennata metafora della musica sono come le note che si traggono fuori dal pentagramma del Cristo. Ad ucciderle è proprio la loro transitorietà, che prima era in grado di sussistere in quanto si ancorava al Cristo. La morte, cioè la ‘transitorietà’ che si illude di autofondarsi, entra così nel creato e vi può regnare sovrana perché anche l’assentarsi di una sola ‘pecorella’ può rompere l’unità del gregge. Paolo dice che ‘per un sol uomo’ la morte entrò nel mondo; e Gesù conclude che bisogna lasciare le 99 pecore per cercare la centesima che si è allontanata. Tuttavia essa, pur non essendo in grado di arrestare il divenire cosmico e divino del Cristo, in quanto attiene alla precarietà della creatura umana, attua rispetto a noi la chiusura fallimentare del processo di pluralizzazione innescato dal Cristo per comunicare a tutti la propria divinità. In altri termini l’uomo può distruggere se stesso, ma non può fermare il divenire del Cristo.
La causa e la modalità di questo incidente consiste nella assolutizzazione dell’io mondano che presume di apprendere dal ‘legno’ (leggi ‘libro’ o ‘scettro’) la sapienza della Vita e crede di farsi dominus del bene e del male. Di conseguenza, come ho già detto, la contesa (eris in Esiodo; Caino ed Abele nella Bibbia) spacca la molteplicità, nata da un atto d’amore, e rompe l’unione dell’umanità. Da ciò deriva che non si trova più chi si faccia servo perché l’altro viva; e il creato diventa entropia, così come attesta la Genesi: “Ma la terra era non vista e non strutturata”. La morte della separazione divide così il mondo in forti e deboli, in chi tramuta il proprio vantaggio di iniziazione nel mistero della Vita in un geloso bottino, e se ne serve per dominare sugli altri più ‘piccoli e poveri’. Una continua vicenda di sopraffazione che ritorna su chi l’ha esercitata: ‘Chi di spada ferisce, di spada perisce’; chi divide morirà nella solitudine della divisione attuata.
Si comincia così ad intuire che se il Cristo vorrà amarci anche da peccatori, e al tempo stesso rispettare la libertà delle singole individualità (ché altrimenti dovrebbe rinunciare al suo obiettivo di divinizzare il tutto), dovrà rivolgersi ad esse e in qualche modo convincere gli individui a riscoprire la comunione. E’ richiesto dunque un nuovo atto di amore che intuiamo del tutto gratuito, posto che il Cristo potrebbe autonomamente continuare la sua strada verso il ‘Padre’. La Redenzione è condizionata così dal rispetto della libertà dell’uomo, quel patrimonio che il Cristo non vuole toccare perché proprio su di esso intende costruire la divinizzazione dell’uomo e del creato. Paolo farà eco dicendo: “Geme la natura nell’attesa…della libertà dei figli di Dio’. In particolare Egli dovrà chiedere ai forti, cioè agli iniziati alla Rivelazione, (eletti), di lasciare il loro arrogante e fatuo potere e porsi a servizio dei deboli.[5] Se anche questa soluzione verrà rifiutata, il Cristo si rivolgerà ai deboli (anime spente), e ad essi offrirà la sua forza. Allora, da sconfitti sul piano umano, quelli si tramuteranno, da feriti ed umiliati, in vittoriosi: ‘Noi stravinciamo in forza di Cristo’.
5) - Invocare un RedentoreProviamo ora a riflettere ancora più a fondo sul Cristo ‘redentore’ della distruzione attuata dall’uomo della Comunione primordiale. Un profilo che nella sua continua attualità mostra come il cd. Peccato Originale è una realtà che appartiene al nostro ‘oggi’. Nella dimensione esistenziale l’uomo fa subito esperienza della inanità di tutti i suoi sforzi per una composizione pacifica della interminabile ed inestinguibile tensione esistente nel mondo; le forze umane e materiali che si muovono nel creato tendono infatti egoisticamente a prevalere e non fanno sconti. Prima o dopo anche il più ottimista deve rendersi conto che il fallimento di ogni suo sforzo è ineluttabile. Nel cuore di ogni uomo, seppure in modi diversi, nasce allora il desiderio di un Redentore, l’invocazione ad un Qualcuno che venga a risanare il fallimento. Come può immaginare l’uomo questo restauratore? Più spesso lo intuisce come un alieno al mondo, dotato di una forza tanto grande da imporsi a quelle mondane, da debellarle fino ad intronizzarsi quale Re illuminato del tutto. E’ la soluzione più semplice, ma ha il torto di ridurre l’uomo ad un cane al guinzaglio del Re.
C’è poi una seconda maniera di configurare il restauratore del mondo; coglierlo cioè come il risvegliarsi della potenza della Vita, uscita dalle mani del Creatore, che è in ogni cosa, che tutto anima e tutto fa procedere. Chi così intuisce, vedrà il Restauratore come riscossa della forza vitale, come l’affermarsi ab intra dell’Io del Cristo, Io di unità di tutto il creato; come vittoria dell’Abele (anima sotterrata) sul Caino che si illude di essere uscito vincitore dallo scontro. Ed allora, anche se nella professione di questa fede non viene usato il termine ‘Cristo’ (perché chi la confessa non lo conosce o non riuscito a comprenderlo intellettualmente), non si può dire che costui non stia dal lato del Cristo. Gesù lo mise nettamente in chiaro quando disse: Chi non è contro di me è con me. Una frase questa che non va intesa come un voler raccogliere indiscriminatamente, come un volersi fare comodo leader di coloro che non prendono posizione. Gesù aveva chiaro di essere ‘il tutto’, sicchè tutti sono in lui, e restano esclusi solamente coloro che volontariamente si traggono fuori. Se questa è la speranza totale, gli uomini saranno redenti proprio in quel Cristo nel quale furono creati. Egli verrà dal profondo stesso dell’uomo (in interiore hominis habitat veritas), a nessuno sarà estraneo, non opererà come un alieno, non agirà con violenza. Egli, lasciando integra la libertà dell’uomo, metterà in moto quelle forze unitive primigenie che la sua presenza garantisce attuali e gestibili da parte di ogni essere umano, e che senza dubbio saranno vittoriose. L’apostolo Giovanni potrà allora dire: ‘Voi avete vinto il mondo’.[6]
Ecco allora profilarsi, nelle vesti del Redentore, il Cristo che si fa uomo in Gesù e che diventa la cerniera tra l’economia creaturale e quella divina, fra il tempo del ‘Cristo-Padre’ e del ‘Cristo-Spirito’. Ma questa presenza, prima di diventare totalizzante nella persona di Gesù che è tutto il Cristo, si manifesta attraverso personaggi della storia che, occasionalmente e per uno scopo determinato, lo incarnano sopra la terra. Sono i Re ed i Profeti, cioè soggetti deputati a costruire e reggere l’unità (ecco la radice sacrale del potere regio), o a rivelare il ‘piano’ del Cristo. Gli eventi che si costruiscono intorno a questi personaggi (libri storici e profetici) non vanno quindi letti come cronaca umana, ma come metafora della grande Rivelazione e della Presenza (schekinà) del Cristo.
6) - Gesù il Cristo, Redentore limitato nel tempo-spazioIl Cristo che da sempre regge ed anima il creato, si manifesta ora in Gesù nella forma più bassa dell’umanità; egli che ‘uno’, egli che è ‘comunione’ (Agape) assume le vesti della individualità e della separatezza. Diventa uomo singolo, verme della terra.[7] Questo Gesù, ‘verme’ che striscia sul suolo, è dunque il Cristo tutto intero; e gli evangelisti sottolineano allora come il credente debba riconoscere la sua potenza dietro questa grande povertà che, lo ribadisco, consiste proprio nell’assunzione della precaria individualità umana. Ed allora, per una sua corretta individuazione, alla domanda che essi pongono sulle labbra stesse di Gesù: ‘Chi dicono che io sia?’, rispondono con una molteplicità di ‘titoli’.
7) I titoli riferiti a GesùA me pare che, se si evita di farne un calderone, essi mostrano chiaramente l’articolazione del mistero di Gesù; ed infatti: a ) l’espressione ‘Figlio dell’uomo’ indica l’aspetto terrestre (esistenziale) di Gesù chiuso e limitato nelle strettoie del tempo e dello spazio, componente della razza umana, presente nel mondo e fra gli uomini con una dimensione individuale corporea ed animica, e quindi comunque ‘creata’. Proprio rispetto a quest’ultima viene annunciato che ‘il Figlio dell’uomo’ risorgerà dai morti; coinvolgendo così in questo evento anche la sua corporeità, cioè la sua storia. Ed allora chi crede in Gesù, essendo cosciente di essere solo un figlio d’uomo, si rassicura scoprendo che un altro uomo ha superato la morte ed è transitato nella immortalità dell’anima. L’espressione ‘Figlio dell’uomo’ inquadra poi Gesù in quel gruppo di eletti che nella Genesi (VI Giorno) sono simboleggiati dall’unico ‘Uomo’. Più specificamente, questa qualità (di iniziato alla Verità) viene espressa dalla locuzione ‘Figlio di Davide’ che coagula su Gesù il peso della missione, affidata a chi è più avanti degli altri, a formare il Regno visibile; e ciò a prezzo di una sofferenza che viene resa metaforicamente nel racconto dalle traversie sofferte da questo re. b ) L’espressione ‘Cristo Signore’ lo autentica come il fondamento e la vita stessa del creato. In questo senso egli è il ‘Principe del mondo’ che ha potere sopra ogni sua forza (miracoli). c ) Il titolo di ‘Figlio di Dio’ annuncia la divinità di Gesù, strettamente connessa al ‘Regno di Dio’; esso completa il quadro dei cd. ‘titoli’, che sopporta distinzioni ma non divisioni. Chi non legge in questi titoli il mistero del Cristo, naturalmente sarà portato a considerare Gesù nient’altro che ‘il figlio di Giuseppe’, oppure ‘un profeta’ tra i tanti ; ed è quanto per lo più accade ancora oggi. Ed in ogni caso avrà difficoltà a riferirgli una dimensione divina.
In conclusione a me sembra che per intendere la persona di Gesù bisogna impostare il discorso dall’alto, cioè dalla grande traiettoria del Cristo Creato il quale, partito dal Cristo-Dio-increato, a lui ritorna: il processo cioè si innesca dall’alto e non dal basso del peccato dell’uomo. In questa ottica risulterà allora ancor più corretto dire: ‘il Cristo è Gesù’ ( e non ‘Gesù è il Cristo’); Il Verbo divino è Gesù (e non Gesù è il Verbo divino). Tutto ciò non è possibile coglierlo quando si parte dalla mediocrità del ragionare umano; questo mistero deve essere rivelato dall’alto. Lo affermano gli evangelisti che fanno dire a Gesù: ‘Beato tu Simone di Giona perché non la carne ed il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio’; ed ancora nella affermazione finale di Tommaso: ‘Signore mio e Dio mio’ convertibile nell’altra: ‘Cristo-uomo mio redentore e Cristo-Dio mio divinizzatore’. Questa affermazione segue la piena rivelazione di Gesù e viene pronunciata solo dopo che egli (come Noè) ha mostrato al discepolo le sue divine intimità (costato).
8) - Il valore vitale del ‘morire’In questa dialettica apertasi nel cuore dell’uomo, che per un verso ama se stesso nella sua carnalità, e per l’altro avverte la nostalgia di Dio e vorrebbe dare spazio al Cristo che abita in lui, si fa largo un percorso solutivo: recuperare la propria dimensione animica fontale, passando attraverso la morte. Il Cristo, che costituisce l’Età dell’oro, la pienezza della Vita, si fa presente in Gesù per suggerire di accettarlo il continuo morire dell’esistenza ed entrare così nell’eone dell’anima. Un accettare la morte senza riserve, fino a farne la propria struttura personale (vivete come se non viveste); fino a rinunciare a quel se stesso (io) transitorio ed ingombrante che sembra incedibile, sapendo di transitare stabilmente e integralmente nella dimensione animica. Quest’ultima solo occasionalmente si riesce a godere mentre si esiste, ma si godrà proprio nella morte che, coincidendo con il pieno risveglio dell’anima, mostrerà come è possibile spiccare il folle volo della divinizzazione.
Gesù, in quanto legato alla transitoria dimensione corporea, dovrà dunque sparire dall’eone del tempo e dello spazio che, inteso per sé, è solo apparenza. Si spiega allora il paradossale desiderio di Gesù a che ciò accada presto, per consentire alla sua anima di legarsi allo Spirito che lo seguirà, e che costituisce la terza forma di presenza di lui Cristo. Alla Maddalena Gesù risorto ripeterà: non mi trattenere nel mio ascendere al Padre. Non trattenere me Anima che ha inglobato in sé la pluralità della creazione, ed ha confermato nella stabilità dell’unità questa labile esistenza. Non mi trattenere, fermando il mio procedere, ma lascia che quale Cristo io resti tra di voi in un modo diverso: nella eucarestia. Con la sua costante presenza eucarestica, il Cristo garantirà allora che ‘in sua compagnia’ (Emmaus) è possibile procedere nella via dell’esistenza (strada) e poi, ‘andando oltre’, si potrà riguadagnare quello stadio anteriore al formarsi delle individualità materiali (molteplice) fonte di divisione. Si potrà guadagnare quella unità conviviale nella quale la sua stessa divinità è cibo capace di trasformare. Si potrà tornare ad essere anima singola, ma ora sveglia, vivente. Lo stato iniziale del creato era (ed è) quello animico, immateriale, capace di gestire cioè la pesante materia della terra, fino a fare spostare i monti. Nel racconto di Emmaus Gesù Risorto (che è il Cristo) mostra questa dimensione diventando immateriale e scomparendo, pur restando presente come pane spezzato. Viene così rivelato che la strada verso la vittoria cosmica consiste nell’andare oltre, nel passare dall’eone della materia e del tempo a quello dell’anima. La porta, il passaggio è proprio quella morte diventata solamente dolore e paura. Originariamente Dio la volle come dolce dormitio per il transitorio e precario io umano; come parto indolore di quella propria individualità animica, liberamente costruita nella materialità della storia.
La divisione del mondo viene dunque vinta dal Cristo partendo dal suo interno, nel rispetto totale della libertà dell’anima. Perciò Gesù precisa: Io non sono venuto per comandare; il mio regno non è di questo mondo di materia; io sono il Cristo-Anima, principio di unità delle realtà immateriali e materiali, visibili ed invisibili. Dopo di me verrà lo Spirito della santificazione. La resurrezione di Gesù mostra così ai discepoli che la storia umana, (corporeità e tempo), senza perdere la sua specifica qualità (..avete qualcosa da mangiare..), viene riassunta nell’eone eterno ed immateriale dell’anima: all’io terrestre si sostituisce un eterno ed immateriale ‘Io sono’ al quale lo Spirito può volgere l’ultima proposta da accettare in piena libertà: diventare cioè simili al Cristo divino. In conclusione, il segreto della redenzione del mondo viene annunciato come uno spostamento di campo (dall’esistenza alla vita animica); e che esso è attuabile da chiunque, per debole che sia, in quanto si comincia ad attuare mediante un qualcosa che inerisce ad ogni essere umano: la morte.
9) -Incarnazione nell’uomo, culmine e distruttore del creatoChi ha sperimentato dentro di se questa strada, e pone la sua fiducia in questo iter cosmico, ritiene conseguente che il Cristo, unica Vita primordiale presente in ogni forma del molteplice, si faccia presente anche nella natura umana, momento culminativo ma anche distruttivo della molteplicità personalizzata. E poiché quest’ultima si esprime in ogni singolo uomo, comprende perché egli abbia assunto la consistenza di un essere qualsiasi, di uno tra tanti altri: sia diventato Gesù di Nazaret.
Chiariamo questo punto. Come ho già detto, l’azione del Cristo prevede un momento di ‘molteplicità’ ed un momento nel quale questa pluralità di esseri giunga ad un culmine costituito dalla ‘coscienza individuale’. Ma, come ho già accennato, entrambe queste dimensioni, che rendono il Cristo Padre di una molteplicità di figli ai quali donare la sua divinità, era previsto in una maniera del tutto diversa da come noi oggi la sperimentiamo, e sulla quale, per di più, interpretiamo la divina rivelazione. Sappiamo ciò proprio meditando la persona di Gesù, cioè del Cristo umanizzato. L’uomo perfetto destinato ad essere Figlio di Dio, non doveva essere una individualità gelosa di se stessa, chiusa su di sé, isolata; non a caso la prima e fondamentale regola morale detta dal Cristo creatore fu: “Non è bene che l’uomo sia solo”. Era previsto che l’uomo guadagnasse la sua statura adulta unendosi al ‘femminile’ cioè alla molteplicità. Una unione specialissima che, come insegna la persona di Gesù, andava liberamente costruita trasformando la propria singolarità in reale sintesi di tutto il creato. In una parola facendosi Signore-Re di esso, così come lo è Gesù. E’ quanto solennemente dichiariamo battezzando un bambino. L’uomo voluto da Dio era un essere corporativo che poteva dire di sé quanto Gesù affermò: “Io Sono: la Via, lo splendido molteplice,[8] la Vita”; in una parola si rivelava come essere immortale ‘Io sono’ e in quanto tale come un essere corporativo. In me, egli affermò, trova unità il mondo creato. [9]
10) - L’uomo-anima e l’Anima-Uomo quale soggetto corporativoSi è dato troppo peso ad una scialba imitazione della vicenda umana di Gesù, riduttivamente colto in chiave di perbenismo borghese; si è avuto allora paura di riferire all’uomo le qualità che Gesù ha riferito a se stesso e che vengono correntemente intese come fondate sulla sua divinità. A me pare che Gesù disse di sé un qualcosa che noi dobbiamo riferire a noi proprio perché egli parlava da Anima ad anime. Perché in quelle espressioni rivelava a noi la natura e la dimensione operativa dell’anima, quando essa, senza perdere la realtà del corpo e della storia che egli produce (resurrezione dei corpi) diventa la struttura fondante dell’essere umano. “Voi farete miracoli più grandi dei miei”, Prima che Abramo fosse io sono”, “Io sono la via, la Folla divina, la Vita”: questo lo statuto dell’anima, e questa la prima meta dell’ascesi cristiana. La prima e non la massima, in quanto oltre la dimensione animica (che è pur sempre creaturale) c’è quella divina, sommamente superiore e di fatto indicibile con parole umane. Chi ridesta la propria anima ha certamente potere su quella materia che è una sua forma depotenziata di espressione. Egli può dire di sé: Io Sono, cioè partecipo dell’eone che non soggiace al tempo ed allo spazio (vita eterna); io costruisco la mia anima mediante le opere della mia carne e quindi sono da me stesso la via; io sono il signore dell’intero creato, perché sono io stesso la Vita nella sua interezza; incorporo ed unifico (nel mio io) tutto il molteplice che in me diventa uno e splendido: Conclusivamente posso dire, nel Cristo creato, di essere, come lo è Lui, l’unigenito figlio.
L’Anima-uomo è tutto ciò a patto di non innamorarsi della sua bellezza; di non cedere all’impulso luciferino del ‘Di-abolos’ (il due volte infantile = l’io esistenziale = serpente genesiaco) di trasformare il mondo a suo piacimento, esercitando egoisticamente il potere animico (pietre trasformate in pani); oppure di vantarsi della immortalità (gettandosi indenne dal pinnacolo del tempio); o ancor peggio farsi Dio a se stesso (adorami!). Gesù è il Cristo che si fa uomo, ma uomo corporativo, uomo non sposato con una singola donna, ma ‘contornato di donne’; uomo che ha come sposa la ‘Chiesa’, cioè la totalità del mondo; uomo che dice di se: ‘Io sono in voi e voi siete in me’. Se questa è la dimensione della sua individualità, letta in senso positivo, essa diventa paradigmatica per il discepolo che vuole farsi ad immagine del Maestro. Questa a me sebra la vera e piena imitazione di Cristo.
11) - Il Gesù animico: tempo fetale e infantile. La debolezzaQueste precisazioni ci permettono allora di affermare che il Cristo si esprime pienamente e totalitariamente in Gesù fin dal primo momento del suo concepimento, intendendo con questa parola il momento nel quale, comunque lo si intenda dal punto di vista fisiologico, egli comincia ad appartenere al genere umano. Non solo il bambino, ma anche il concepito (brefos) è il Cristo-uomo. Proprio per attestare questa verità, gli evangelisti formularono il vangelo di infanzia e narrarono gli effetti della sua presenza fin da quando era nel seno di sua madre (Visitazione). Se avessero presentato direttamente un Gesù adulto, avrebbero dato adito ad errate valutazioni. In particolare il lettore avrebbe potuto pensare che l’agire di Gesù si fondava sulla volontà e sul pensiero dell’uomo carnale e non sulla sua intrinseca dimensione ‘Cristica’. La teologia di ‘Gesù bambino’ ed ancora più quella del ‘Gesù feto’ (poco approfondita) sono fondamentali per riappropriargli la dimensione ontica di Cristo.
Considerando questa sua struttura ontica, e valutando correttamente la sua qualità ‘corporativa’, il fedele trova allora giusto che Gesù, operando e parlando come un uomo qualsiasi, si rivolga a tutti e garantisca il risveglio dell’anima a coloro che credono in lui; e che chieda a tutti di unirsi in Lui facendosi servi del tutto: egli è infatti Signore e dà la Vita; egli è quel Cristo che, al suo sparire dalla scena del tempo e dello spazio, si manifesterà come Eucarestia. E comprende ancora che la via del Cristo non poteva essere quella della supremazia fondata sulla forza; ma quella della pace e dell’unione fondata sulla debolezza; che coerentemente egli, dopo essersi rivolto nei secoli, attraverso i profeti, ai dominanti (forti), chiedendo loro di farsi umili servi dei deboli per riportali alla comunione del Cosmos, ora si rivolge ai deboli (Gentili). E, rendendoli suoi commensali, ed imbandendo per loro come cibo trasformante, la sua stessa divinità, egli li avverte che, senza dipendere più da nessuno, potranno diventare ‘sapienti’, potranno essere i ‘forti’ (Romaioi). Ogni singolo uomo diventerà un ‘Israele’ cioè una ‘persona ora solare’ (Is ra El). Così la sua Chiesa, cioè il suo corpo, si forma nella Galilea delle Genti, nasce cioè dall’intera umanità.
E perché i ‘primi chiamati’ (eletti) non si perdano, in quanto anch’essi sono espressione dell’unica Vita primordiale e quindi corpo del Cristo, il Cristo-uomo, cioè Gesù, li andrà ad incontrare nella loro città (viaggio a Gerusalemme). Ad essi testimonierà la sua ‘debolezza unificante’ fino a consentire loro di rendere il suo ‘transito’ (che doveva essere dolce) una morte dolorosa. Ad essi proporrà di lasciargli uno spazio nella loro Cena; e, non essendo stato invitato, si farà parte della loro mensa come Agnello da mangiare. Ed infine, conclusivamente, perché nessuno manchi alla pienezza della sua ricapitolazione, li inseguirà fin nella morte (discesa agli inferi).
Questa dinamica si ripete continuamente nella storia, nella vita del singolo e delle comunità; essa non tende a conseguire successi umani, ma è sempre e comunque vincente, perché è sostenuta dalla forza del Cristo. Vncenzo M Romano
[1] Come anticipazione, fra le varie possibili letture dei primi versetti del cap.I della Genesi, suggerisco al lettore una diversa versione del testo che viene correntemente letto: “E la terra era vuota ed informe, e la tenebra sopra l’abisso. E spirito di Dio andava sopra l’acqua. E disse Dio: sia la luce e la luce fu. E vide Dio la luce come cosa buona.”. Compitando diversamente traduco: “Ardi! E lei, quale materia, era principio di visibilità e principio di struttura. Lei totalmente oscura. Ma lo Spirito si muoveva sul liquido fluente di Dio e disse: Che Dio diventi un mortale. Lo divenne. Da uomo, egli che è Dio, sperimento il ‘Fuoco’ perché legno destinato ad ardere.” Oppure l’ultimo versetto: “E l’essere mortale conobbe lo Spirito; egli come un dio. Perciò (è) un’anima-Fiamma: perché è legno atto ad ardere.”
[2] Con il termine ‘o logos’, Giovanni indica il Cristo divino che, quale Clone di Dio, è presso di Lui ed identico a lui. Questo stesso termine, proprio in quanto indica un manifestarsi, può indicare però anche altri momenti della struttura trinitaria del Cristo increato e poi di quello creato. In questo secondo caso il termine può anche compitarsi come: olo-goos che dice la pienezza della voce dai toni profondi. [2]
[3] E’ questa una acquisizione scontata per noi che leggiamo dal bel mezzo, cioè dalla angolazione del peccato, della redenzione e della santificazione guadagnata da Gesù Cristo. Ma proprio per questo motivo essa finisce col perdere la sua capacità di coinvolgerci. Sembra un regalo ricevuto più che la nostra stessa struttura ontica.
[4] Parallelamente si comprende il suo ‘orrore’ per il peccato; un orrore che non gli deriva dalla contrarietà ad una norma estrinseca seppure proveniente da Dio, ma dalla sua stessa profonda, indistruttibile dignità. Paolo può allora comprendere l’inferno non come un carcere divino, ma come il fallimento della propria divinità. E Pietro, pur sbagliando, gli fa eco quando intuisce che quel Gesù, con cui è abituato a convivere, è il Cristo; ed allora gli dice: Allontanati perché io sono un peccatore. In altre parole, Pietro cerca la scappatoia della sua piccola umanità perchè ha paura di riconoscersi in quella cosa meravigliosa che è l’uomo, quell’uomo che è stato elevato al di sopra degli angeli. Proprio per non sperimentare questo dramma di lacerazione, o di totale abbandono nel Cristo, molti preferiscono avere come unico punto di riferimento la persona fisica di Gesù; di coglierlo nel suo isolamento di individuo storico, di ‘altro’ rispetto alla nostra esistenza. Preferiscono, come già dicevo, essere ‘Gesuiti’, cioè collegati con una Incarnazione intesa come evento passato e lontano nel tempo. Il Cristo, sempre attuale e coinvolgente, fa ancora troppa paura. [5] Questo primo intervento viene descritto nella storia di Abramo sagoma di chi, lasciando la sicurezza di quanto possiede, accetta farsi cittadino del mondo e camminare nella logica unitiva del Cristo.
[6] Questa vittoria sul mondo è il senso teologico dell’espressione ‘Chi non prende la sua croce e mi segue non è degno di me’, letta correntemente come un invito a subire e soffrire la cattiveria del mondo. L’uomo è il Cireneo che si è caricato del patibolo come ‘giogo’ pesante che opprime; Gesù lo invita a seguirlo non nella via dolorosa, ma nella sua ascensione sul ‘palo’, sulla scala che porta alla divinità. Se il male è opera dell’uomo e grava sulle sue spalle, il Cristo offre due progressive soluzioni: la prima è quella transitoria della ‘beatitudine’ (redenzione); la seconda è quella della divinizzazione finale. L’invito cioè suggerisce di portare (seguendo Gesù) così in alto l’umano patibolo, lungo il ‘palo’ che sale alla divinità, da formare il mistico ‘Tau’ della perfezione divina.
[7] Contrariamente a quanto pensiamo, dominati dal nostro antropocentrismo, l’incarnazione del Cristo, cioè la sua umanizzazione non è un risalire rispetto alla increaturazione, cioè alla sua presenza nella realtà del mondo. Non bisogna dimenticare che l’umanità nella quale il Cristo si umanizza è qualcosa di negativo; è il ‘Topos del rifiuto e della deviazione’; è un diviso coacervo di io che hanno rivendicato la loro autonomia rispetto al Cristo anima del mondo. Ne consegue che, proprio facendosi uomo il Cristo si ‘fa peccato’, sicchè il suo ‘caricarsi dei peccati del mondo’, non è l’effetto di una scelta occasionale ma un evento ontico. A questo si riferisce Paolo quando afferma di preferire di essere anatema al Cristo pur di salvare i suoi fratelli. Farsi ‘anatema’ a Cristo significava per lui identificarsi con Gesù che entra nella deviazione per riscattarla tenendola legata alla sua anima (ouranos); di Gesù che si anatema a Cristo. Proprio facendosi uomo il Cristo si carica del peccato in quanto accetta,egli che come Cristo è il perno della Vita, di farsi individuo con tutta la sua separatezza; uomo distinto dagli altri che non ha una spalla amica dove posare il capo. La singolarità di Gesù lo equipara all’uomo che Esiodo definiva come il ‘Tumore’ della terra. Non a caso il primo racconto evangelico chiarisce che la battaglia iniziale è diretta proprio contro questa dimensione individuale, che tenta di asservire tutto a sé ed al proprio io transitorio (il demonio). Questo mi sembra il primo significato delle tentazioni diaboliche nel deserto e questo è anche il punto in cui il Vangelo chiarisce che l’anima del Cristo non viene sporcata in questa sua kenosi e, resistendo alla tentazione, resta in compagnia di tutte le anime: gli angeli infatti lo ‘servivano’.
[8] Chiarisco che ‘Aletheia’ va letto, come faceva Platone nel suo Cratilo come ‘Ale Theia’ che permette di intendere: ‘La folla splendida’, ‘L’andare divino’, ‘lo slancio divino’ etc.
[9] Ciò consente di leggere la santità in una maniera ben diversa; non già un individuo che diventa santo, ma un uomo che ingloba in sé tutto il creato e lo rende buono come egli è buono. Sicchè, invocare l’aiuto di un santo equivale a chiedergli la coscienza piena di essere già nel suo mondo nel quale non c’è dolore e morte.
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