Home  
 
La vita
   
I lavori già pubblicati
   
Articoli vari
   
Articoli vari
   
Contributi
   


 

Teologia

 

Cristianesimo

 

Esegesi

 

Cristo

 

Sacramenti

 

Chiesa

 

Incarnazione

 

Maria

 

Sacra Scrittura

 

Pastorale

 

Patristica

 

Kabbalah

 

Talmud

 

Autori Greci

Nel giorno della mia ordinazione sacerdotale, come primo modesto contributo alla predi­cazione dell'Eucarestia –  Aversa, 7 - 2 - 1970

 

dalla Messa del  7 - 2 - 1970

“Fratelli, non è per me un vanto predicare il van­gelo, ma una necessità. Guai a me se non predico il van­gelo! se lo facessi di mia iniziativa, avrei diritto alla ricom­pensa; ma se non è di mia iniziativa che lo faccio, vuoI dire che è un incarico che mi è stato affidato. Quale sarà dunque la mia ricompensa? Quella di predicare gratuitamente il vangelo, senza usare del mio diritto nel vangelo. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono tatto tutto a tutti, per salvare in ogni modo qualcuno.

Tutto io faccio per il vangelo.” I Corinti 9, 16-19. 22-23

 

(Salmo 131)

Signore, il mio cuore non è gonfio di orgoglio,

i miei occhi non hanno alterigia:

io non cerco di fare grandi cose,  né cose più grandi di me.

Ho represso e placato il mio cuore

come un bimbo al collo della madre

come un bimbo appena svezzato tale è la mia anima.

Ripongo in Dio la mia speranza, ora e sempre.

 

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Prima o poi, c'è un momento nella nostra vita in cui si pongono dei perché ai quali non possiamo dare risposta. Dei perché che, anche nel più ottimistico dei futuri, la scienza dell'uomo non potrà mai chiarire. Più andiamo avanti e più si apre avanti a noi il mistero dell'universo ed il mistero di noi stessi: un mi­stero che aumenta con il crescere della nostra fame di verità.

Per quelli che hanno fame di sapere chi siamo, dove andiamo, perché il dolore, perché la morte, per questi la Chiesa ha una risposta, ha una uscita. Questa risposta, questa uscita, questa salvezza, non è idea, o illusione, ma una persona, Gesù  di Nazareth, l'Uomo-Dio, il Cristo

Per chi non si pone tali problemi, o tenta di an­negarli nella banalità della propria giornata, questa rispo­sta non ha senso ed il discorso deve per il momento chiu­dersi qui. Le parole che seguono sono quindi, con tutti i limiti propri di un discorso umano, per di più diretto ad una generalità di persone, una proposta di riflessione.

 

Un dato di fatto che ognuno può verificare in sé, è quel senso quasi di invidia che si prova verso chi ha trovato, verso l'uomo che ha fede. Eppure in ognuno di noi c'è già pronta una risposta di fede se sappiamo essere autenticamente sinceri con noi stessi, e rifuggiamo dagli infingimenti.

La voce dello Spirito di Dio nel profondo della coscienza parla ininterrottamente. Nel rispetto della nostra libertà ci insegue con un amore costante e paziente: re­spinto ritorna, scacciato bussa di nuovo. Ci segue in tutta la vita come Gesù accompagna­va i discepoli di Emmaus, prima come amico di viaggio, poi come maestro, fino allo spezzare del pane, segno e prova più alta del suo amore.

Ed il nostro bisogno di cercare, nel suo più in­timo senso, non è forse il modo umano di avvertire que­sto amore insistènte di Dio? Nella nostra ricerca a volte ci fermiamo ad un primo punto, cioè all'idea di Dio; a volte invece andiamo più oltre. Se questo Dio è sentito solo come qualcosa di lontano, di assolutamente ed infinitamente diverso da noi, che significato concreto può avere nella nostra vita?

Cercando una risposta a questa domanda, sco­priamo in fondo a noi stessi un desiderio: in un momento qualsiasi del tempo e dello spazio questo Dio deve toccare la nostra umanità, essere sì tutto differente, ma anche tutto simile.

Chi cerca con cuore sincero nella storia dell'uomo questo incontro, prima o dopo si troverà faccia a faccia con Gesù di Nazareth, Colui che ha detto di essere Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo; Colui che ha detto di essere il ponte attraverso cui la nostra umanità rifluisce in Dio e la divinità rifluisce in noi.

Nella nostra vita concreta abbiamo sin dall'in­fanzia incontrato Gesù di Nazareth; questo è un fatto. Ora, uomini adulti, per accettarlo o rigettarlo, per poter dare una risposta di fede pienamente umana cioè liberamente cosciente, lo interroghiamo, gli chiediamo le sue creden­ziali.

 

Gesù di Nazareth non compare sulla scena del mondo improvviso ed inaspettato. Egli è colui che un intero secoli come il liberatore, il messia, Cristo di Dio.

Il popolo dalla lunga attesa è quello ricordato nella Bibbia. Leggere la storia di questo popolo, quella che egli stesso ha scritto per migliaia di anni, è come ascol­tare un colloquio continuo fra Dio e gli uomini: Dio, che si rivela agli uomini suscitando profeti che parlano in suo nome; e gli uomini che riuniti dalla voce di Dio, via via prendono coscienza di questo suo piano di salvezza.

La Bibbia è la storia dI questo colloquio, è la tra­scrizione, sotto i veli del mistero, di questa storia che porta l'uomo a Dio e che quindi ben può chiamarsi storia della salvezza.

 

Questo popolo nasce da Abramo, un uomo qualsiasi al quale Dio inizia a parlare e che Egli chiama fra gli altri, in modo diretto e personale, così come chiama e chiamerà sempre ognuno di noi. Abramo ha fede, accetta questa parola di Dio rischiando contro ogni speranza umana: da lui nasce così un gruppo che nei millenni continua il dialogo con Dio. E Dio progressivamente si rivela sempre più chia­ramente come un Padre, il quale, amando infinitamente i suoi figli, li vuole a tutti i costi partecipi alla Sua Vita eterna.

La Bibbia è così la storia dell'infinito amore di Dio e della proterva resistenza dell'uomo che abusa della sua libertà; dei tanti patti di amicizia che Egli offre e che ­l'uomo continuamente rompe.

Questa storia di infedeltà si scontra drammaticamente con l'amore del Padre, il quale, per non violare la libertà degli uomini, soffre finanche di es­sere rifiutato.

Per esprimere la sua volontà di farlo uscire dalla schiavitù dell'egoismo che lo uccide, Dio trae il po­polo dalla cattività dell'Egitto e lo guida alla ter­ra promessa della Palestina: è l'esodo, la Pasqua, cioè il passaggio dalla schiavitù alla libertà. E ribadendo questo suo amore terribilmente co­stante e rispettoso, Dio, per bocca del suo profeta, dice: lo vi cambierò questo cuore di pietra in un cuore di carne e stabilirò una legge che iscriverò nei vostri stessi cuori e voi non potrete più violare il mio patto eterno di amore; cadranno le montagne ma il mio amore resterà.

E poiché ogni patto in quei tempi veniva san­cito dal sangue di una vittima offerta in sacrificio, Egli profetizzò  nell’agnello pasquale che questo patto eterno ed inamovibile sarebbe stato nel futuro  sancito dal sangue, non di animali e neppure di uomini, ma di Qualcuno ancora più grande: dal sangue del suo stesso Figlio fattosi uomo: il sangue di Cristo.

 

Viene la ‘pienezza dei tempi’, cioè nasce l’Atteso, il Salvatore, il Mandato, e cioè Gesù che è il Cristo di Dio. “Ed il Verbo si è fatto carne” annientando se stesso, rendendosi in tutto a noi simile eccetto nel peccato, cioè nell'egoistico uso della nostra libertà: Dio stesso in una delle sue tre persone, il Verbo, si è fatto uomo.

La speranza che è in fondo a noi di un Dio che totalmente tocchi la nostra umanità, pur restando Dio, si è verificata: il “tutto diverso” è diventato anche il « tutto simile ». Si è aperta all'umanità, dall'interno di se stessa, l'unica uscita autentica, quella verso il “tutto diverso”: la Vita di Dio comunicata in Gesù ci trasforma in figli dello stesso Padre, fratelli, eredi della beatitudine eterna.

Questa uscita, l'unica veramente tale, non poteva né potrà essere mai guadagnata autonomamente dall'uomo: è solo in Lui, Cristo, Via, Verità e Vita.

Il patto con l'umanità è ormai perfetto: al nostro cuore di pietra si e sostituite quello di carne del Figlio        stesso di Dio. Ma questa sostituzione è dolorosa. La nostra esistenza egoistica chiede un sacrifi­cio che la vinca e la riscatti, e l'incarnazione di Dio diventa, per realizzare questa uscita, questo esodo, questa Pasqua, una passione portata fino alla morte.

La croce di Cristo esprime l'atto di amore più grande di Lui come uomo, come rappresentante di tutta l'umanità, verso il Padre. E quest'atto di amore, che è pure amore di un Dio, ci lega al Padre, nel segno sacrificale del sangue, in un patto eterno.

La Resurrezione, l'Ascensione al Cielo e l'invio dello Spirito, sono espressione della ratifica e dello stabi­lirsi definitivo di questo nuovo ed eterno legame, la prova definitiva che esso ormai ci unisce a Dio. Cristo è stata la vittima infinita offerta per sug­gellare un patto che contiene un oggetto infinito.

 

Con questo patto Dio ci rende infatti suoi figli in Cristo, primogenito di ogni creatura; in forza di questa vita il mondo diventa buono perché il Cielo si è mesco­lato con la terra; in forza di questa vita diventiamo eredi dei nuovi cieli e della nuova terra che Egli ci ha promesso e che noi attendiamo.

E se oggi non riusciamo a cogliere tutta la pie­nezza di questo evento, per cui la nostra vita sembra scorrere eguale e monotona come quella di sempre, è per­ché noi, in parte non vogliamo. vedere, in parte non possia­mo vedere. Non vogliamo vedere quando chiudiamo i nostri occhi illudendoci di fare luce a noi stessi; non possiamo ancora vedere, perché se è vero che il Regno di Dio è co­minciato, esso però sarà perfetto solo alla fine dei tempi, quando Cristo tornerà e si manifesterà in tutta la sua gloria divina.

La nostra vita è tutta una tensione fra ciò che è stato, ciò che è, ciò che sarà: Cristo ieri, oggi, sempre. In questo tempo intermedio, quello nel quale viviamo, il passato ed il futuro, anche se in modo misterioso, sono già presenti. I fatti della vita di Cristo sono sì un autentico passato, ma al tempo stesso sono un vero presente ed un reale avvenire: la nostra vita personale e quella dell'intera umanità si distendono in tutto il loro arco nel mistero di Cristo.

Cristo è presente in noi, riuniti nel suo nome dall'unica legge che Egli ci ha lasciato, quella che compen­dia ogni comandamento: la legge dell'amore fraterno, del­l'amore di figli dello stesso Padre.

Essere riuniti in Cristo, come fratelli che si ama­no, nel ricordo vitale, di tutto.. il suo mistero di uomo-Dio che ci salva, come popolo che va alla casa del Padre, questo significa essere Chiesa.

 

La Chiesa sorge così da una chiamata di Dio che ci convoca in Cristo, perché egli possa essere presente nella sua ‘piena maturità’.

Noi rispondiamo affermando la nostra fede in Lui, e ci compaginiamo nell'amore intorno a Lui; attraverso atti di salvezza, i sacramenti, ci uniamo vitalmente al Cristo glorioso che dona a noi il suo Spirito. La Chiesa è così un popolo convocato da Dio; il corpo di Cristo; il tempio vivo dello Spirito Santo.

 

Questa chiamata, questa convocazione avviene a traverso l'annuncio del Vangelo.

Il Vangelo non è una dottrina, un elenco di prescrizioni, un brano di letteratura, non è una mera storia, esso è una realtà viva: è il Cristo morto e risorto per ne il Cristo vivo e sempre presente nella vita e nella proclamazione della Chiesa. Di questo Vangelo vivo, possediamo la testimonianza apostolica in forma originaria negli scritti del nuovo patto, o, come più comunemente diciamo, del Nuovo Testamento.

Il Vangelo non è un libro morto, una epigrafe su una vita che fu: esso non è un pretesto alla nostra tristezza per la vita che passa, alla nostra nostalgia per immortalità, al compatimento pietistico del dolore: esso è Vita e porta Vita. Ogni evento della vita di Gesù di Nazareth appartiene infatti sicuramente ad un uomo vero che veramente è vissuto, ma è anche mistero dell'azione amorosa di Dio padre nostro, azione che ora e qui ci dona la Vita.

Per questo, la parola evangelica procla­mata dalla Chiesa, ed accettata con fede, è preghiera al­tissima; per questo, la nostra vita e quella dell'intera uma­nità è troppo breve per esaurirne il significato più pro­fondo: siamo di fronte infatti al mistero di Dio e del suo amore.

 

Per vivere questo mistero del Cristo, la Chiesa compie dei riti. Essi, istituiti dal Cristo, rendono mani­festo a noi ed al mondo la presenza dell'amore di Dio che ci salva. D'altra parte realmente ci permettono, nella no­stra stessa umanità, di toccare Cristo, ed in Lui Dio. Questi riti sono i Sacramenti, attraverso i quali noi siamo immersi nella nascita, vita, passione, morte, re­surrezione ed ascensione di Cristo, e, passando con Lui in questa rigenerazione, diventiamo sempre più pienamente figli di Dio e veri adoratori del Padre.

Ogni attimo della nostra vita assume perciò il valore di una immersione in quello che, con parola più breve, diciamo il mistero pasquale; mistero pasquale, cioè quello dell'esodo, della liberazione della nostra umanità, dall'egoismo del peccato, del passaggio della vita umana a quella eterna di Dio.

Immergendoci in questo mistero con Cristo, noi superiamo i limiti della nostra umanità, diamo un senso a tutta la nostra vita ed al nostro essere insieme. Prendiamo così coscienza di essere: con Cristo Sacerdote, sacerdoti, cioè veri adoratori del Padre; con Cristo sofferente, un popolo che soffre per liberarsi dal suo egoismo; con Cristo morto, un popolo che muore all'uomo dell'egoismo per risorgere alla nuova Vita; con Cristo che risorge veri risorti.

In Cristo risorto il mondo si fa buono e ci sen­tiamo lanciati in una stupenda avventura che non ha come meta le stelle, i confini del cosmo, le capacità umane, bensì ha come meta il Tutto Differente, l'Altro, Dio. Una avventura piena di rischi ma dal successo assicurato, perché Cristo è risorto ed è con noi fino alla consumazione dei secoli.

Vivere una vita cristiana significa quindi conti­nuamente lanciarsi in questa avventura cercando di aderire alla volontà di amore di Dio, nostra forza e nostra meta; significa amare il nostro prossimo, accettare la nostra uma­nità, vivere il nostro impegno nella edificazione del mondo, ascoltando sempre umilmente la parola di Dio che miste­riosamente ci parla attraverso la Chiesa con la predica­zione del Vangelo.

 

Il culmine della vita cristiana è dunque l'Eucarestia,quella che noi celebriamo nel riti della “messa”. In questo sacramento fondamentale e primario, c'è tutto il Mistero di Cristo; c'è il passato ed il futuro vissuti nel presente di ogni giorno.

La domenica scandisce, nella nostra vita di uomi­ni, l'eterno presente della Pasqua: ogni domenica è Pasqua, è la festa del Signore che passa e ci salva, portandoci con Lui. Ecco, il senso della celebrazione eucaristica, ed in particolare di quella domenicale intorno al Vescovo.

    Nei riti della Messa si dilata il più alto dialogo fra l'uomo e Dio, il più grande atto di culto e di amore.

 

- Un popolo si riunisce chiamato dallo Spirito di Dio, un popolo di figli di Dio che vuole esprimere il suo amore verso il Padre, vuole adorare Lui, il Tutto differente, Lui, che è amore:

(Il Sacerdote inizia invocando il Signore)

 

- Questo popolo per prepararsi all'incontro con il Santo, l'Altissimo, fa penitenza, cerca di convertire il suo cuore volgendolo tutto a Lui; manifesta il dolore per il proprio egoismo, limite della sua umanità, e peso della sua inerzia, ed è fiducioso che Dio perdona  chi si apre a Lui nel nome del suo Figlio Gesù il Cristo:

(Momento penitenziale)

 

- Aperto il cuore all'ascolto della parola di Dio si rivivono le tappe della storia della Salvezza, dell'amore misericor­dioso di Dio.

Con il canto gioioso dell'alleluia accogliamo l'ultimo an­nuncio: il regno di Dio è fra noi, Dio stesso è fra noi, la storia della salvezza vive la sua conclusione. Questa sto­ria poi non viene solo ricordata ma è vissuta concreta­mente, perché sempre qui ed ora Dio parla e parlerà alle nostre coscienze:

(Letture del vecchio e del nuovo Patto-

Omelia del sacerdote che in nome della Chiesa

manifesta que­sto ‘ora e qui’ di Dio).

 

- Avendo ascoltato l'annuncio della salvezza, cioè la chia­mata di Dio in Cristo Salvatore, la accettiamo con la no­stra risposta del cuore e della bocca e professiamo il no­stro Credo.

Forti di questa fede, ci prepariamo a rivivere il mistero pasquale, mistero dell'uscita dalla schiavitù del mondo e dell'ingresso nella Vita del Tutto diverso.

Si prepara allora la materia del sacrificio a Dio che san­ziona il patto eterno di amore. Cristo patirà e morirà per noi, e noi uniti a Lui, per ri­scattarci, e sanzionare, col suo sangue, questo patto eterno. La materia del mistico sacrificio è ora il pane ed il vino (come creato materiale) ai quali aggiungiamo la nostra vita con le sue gioie, i suoi dolori, le sue ansie, i suoi dubbi.

Tutto ciò offriamo al Padre per chiedergli che si verifichi, sacramentalmente, quel sacrificio redentivo che una volta per sempre si è già attuato:

(Preparazione e presentazione delle offerte a Dio).

 

- Professando con la recita del Credo, la fede che ci anima e presentando le offerte, abbiamo detto la nostra parola nel grande dialogo.

Comincia il discorso di Dio: la sua parola assume qui la massima capacità vivificatrice e trasformatrice; inizia la fase più alta del mistero: il pane ed il vino, nel ricordo della passione e morte di Cristo, diventano sacramental­mente suo Corpo e suo Sangue restando divisi per signi­ficarne la morte.

In questo momento noi moriamo, con Lui ed in Lui, all'uo­mo dell'egoismo e della morte:

(Consacrazione)

 

- Ora, abbiamo annunciato a noi ed al mondo che Cristo è morto; ma già ne proclamiamo la Resurrezione, che sa­rà significata dalla mescolanza del suo Sangue col suo Corpo.

La vittima del sacrificio è ormai pronta, e la Chiesa, cioè tutti noi, la offre a Dio attraverso 11 Sacerdote, ripetendo a se stessa ed al mondo che per Cristo, con Cristo, ed in Cristo noi rendiamo onore e gloria a Dio.

(Offerta del sacrificio a Dio)

 

- Da questo ricordo vivo ed attuale del patto eterno di amore, certi ancora più della nostra intima unione con Cristo, noi osiamo parlare al Tutto Differente come ad un Padre. Ci avvertiamo, in questa paternità, tutti fratelli, uniti dalla legge dell'amore e del mutuo perdono.

(Padre Nostro e segno della pace)

 

- Il ritorno glorioso di Cristo che noi attendiamo, si attua ora sotto i veli del mistero sacramentale e quello che av­verrà domani, alla fine del mondo, avviene oggi; il sacrificio diventa Cena, segno dell'unione degli ultimi tempi, quando Dio sarà Tutto in tutti.

Questo proprio significhiamo e rendiamo vero ed attuale, man­giando e bevendo il Corpo ed il Sangue di Cristo glorioso e potente, risuscitato da morte, vero uomo e vero Dio.

La vita di Dio è pienamente in noi, e su di noi la morte non ha alcun potere; quei cieli nuovi e quella terra nuova, che il ritorno glorioso del Cristo aprirà a noi come terra promessa, sono in questo momento presenti. La Chiesa è perfetta, ripiena del Cristo che vi circola come energia vitale, come forza inesauribile, come spinta irre­sistibile a realizzare nella nostra giornata il piano di Dio perché si verifichi al più presto quello che ora vediamo solo come in uno specchio.

E' il momento in cui acceleriamo la venuta di Cristo cer­cando di assimilarci totalmente a Lui, di essere una sola cosa con Lui, come Lui è una sola cosa col Padre.

(Comunione al Corpo e Sangue di Cristo).

 

Tutta questa liturgia è continuamente celebrata da un solo vero sacerdote: Cristo in persona che, legato in­dissolubilmente a noi, cioè alla Chiesa, prega il Padre e si pone come ponte, come tramite fra Lui e noi. E tutti noi, partecipando ed assimilandoci a que­sto suo sacerdozio, siamo in un certo modo veri sacerdoti.

Come tali non solo prestiamo culto a Dio ma sentiamo il bisogno, più che il dovere, di predicare a tutti il buon annuncio: il mondo è salvo dal suo egoismo e sarà tutto rifatto, l'uomo è diventato figlio di Dio.

Questo Sacerdozio lo esprimiamo in tutti gli atti della nostra vita quando li dirigiamo con cuore sincero a realizzare il grande piano di Dio che consiste nella divinizzazione dell’uomo.

 

Alcuni poi, sono chiamati in particolare a significare al mondo, in modo speciale, questo sacerdozio universale; a rappresentare umanamente il Cristo che è presso il Padre.

Cristo stesso chiamò dodici Apostoli; oggi la Chiesa, suo corpo mistico, continua a chiamare apostoli. Essi sono i Vescovi, successori dei dodici, segno di uni­tà delle comunità eucaristiche che si riuniscono intorno a loro, e, uniti al successore di Pietro, segno per noi e per il mondo dell’unità di tutta la Chiesa.

Il sacerdote partecipa di questo potere del Ve­scovo ed è chiamato e costituito a servizio del popolo di Dio, cioè della Chiesa. Egli è chiamato per annunciare come suo spe­cifico ministero la parola di Dio, per consentire attraverso i sacramenti l'incontro personale e continuo con Cristo, per confortare e sostenere gli altri nella fede, per celebrare in unità col Vescovo ed in comunione con Pietro, il sa­cramento del patto eterno di amore fra Dio e l'uomo: l'eucarestia.                                                            

Vincenzo M. Romano