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I Bestiari come discorso teologico ‘coperto’Chiesa-Sacerdote- eucarestia inl’Araba fenicia’ del ‘Fisiologo’(una prima lettura )
Il ‘Fisiologo’Nella Bibbia (un’eredità egizia?) sono presenti una moltitudine di animali ricordati per le loro specifiche qualità; a loro volta gli antichi naturalisti cercarono di studiare la fauna terrestre; da questo materiale, da “questo inverosimile guazzabuglio di verità e di illusioni, gli autori della simbolica antica attinsero a piene mani delle lezioni di alta morale , delle allegorie ingegnose ..” (da ‘Il bestiario di Cristo’ di Louis Charbonneau Lassay ora edito in italiano da ‘Arkeios’). Nacquero così i bestiari, correntemente considerati opera mista di immaginazione e ricerca scientifica. Specie nel medioevo essi costituirono diffusi strumenti, utilizzati per istruire il popolo nella fede cristiana, e furono ampiamente usati anche dai predicatori e dagli studiosi. Si può affermare che, dopo la Bibbia, essi erano i testi più letti e conosciuti in quel periodo storico. Un genere letterario dunque molto fecondo, che produsse anche ‘volucrari’ (uccelli), fiorari (fiori) e lapidari (pietre); ancora nel XI secolo il vescovo Marbodo scrisse un trattato ‘De gemmis’ sulle dodici pietre preziose dell’Apocalisse, e su altri 49 minerali. E tra l’ottavo e il decimo secolo apparve, nella Francia carolingia, un libro di molto successo: ‘La Chiave’ che costituisce una specie di vocabolario dei diversi significati mistici o emblematici di uomini, animali, piante numeri etc. Dal Fisiologo, dalla Chiave e da altri consimili testi, nacquero a getto continuo commenti ed opere più o meno originali. Un fenomeno dunque culturalmente importante e generalizzato, strettamente connesso al fatto religioso e, fatto significativo, non contestato dalla Chiesa docente. Un qualcosa che, se pur fa pensare a ‘sottocultura popolare’, non può essere liquidato come tale, e deve quindi nascondere un senso ben più profondo di quello che viene ad essi accreditato.
Il ‘Fisiologo’, che si presenta come un piccolissimo libricino, di autore anonimo, può considerarsi come il prototipo dei successivi bestiari. Scritto in lingua greca e nato nei primi tempi del cristianesimo esso recupera immagini e idee oltre che dalla Bibbia, anche da tradizioni greche ed orientali. Non ne conosciamo l’originale, ma ne possediamo molte copie giustificate proprio dal grande favore che incontrò nella società cristiana per più di un millennio. Come già accennavo, questo testo fu generalmente inteso in senso ‘simbolico’ e per questa strada ogni lettore fu spinto ad accettare anche gli aspetti più fantasiosi ed innaturali riferiti a questo o quell’animale. E perché il lettore possa comprendere a che punto giunge la deformazione dei dati naturalistici, citerò ora due passi riferiti ad animali ben noti da tutti e cioè l’asino selvatico e la vipera: L’onagro : “…è guida del gregge e quando le femmine generano dei maschi, il padre tronca loro i testicoli perché non possano procreare..” La vipera: “…il maschio ha un volto d’uomo, e la femmina un volto di donna: sino all’ombelico hanno forma umana, la coda invece di coccodrillo. La femmina non ha vagina nel ventre, ma soltanto una sorta di cruna d’ago. Quando dunque il maschio copre la femmina, eiacula nella bocca della femmina, e quando essa ha inghiottito il seme, tronca gli organi genitali del maschio e quest’ultimo muore istantaneamente. Quando crescono, i figli divorano il ventre della madre e in tal modo vengono alla luce: le vipere dunque sono parricide e matricide.”
Oggi, avendo la cultura perduto quasi del tutto la valenza simbolica del linguaggio, il nostro testo risulta di fatto illeggibile e riservato solo agli archeologi delle belle lettere; ma anche agli antichi, e mi riferisco a quella ridottissima minoranza che sapeva leggere, il testo doveva apparire quanto meno ridondante. Perché simboleggiare con evidenti forzature il mistero religioso, se esso si manifestava già chiaro di per sé? Invece di suggerire aspetti nascosti del mistero, invece di invitare a entrare nell’inconoscibile per una diversa via, il simbolo diventava in questi bestiari un peso ulteriore, un dedalo di immagini che, se pur correttamente percorso, guidava il lettore allo stesso punto da cui era partito. Né mi sembra che i commentatori, che pur sono stati tantissimi, abbiano aggiunto qualcosa di nuovo sul tema della fede, esplicitando il simbolismo del testo. Più che altro essi si limitano a sottolineare il parallelismo tra immagine e fatto religioso.
Una diversa letturaLa tesi che vorrei proporre parte da una diversa considerazione dell’ambiente, e ipotizza altre finalità. Essa considera polisemico il testo e lo inquadra in quel genere letterario che in pratica la filologia accademica continua a ignorare, rifiutare o emarginare, ma che sta lentamente riaffiorando. Mi riferisco all’universo di discorso esoterico, affidato a testi-palinsesti, che certo non si vendevano nelle edicole, ma circolavano solo all’interno di specifiche consorterie (da ultimo in tal senso è stata considerata la poesia dei ‘trovatori’). In altri termini io ipotizzo una qual ‘riserva’ di Verità a favore dei ‘dotti’ i quali, da sempre (e ancor oggi in alcuni settori), hanno comunicato fra loro in forma coperta, lasciando al tempo stesso al volgo di raccogliere qualcosa dalla superficie letteraria dei loro testi. Se è esatta questa premessa, deve esistere un senso letterale nascosto che espone spunti teologici che dovevano rimanere nascosti al volgo, e disponibili solo per gli addetti ai lavori capaci di ‘leggere’, cioè di compitare adeguatamente il testo materiale e ricavarne il messaggio teologico nascosto. Questa ipotesi non è per nulla fantasiosa; ed infatti da sempre la teologia (ed in genere il sapere) si è configurata come un castello ben munito nel quale solo i dotti hanno diritto ad entrare. Non a caso si è sempre preferito il latino o il greco al volgare che tutti potevano intendere. Una adeguata ricompitazione del testo (ciò che io chiamo ‘solve et coagula’) consente così di recuperare direttamente comunicati teologici significativi. Si può allora riconoscere valore simbolico alla nostra opera, ma riferendo questa qualità non tanto alla (per altro zoppicante) similitudine tra quanto narrato e concetti o fatti teologici (ciò vale per i ‘rudes’), bensì alla doppiezza ed alla stratificazione del ‘comunicato’. In altre parole, è proprio il testo in sé a simboleggiare la persona fisica di Gesù nella quale è nascostamente presente il Verbo di Dio. Gesù è il palinsesto del Cristo. Nel nostro caso dunque l’araba fenicia è un testo apparente sotto il quale si nasconde una riflessione specifica sulla Eucarestia, cioè sul Cristo che si rinnova sull’altare e quindi sul sacerdote e sulla Chiesa. Ne consegue che, per il Fisiologo, può valere quanto ho ipotizzato per le illeggibili Lettere di Pacomio (vedi in questo sito); esso può cioè considerarsi un’opera strettamente teologica. E sarebbe allora oltremodo interessante confrontare, dopo averle decodificate, le varie versioni di questo libretto per scoprire una eventuale sotterranea disputa sulla eucarestia, e giustificare anche il rifiuto da parte della Chiesa di alcune di esse. Ovviamente questa mia tesi necessiterebbe di una approfondita verifica dentro e fuori il nostro testo, ma lo scopo del mio lavoro è unicamente quello di proporre vie diverse di ricerca. Perciò mi son limitato a cercare nel Fisiologo qualche controprova, e posso ora dire di essere moralmente certo che l’intera opera può essere ricompitata. Il testo che ho seguito è quello contenuto nel T.L.G.. Non mi sono preoccupato di approfondire il discorso filologico perché, a parte la molteplicità di codici diversi, ma equivalenti nella loro credibilità e valenza storica, ritengo che ogni conclusione filologica no offre certezze in quanto dipende sostanzialmente dalla pregiudiziale valutazione della qualità dell’opera; e proprio quella io sto mettendo in discussione. un testo in italianoProprio perché vi sono diversi testi del ‘Fisiologo’ le versioni italiane sono diverse fra loro. Per dare un’idea del contenuto del nostro passo citerò qui quella di F. Zambon che si serve della edizione critica dello Sbordone (in ‘Il Fisiologo’ ed. Adelphi):
“ Esiste in India un uccello detto Fenice: ogni cinquecento anni se ne va verso gli alberi del Libano, ed empie le sue ali di aromi, e si annuncia con un segno al sacerdote di Elaiopoli, nel mese nuovo, Nisan o Adar, <cioè nel mese di Famenoth o di Farmuthi>. Il sacerdote, avvertito, giunge e carica l’altare di sarmenti di vite. L’uccello allora entra in Elaiopoli, carico di aromi, e sale sull’altare , e il fuoco si accende da se e lo consuma. L’indomani il sacerdote, frugando l’altare, scopre nella cenere un verme. Il secondo giorno lo trova divenuto un piccolo uccello; e il terzo lo trova divenuto un uccello adulto; il quale saluta il sacerdote e se ne va nella propria dimora dal quale venne all’inizio.”
Ricompitazione e traduzioneVeniamo ora alla ricompitazione e traduzione del passo. Ad esso non aggiungerò, per ora, specifici commenti, fiducioso che il lettore, che abbia una qualche dimestichezza con la Bibbia, saprà coglierli intuitivamente. Ho solo segnato con diversa grafia il significato biblico di alcuni termini. Il tema trattato è quello dell’eucarestia, del sacerdozio e della Chiesa. L’eucarestia viene presentata come la continua e ricorrente incarnazione del Cristo. Rispetto ad essa l’eletto, qualificato ‘verme’ che (da giudaizzanti) attenta ai giovani tralci della mistica Vite (la Chiesa), per diventare sacerdote deve esprimere il suo nuovo atto di fede nella presenza eucaristica del Cristo nella sua Chiesa. Proprio questa fede, unitamente al suo servizio di sacrificatore, lo esalterà. Dunque se l’eletto saprà morire risorgerà come l’araba fenicia; questo per lui il significato della Resurrezione di Gesù; e come Saulo egli sarà ad essa riconoscente per essere diventato Paolo.
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