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Pacomio – l’Angelo le loro incomprensibili lettere
Ricerca della Verità e commento umano Dal mio maestro di diritto e di avvocheria appresi a non lasciare troppo spazio agli avvocati di parte avversa e quindi, tra l’altro, a redigere ricorsi e citazioni molto brevi, sintetici fino al limite del criptico. Ne risentiva ovviamente lo stile che a volte rasentava i limiti di un corretto periodare italiano. Come poi divenne mia abitudine, prima di inoltrarlo, leggevo al cliente il ricorso preparato per lui (il cliente i fatti li conosce meglio dell’avvocato); e avvertivo talvolta, seppure inespresso per motivi di rispetto e di riservatezza, un suo sfavorevole giudizio sulle virtù letterarie della mia opera. Una volta accadde che fu presente alla lettura anche la moglie dell’interessato, docente di italiano nei licei, ed a quest’ultima, dopo aver subito una prima e una seconda censura al mio periodare, dovetti far notare che nel foro non vale il buon italiano, ma gli argomenti giuridici e ancor più la tattica espositiva; che quegli avverbi che le sembravano pleonastici, nascondevano precise riserve o sbocchi in argomenti che l’avversario non avrebbe potuto agevolmente contraddire perché li avrebbe conosciuti solo nello scambio finale delle contrapposte argomentazioni. Da allora, per non perdere tempo (ne avevo poco) mi informai prima della qualità dell’ascoltatore e chiarii preventivamente le mie finalità, pregando di verificare unicamente i fatti. Vi starete certo chiedendo perché mai vi racconto questo momento della mia esperienza forense; vi rispondo che ne vivo una del tutto identica quando espongo una mia tesi al ‘dottore della legge’ di turno. La mia esegesi va in cerca di una divina rivelazione, ma egli mi ascolta parametrandola su un buon greco letterario, o su una certa visione storica e filologica. Sbaglierò pure, ma mi sono convinto che la paralisi progressiva degli studi biblici e patristici dipende non poco da questa deriva storico filologica che mi ha guadagnato il silenzio supponente ed il sorriso di sufficienza degli amici accademici quando leggono le mie ricompitazione di testi sacri dell’antichità. Poi, per caso, ho incontrato Pacomio al quale, si dice, che un angelo abbia rivelato (e con lui anche a Cornelio) un misterioso linguaggio sacro, servendosi del quale il nostro Abate compose undici lettere che il grande Girolamo considerò degne di essere pubblicizzate e tramandate nella traduzione latina che si affrettò a comporre. Dunque testi significativi ed importanti i suoi, ma assolutamente incomprensibili a tutti coloro che credono ad un linguaggio manifestativo e che sono abituati a leggere da linguisti, storici e filologi. Testi che i documentati redattori di opere monografiche o antologiche sulla patristica, liquidano in breve spazio, aggiungendo, come si usa fare, contorni densi di erudizione i quali, se pure saziano il lettore poco accorto, gli fanno concludere di non aver capito un bel niente del testo perché chi ne scrive non la ha saputo spiegare. Affascinato da queste ‘lettere’, con una buona dose di cattiveria, ho pensato che una volta tanto i miei silenziosi interlocutori sarebbero stati costretti a deporre le loro armi usuali, e misurarsi con me sul puro significato da attribuire loro. Ho cercato così di decodificarle al fine di mostrare che la tecnica che utilizzo per comprendere la Bibbia (Vecchio e Nuovo Testamento) non è poi tanto peregrina e forse può vantare almeno un antenato (in realtà sono tanti) che già l’applicava nel IV secolo.
Chi era Pacomio? Ma veniamo al dunque. Nato nel sud dell’Egitto il 292 e morto il 347, Pacomio viene considerato il fondatore del cenobitismo, cioè della vita religiosa vissuta in un convento (cenobio), secondo una specifica regola. A lui si attribuisce la redazione di una prima regola, che gli sarebbe stata consegnata da un angelo, e che ebbe grande influenza nello sviluppo del monachesimo. Essa fu tradotta da Girolamo in latino. [1] Dicono che fu anche sottoposto nei suoi ultimi anni di vita al giudizio di un sinodo di vescovi locali e si salvò per l’energico intervento dei suoi monaci. Alcuni lo considerano un avversario del grande Origene, ma si sospetta che nei suoi conventi fossero conservati libri gnostici. Né può considerarsi un masso erratico nell’ambiente culturale, dal momento che prima di lui (meta del II sec.) aveva operato un grande assertore del ‘linguaggio sacro simbolico’ e cioè Tolomeo (gnostico). Inoltre il simbolismo, condannato dalla Chiesa del tempo, fu seguito dai giudei cristiani dei primi secoli, poi dai cristiani palestinesi nel IV secolo, dai monaci dell’Egitto e finanche nella Roma imperiale (Testa).
Le lettere Esse, come dicevo, sono praticamente incomprensibili quanto al significato complessivo ed alla finalità; ed a volte finanche nelle singole espressioni. Sono poi caratterizzate dal singolare inserimento di ‘caratteri’ che possono considerarsi come cifre alfabetiche simboliche o anche veri e propri numeri, dal momento che i greci esprimevano i numeri con le lettere dell’alfabeto. Girolamo tradusse queste lettere (undici o dodici) in latino e noi le abbiamo conosciute in questa lingua fino ai nostri giorni. Da ultimo però sono stati scoperti gli originali greci e di essi ora mi servirò.[2] Come si legge nella traduzione latina, esse tendevano a ‘comprendere i misteri delle lettere’ e ‘conoscere gli elementi dell’alfabeto spirituale’. In ordine alla prima, ma riferendosi a tutto il corpus epistolare, Girolamo annota: “In essa (Pacomio) parla secondo la lingua rivelata ai due (anche al destinatario Cornelio) da un angelo; ma di cui noi udiamo il suono, del resto non possiamo comprendere né la forza né il senso”. Il Testa [3]crede che “questa ‘lingua sacra’ non era una formulazione magica senza senso, ma solo un alphabetum mysticis tectum sacramentis (Gennadius). Per l’iniziato era realmente pieno di altissimi concetti comprensibili.”.
La seconda lettera Venendo dunque ai testi, voglio premettere un saggio di traduzione dal greco [4] perché il lettore possa direttamente verificare la fondatezza dei miei giudizi sulla loro comprensibilità. Preciso che, per evitare di inserire caratteri greci, indicherò in italiano le singole lettere inframmezzate al testo. Dove non è possibile, perché manca la corrispondente nell’alfabeto italiano, mi servirò del loro nome corrente.
Lettera II – versione Cremaschi “ Ricorda che ti ho scritto O nella lettera a causa di T perché sta scritto. Ricorda e scrivi ‘Eta’ a causa di S, perché sta scritto. Non è ‘Csi’ O? Y è K. In tutte queste cose ricorda e scrivi P ed I affinché A sia ben scritto nella grazia di quelli che abitano nelle altezze. M non è O? K è T. Apri la bocca e lavati il volto, perché i tuoi occhi vedano e tu possa leggere distintamente le lettere. Bada a te stesso. Non scrivere D sopra F perché non si consumino i tuoi giorni e si esauriscano le tue acque . Ricorda e scrivi ‘Teta’ e R così che il R sia ben scritto.”
Non credo di dover suggerire ancora qualcosa al lettore. E’evidente che la lettera non significa un bel niente. Resta però il fatto che Pacomio la scrisse, Gerolamo la tradusse e la Chiesa l’ha conservata! Il concorrere di questi dati mi invita ad una estrapolazione che espliciterò in forma interogativa. Mi chiedo: si può, negli studi biblici e patristici, continuare a battere quel nefasto percorso nel quale, per fare un esempio, si muove la medicina paludata? Quello cioè di considerare eccezione da espungere dalla ricerca tutto quanto non riesce a spiegare; ed usare, per coprire la magagna, termini come ‘remissione spontanea, fatto occasionale, suggestione et similia’. Oppure, con una comoda proiezione nel futuro, affermare spocchiosamente: ‘lo spiegheremo domani’; una soluzione questa che permette di non mettere in discussione quei sistemi acquisiti su cui i ‘paludati’ hanno costruito la loro fama. Questo ‘domani’ a me risulta un ‘oggi’, dal momento che una soluzione ce l’avrei. ‘C’è a chi piace, e a chi non piace’ diceva in un celebre sketch il grande Totò, concludendo: ‘A me piace!’. E mi piace perché, come dicevo all’inizio, dimostra che la tecnica che utilizzo per portare a galla la rivelazione biblica del Cristo, annegata in una presuntuosa ricerca di storie umane, forse era proprio quella utilizzata dai Padri, e quindi anche dalla Chiesa docente. In breve, io credo che in queste cd. lettere non c’è nulla di magico, ma solamente un testo ‘coperto’ da alcuni piccoli elementi diversivi.
La ‘copertura’ del testo - ipotesi Se la mia lettura è corretta, posso ipotizzare che l’autore (Pacomio) utilizzò due escamotages: a) In qualche parola egli isolò artatamente un carattere; e lo fece in modo da non evidenziare questo distacco. Infatti le lettere che residuavano a detta escissione, unite insieme, formavano un’altra parola di senso comune. Ad es. se voleva dire ‘corto maltese’, egli scrisse ‘C orto, ma L tese’; b) Si servì poi di caratteri puntati (come ad es. ‘S.’ per ‘Santo’) che, per chi conosceva la Scrittura, rimandavano intuitivamente ad una parola usata in quell’universo linguistico. Così ad es. Psi per dire Anima (Psuxè). Presumo poi che Girolamo, che certo non traduceva i testi pacomiani per puro spirito enigmistico, e che secondo me ne comprendeva bene il senso, inventò (o recuperò da altri) la natura epistolare degli scritti del nostro abate. Me lo suggerisce il fatto che nel testo greco non vi è intestazione e che il termine ‘epistolè’ contenuto nel passo si può leggere ‘epi stolè’ (cioè: sopra il rivestimento). Questi specchietti di allodole hanno resistito, se la mia tesi è esatta, fino ad oggi, coprendo forse quello che mi sembra piuttosto un trattatello unitario sulla interpretazione della Scrittura, e\o una qual forma di iniziazione di un monaco o di un sacerdote. Uno scritto (vedi più avanti l’ultima lettera) che suggerisce di utilizzare i testi scritturistici (Parola di Dio) in modo da farli concorrere a formare un discorso su Dio. In breve, si parla del Cristo facendo parlare il Cristo (Verbo), e lasciando all’agiografo unicamente la libertà di aggiungere qualche erratica ed isolata lettera. Una scritto che non può vantarsi di essere un ‘Saggio’ (un qualcosa cioè strutturato dallo scrittore umano) ma vuol solo essere un insieme di proposizioni distinte, da meditare singolarmente (come le antifone), e che ricavano la loro unità non dalla struttura letteraria, ma dall’unico mistero esposto: quello divino. In questa ottica, il lettore viene invitato a cercare l’insieme attraverso la meditazione di singole verità (solo di ciò è infatti capace). Un che di complessivo egli lo potrà recuperare solo nel suo cuore e nella sua continua adesione. In questo modo ciò che letterariamente può apparire slegato, asindetico, si trasforma in unitario atto di fede.
Poiché non ho interesse e tempo per verificare questa articolata ipotesi, ma tendo solo ad evidenziare l’esistenza di un ‘linguaggio sacro’, lascio ad altri tale obiettivo. Una scelta questa che giustifica anche i molti limiti del mio lavoro; l’aver operato cioè per campione (trascrivo la traduzione solamente della prima, seconda ed ultima lettera); l’aver omesso le molte altre letture che si possono ricavare; il non aver aggiunto note giustificative o di commento; ed infine l’aver proposto versioni che meriterebbero molto più dei quattro giorni che ad esse ho dedicato. In breve, poiché ho altro cui attendere, mi limito a segnalare una via che mi pare percorribile e feconda di soluzioni.
La II lettera da me tradotta in italiano La versione è pedissequa e accentua solo la specificità teologica di qualche vocabolo; ad es. traduco ‘Frangia’ (oa) con ‘Filatterio’. Va intesa tenendo conto che i singoli vocaboli hanno una loro densità teologica derivante dalla Scrittura, e quindi dicono molto di più di quanto esprimono nel linguaggio materno o letterario della grecità. In questo senso, come ora dicevo, il testo può considerarsi come una ‘scaletta’ che sostiene una catechesi, e come un continuo rinvio (in termini di deduzione o di esplicitazione) a testi dell’Antico Testamento (mi par di scorgere al fondo una certa polemica Marcionita). Per fare un esempio la sequenza fonematica ‘ofthalmoi’, se sviluppata in ‘ofth-alm-oi’ invita a riflettere su quei ‘volatili’ (non uccelli) che stranamente nascono dal ‘mare’. Ed orienta a considerare che, dalla marea degli uomini, salgono al ‘firmamento’ gli immateriali e volatili pensieri. Una notazione: chiarisco (in ordine di comparizione) il significato che ho attribuito ai caratteri isolati che si considerano inseriti nel testo: Zeta = Zoe, cioè Vita; Gamma = Aghios, cioè Santo; Kappa = Kurios, cioè Signore; Psi = Psuxé cioè Anima; Iota = Iesous, Gesù; Alfa = Uno, Principio; Chi = Xristos, Cristo; Lambda = Logos cioè il Verbo; Ro = Romfaia sequenza fonematica che implica un Ro = 100 e quindi ‘il tutto’, ed ‘omfaios’ che significa ‘voce profetica, oracolare’. Tau = la perfezione come aggettivo e sostantivo. Infine il ‘Teta’: questa sigla veniva apposta sulle liste dei condannati per indicare quali dovevano morire, quindi significa ‘segnato a morte’ e derivativamente il ‘mortale’. E’ il simbolo specifico di Gesù in quanto uomo ed in quanto condannato a morte. Ambivalentemente può indicare anche ‘Theos’ cioè Dio, ma credo che proprio la semplicità del rinvio a ‘Theos’, è stato utilizzata da Pacomio per deviare il lettore superficiale dal senso proposto. Anche a costo di sembrare pedante, ripeterò infine un avvertimento che considero decisivo: il lettore badi al contenuto teologico delle espressioni, e non al fluire della prosa, o ai suoi caratteri estetici. Per attuare questo fondamentale cambio di ottica (che risulta quasi impossibile quando si opera sui troppo noti testi evangelici) tenga presente che se, nel nostro caso, rigetta per motivi estetici e letterari la mia traduzione, o ne dovrà trovare una migliore, o dovrà contentarsi del testo incomprensibile che prima gli ho proposto. Che se poi preferisce dimenticare il tutto e tornare a ciò che faceva prima, si consideri veramente un fortunato; ha infatti ricevuto il dono di saper lasciare per strada le difficoltà e proseguire imperterrito sulla sua strada.
E veniamo alla traduzione che purtroppo non posso garantire mi sia stata suggerita dallo stesso angelo di Pacomio. “O Agnello fa ardere per me ciò che è ‘Suo’ (la Scrittura). Perché scrivere le Cose divine? Dissi a me stesso. Non sono forse Vita? Poiché Santo è il Signore Uno, e suoi l’agnello, il servo, il calice (di comunione), tu rammentalo e, da anima, cibati del ‘Suo’. Per essa (Scrittura) venne Gesù. Perché il Principio fosse presente, il Cristo delle cose sublimi e veneratissime, quanto allo Scritto Antico, a me e non a te, rivelò come strumento (ermeneutico) una ‘fune da traino’. Il Signore (è) sopra di te. Suvvia, aprila la perfetta Parola; e suvvia pulisci ciò che appare; e così i (pensieri volatili) apparsi dal mare vedranno chiaramente le parole visibili del Santo Nous come cose da gettar via. ‘Fune da traino’ a Lui (è) il Cristo ‘in sé’, non la mera lettera; Gesù in quanto Logos la sovrasta (la lettera). O Pane, o Fior di farina, guarisci chi è destinato a morire. In questo modo (si ha) un Calice per la ‘Dolce’ (ficaia). Via, le tanto vantate parole comprensibili; Via! Spariscano! Rammenta e mangialo da anima il ‘Suo’. Separa ciò che è destinato a finire, e il Principio diventa una visione perfetta. Il Santo, ‘Grano-Vigna-nido di volatile’, contempla se stesso come Antica Parola (oppure: Parola del Terzo Giorno), il 50 (Spirito) (guarda) la Vita, perché (è) perfetta e totale (100) profezia.”[5]
La prima lettera Ho preferito cominciare dalla II lettera perché più breve e più esemplificativa in ordine alla tesi che voglio suggerire. Darò ora la mia traduzione della prima (alla quale alcuni manoscritti legano la seconda come un tutto unico), e lascio al lettore interessato di cercarne la sottostante compitazione, che al momento per brevità tralascio, ma che è a disposizione di chi intenda approfondire l’argomento. La versione è sostanzialmente letterale; ho solo messo in costruzione italiana i periodi.
“Egli uomo, egli che è per te il punto di ‘passaggio’, il tanto grande mortale, egli per te, al cominciare, (fu) il Principio che si rivela visibilmente. A te essere umano, a te filatterio criticone, Egli proprio ha donato, quale servo per l’alto, un Calice di perfezione, in forza del quale tu profumi di Lui. Perché possano crescere le divine realtà di coloro che appartengono al Cristo, tu realizza l’Opera. Perciò, nel Figlio, fu invitato a cena colui che sta sull’altra sponda (gentile). Egli che costituiva l’unità per i primi (6) giorni; egli che qui giù è il venerato Logos, egli proprio venne all’inizio quale Logos che desiderava te, fino a diventare per te una fune da traino; ecco un verme. Quale Figlio, il Cristo rivelò 100 disponibili profezie; ed al di fuori le dilatò (nella veste letteraria). Per poter subito giungere a te, l’oracolo del Cristo è grande perfetta Voce; punto di incontro era il ‘contenitore’: un disastro, guai! per chi potrebbe salvarsi. O filatterio degli ‘Unici’ voglia il cielo che tu ti renda simile a Lui (Gesù) che lì stava come una Fonte, come uguale ‘veste’ (corpo). Allora era presente, quale Cristo, il santo Figlio, splendido filatterio, egli che è il salvatore dell’arco posto fra le nubi. Per me, per i ‘cittadini’ (eletti) il suo Calice, il suo Pane. Tu sollevalo all’eterno il santo Cristo; come suo vicario leva all’alto il tuo carme, e celebralo il suo Memoriale. Certamente non per essere dimenticato è presente il Perfetto Vivente. Il Vivente è la meravigliosa Festa; poiché egli è per la sua ‘Dolce’ (scrittura), in alto si levino i cibi quotidiani del Cristo che le appartengono. Del ‘contenitore’ gerosolomitano questo proprio rigetta: il rivestimento (letterario); per te prendi ciò che vi è custodito. Lo dico forte: in ogni senso (Gesù), il segnato a morire in quanto Ictus rosso, costituiva l’intima rivelazione e quindi la Grande Voce. Il ‘rivestimento’ (letterario) è cosa dell’insaziabile (eletto); allora essi lo espressero. Tu invece, tenendoti lontano da quanto non è coeso, segui una via diversa: (quella) verso l’alto. Eleva te stesso; ecco (come Gesù dalla croce), mediante la celebrazione festiva, soffia lo Spirito. Per l’alto, egli approntò quel Palo che appartiene al ‘sesto’ (eletto). Da perfetto vivente delle Genti, invia le preghiere, che sono i loro ‘carri’, mediante l’agnello che ora è Cosa Perfetta del Cristo (eucarestia). Esse, come si conviene, unite insieme, offrirono la Cena-Parola del Cristo; e i ‘Doni’ (eucaristici) erano la perfezione di quella lì (Chiesa) e fonte di letizia. In questo modo, tu ecco conosci da saggio il 50 (lo Spirito), il triplice Cristo dell’oscurità del Genesi. Hai gli strumenti. Egli, servendosi della ‘Via’ (Torà) disse cose meravigliose. Che il Cristo, allora (era) Gesù, venga per questo. Tu manda a chiunque un rimedio. Per la terra appena nata egli era una pioggia; tu manda l’Aurora (della resurrezione). Attraverso me c’era la Grande Voce; attraverso te il Servo del Cristo Principio ed Uno, di lui perfezione. Perciò egli Agnello-Servo è il 50 (lo Spirito). Il Figlio non va dimenticato; egli proprio è invitato a cena; e lui in persona è subito presente per mettere in comune la Perfetta Cosa (eucarestia). O canale di Cristo!
Fu allora che egli comprese quanto gli compete, la sua specifica funzione, così che attraverso di essa si arricchisse l’unità. Le Scritture sono la perfezione; un unico disegno ciò che sopravanza il rivestimento (letterario). Su di te soffiava il Logos che in ogni senso è Gesù. Accogli con favore il Genesi coperto da comprensibili versi. Allora, (i volatili pensieri) quelli apparsi dal mare, e quanto sta al di sotto, ed ogni altra cosa che riguarda il Padre, il 50 (Spirito) Salvatore, questo proprio ti appartiene.
Qui di seguito viene da alcuni collocata la seconda lettera già ritrascritta. Si comincia così a delineare quel discorso unitario che ho intravisto e che mi suggerisce di considerare il tutto come un testo di iniziazione ai misteri della fede e ad un corretto approccio al Vecchio Testamento. In questa ottica propongo la mia interpretazione dell’ultima lettera.
L’ultima lettera Essa comincia con una frase che espone forse il tema dell’intero corpus pacomiano: la confusione deve finire perché Gesù ha riportato l’unità nella divina rivelazione ed ha offerto la sua Cena divinizzante. Io la rileggo come segue:
“Il disordine era destinato a finire. In te, o mortale, è presente il Servo, il Calice, l’Anima dei deboli. Tu in ogni cosa, mediante l’Agnello, attiva la perfezione. Su ciò che passa, tu procura, come veste, il Cristo. Essi arderanno. Solleva te stesso! O Spirito (della Pentecoste) fiorisci! Per ogni cosa c’è il Signore, Principio, Spirito. Allora, lo Spirito Principio di lui, fece inaridire la sua ‘Vigna’. (Ora) la Sapienza è presente dove è presente il Signore, lo Spirito. L’unica cosa degna di essere contemplata è lo Spirito, il Santo, la Perfezione. Poiché in te si manifesta positivamente il Signore, tu abbi il (sacro) timore di Gesù, del Gesù-Scrittura. Tu dai pace, in questo tempo di attesa, a Lui Salvatore, Anima, uomo. Signore risorgi! Perché dormi?
Voi, o 70 (tu o Antico Testamento in greco) appartenete ai suoi perfetti, ai suoi sapienti (eletti). Un palpitare del cuore sopraggiunse. Levando alta la voce, tu, quale capo, assimila te stesso all’Agnello, levando alta la voce. Lo slancio è il grande maestro di quelli che gli appartengono. Che io mi levi in volo; tu o Cristo mandami come un amico. Quando in qualche parte doppiamente si arde, è un evento gioioso diventare oggetto di giudizio da parte di Cristo Salvatore. O Splendente, anticipatamente se ne rallegra un figlio saggio.
Egli disse: O servo della Grande Voce, ciò che tramonta è certamente patrimonio dell’insensato: per i ‘suoi’ (c’è) Quello del perfetto amore. Perciò l’abito dell’Ardente appartiene a chi è veramente semplice. Egli perdette ogni tracotanza. Egli ritiene che non (è) proprio del Canto lo stare rinchiuso in un recinto. Tu fallo ardere 100 volte. Il Salvatore, Padre, uomo mortale era (libero) Vento dell’Alba (di resurrezione); per te egli è Pane sacrificale. Colui che parla è risorto; egli troverà pace nel parlare del saggio.
Accettami così o Signore; guardami dall’alto! Gesù sta in alto; tu partendo dal silenzio (stai) vicino ai saggi o Perfezione; dona riposo a questo tempo di attesa (40). La 70 (VT) fu abbandonata. Per me venne il Logos; perciò o Salvatore, suscita presso di me il ‘Giglio’. O Salvatore egli anche (sia) un capo, per poter conoscere, con l’aiuto di un sapiente, l’avvicinarsi del Santo.
Non credo di poter trarre conclusioni. Sarebbero premature. Le tirerà chi vorrà verificare la mia ipotesi, se la ritiene credibile.
[1] Girolamo: ‘SS.PP. Pachomii et Theodori epistolae et verba mystica’ PL. 23,68. 91-106 (da Testa). [2] Editi da H Quecke ‘Die briefe Pachoms’, Regensburg 1975. Alcuni testi sono stati accorpati.
[3] ’Il simbolismo dei Giudei Cristiani’ Fraciscan Printing press, Jerusalem 1981 pg.78 ss. [4] Lisa Cremaschi: ‘Pacomio e i suoi discepoli- regole e scritti’ Ed. Qiqajon [5] Il testo della I lettera da me ricompitato (ho integrato graficamente le elisioni per comodità del lettore) suona così: Amne, moi On eue. Dia tota, oti gegraptai, moi h, ou ke estin Zoh. O aGioj estin Kurioj En tou te oij paj In mnhsqhti kai gra, yuxh, On. Hke # Ihsouj. Ina to Alfa genhtai kalwj, ge gramma enon, enth i Xristoj ari-titwn uyhlwn moi h ouk ej tin. Kurioj ej tin. T. anoicon to stoma, sou, kai niyon to prswpon, sou. Ina oi ofq-alm-oi sou blepwsin ka iana aGiou N% ista grammata. Kalwj proj E Xristoj ej eaut% -mh grafh- IS Logoj epi fin. Amh, pala, iw Q. Wj In # hmer# sou. Ka ita audata, sou, oligwqv. Mnhsqhti kai gra, yuxh On. Q krine. Alfa ghenetai T orkh. Alwj aGioj e gramma enon lv. N Zohn o Romfaia T. |