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I SEGNI DELL'EUCARISTIA

Scheda n. 2

" Salirò al monte del Signore "

 

La campana convoca l’assemblea

La campana chiama: chiama a lasciare la casa, a riportare la piccola chiesa domestica nella grande Assemblea dei figli di Dio; a mettere la propria quotidiana eucaristia a disposizione di tutti, come materia della grande Eucaristia sacramentale; a collaborare nel ministero delle offerte al servizio di Cristo servo a partecipare, con le due piccole monete della vedova evange­lica, alla colletta di vita che il sacerdote farà a favore del mondo intero.

Lasciare la casa per andare nel tempio rappresenta l'intero cammino dell'uomo: un pellegrinaggio che è segno di liberazione dalla limitazione del mondo, dalla propria individualità, dalla propria ristretta dimensione sociale, dalla incertezza che domina !'intera esistenza dell'uomo.

Lasciare la casa per l'Eucaristia domenicale, rispondendo all'invito, è un andare verso il luogo dove la comunione, costruita nella famiglia, viene dotata di immortalità, sicché nulla più la potrà distruggere; significa cercare la libertà, perché l'Eucaristia è liberazione che consuma i pesi, scioglie le catene e dilata la dimensione individuale, quella più intima e più essenziale, verso limiti altrimenti irraggiungibili. Non a caso Ignazio di Lodola chiedeva ai suoi esercitandi di lasciare tutto, di dimenticare la propria vita: una richiesta non certo a soffocare l'esistenza, ma a disporsi in intima libertà per potere recuperare quella stessa esistenza, da morta che era, da lapide bugiarda di ricordi, a vita eterna.

La campana chiama, dunque, alla casa di Dio. Un cammino di fede che ha, come termini dialettici, la casa ed il luogo sacro; e che prende senso via via che questi due luoghi rivelano i loro significati.

Di tanti motivi di riflessione dovremo sceglierne solo alcuni. Ciò che importa è riscoprire la capacità dei gesti e delle cose a parlare di Dio, ad essere segno della sua grazia. Le civiltà che ci hanno preceduto avevano rispetto, lo dice­vamo prima, per il linguaggio delle cose ed ancor più per gli oggetti nobili del discorso. Il divino, poi, era al sommo di que­sta scala di valori, per cui se ne parlava con una partecipazione tutta particolare.

Rispettando, allora, il linguaggio delle cose e l'oggetto del discorso, ogni costruzione aveva un senso in relazione a ciò che si voleva annunciare.

L'opera, quindi, si svolgeva nella sua materialità, secondo articolazioni di quel senso sostanziale. Così l'edificio sacro, che assumeva la forma di una croce, con l'altare maggiore in corri­spondenza del capo di Cristo. Così l'icona, che nelle linee e nei colori ripeteva l'articolazione propria del mistero che in essa si voleva esprimere.

Anche quando si usava il linguaggio delle parole, l'opera si costruiva e si muoveva in omologia col senso sostanziale che ad esso veniva affidato; di qui la complessità degli scritti sacri. La costruzione del tempio, finalmente, era espressione e segno, immoti ed eloquenti, del mistero che in esso si celebrava.

Ma qui non è possibile approfondire tutto ciò. No­terò solamente che oggi, come già accennavo prima, il mito del formale domina le nostre opere e, venuto meno il rispetto ob­bediente dell' oggetto, il discorso si fa libertario, fantastico e fine a se stesso. Perduti i collegamenti di fondo, gli accostamenti e i parallelismi, fra contenuto religioso ed opera, tendono a di­ventare occasionali ed estrinseci, e tutto si risolve con un'ab­bondante ripetitività di segni di croce, quasi a battezzare qual­cosa che nasce senza stimmate di divinità.

E' naturale che un tempio siffatto parli poco o nulla di Dio, sicché, istintivamente, si è tentati di rituffarsi nel passato, medievale o barocco, per risentirsi circondati, attraverso le pietre o gli stucchi, di un senso, di una coloritura, di una angolazione di fede nel cui ascolto riposare.

Riportare il discorso sul tempio come segno non vuoI signi­ficare un invito a ricopiare il passato, ma ridare importanza al­l'elemento spaziale del discorso di fede. Di ciò parleremo in altra scheda.

 

Quanto ho detto del tempio potremmo, dati i tempi che corrono, ripeterlo per la casa. Ma avremmo bisogno di troppo spazio. Qui possiamo ri­cordare che se, come nel caso vostro, c'è un tempio e ci sono delle vere case, allora essi si pongono come due momenti di riferimento spaziali del cammino di fede e di speranza, teso alla certezza della carità, cioè alla comunione perfetta della Eucaristia. Una tensione che visibilizza quella sostanziale fra sacro e profano, o meglio fra sacro e certamente sacro, come oggi più precisamente possiamo affermare.

La casa è la fondazione operata dell'uomo nel suo sforzo di costruzione del mondo, la visibilità pura della sua mondanità; perciò essa può esprimersi con tutta la varietà delle sfumature con le quali l'essere umano, che è irripetibile, celebra la sua per­sonale lode a Dio. Tanti uomini, tante case!

Il tempio rappresenta invece il momento comunionale per­fetto e trascendente; ed in esso vanno stampati gli invisi­bili connotati che la comunità mostra quando, hic et nunc, assu­me la visibilità piena di Corpo di Cristo.

La piccola comunione umana della famiglia costruisce una sua visibilità di pietra; la grande e plurima comunità della Chiesa costruisce visibilmente la sua invisibilità divina.

Se la casa ed il tempio sono espressione autentica della verità dell'uomo e del cristiano, essi letti congiuntamente diventano la prima bibbia che si può meditare alla luce del sole e del cielo stellato, in parole umane ed in sensi divini.

 

Lasciare la propria casa per seguire una chiamata di Dio: è il mistero di Abramo che si sfaccetta e si moltiplica in ogni singola esistenza.

La casa è il luogo della gioia umana e della più alta realiz­zazione dell'uomo. In essa, infatti, è possibile cogliere la supe­riore dimensione di persona corporativa.

Lasciare la casa è, dunque, il segno di un abbandono: ab­bandono della pienezza della umana regalità, del luogo dove ve­ramente siamo Re, cioè momento di comunione e di vita.

Lasciare la casa: il luogo del nostro sacrificio più nascosto, del nostro lavoro più intimo e meno visibile; il luogo dove nel mistero del concepimento la vita viene affidata ad altri corpi, perché possa regnare nel mondo.

Lasciare la propria casa: il luogo che conosce, talvolta, il duro fallimento sulla strada esaltante della regalità e della co­munione; il luogo del nostro dolore e della nostra passione, dove i dolori possono moltiplicarsi e le gioie dimezzarsi fino ad an­nientarsi.

 

Per alcuni lasciare la casa equivale a procurarsi un isolamento esclu­sivo; fuggendo dall'esistenza, potersi beare di un soffio di eternità.

Ma questo atteggiamento, che potrebbe anche essere cor­retto, è troppo vicino al ' per me' delle anime egoistiche e biz­zoche, che vanno in cerca di vacanze-premio lontane da questo nostro coltivare la terra. Il tempio diventa, in questi casi, il luogo della soddisfazione di un bisogno psicologico individuale, il più pro­fano dei luoghi, asservito com'è all'individuo, che preferisce la sua inoperosa solitudine al laborioso incontro con gli altri.

Tante persone vivono in questa fuga nella solitudine di un banco di chiesa, stando attenti a circondarsi di vuoto ed allon­tanandosi con cura da chi, già ben distante, sta pregando an­ch'esso da solo. La preghiera diventa, allora, il contrario di se stessa: una forza repulsiva che allontana invece che unire. A sua volta l'uscire da casa è come fuga da un falso profano per un luogo identificato come il Sacro.

 

Lasciare la propria casa significa, invece, salire un altro gra­dino del monte del Signore. Sembra quasi di vederlo rappresentato da quei paesini di montagna dove la Chiesa è in cima, ma le case sono anch'esse arroccate attorno.

Chi esce da simili case comincia sì a salire, ma già dalla soglia può guardare in basso nella valle. Realizza, dunque, il secondo tempo del suo pellegrinaggio e continua a cantare col salmista: salirò al monte del Signore (Sal. 24,3), mentre per­corre gli ultimi gradini del sagrato, i segnali del trono di Dio, davanti al quale andrà a fare la sua offerta di servizio.

Chi ha ben compreso il messaggio del Signore, sa che tutta la vita è un evento sacro e che la famiglia e la casa sono luoghi e situazioni di santità; che l'essere laico non è meno santo del­l'essere chierico; e che agli occhi di Dio ciò che conta è l'adesione del cuore alla chiamata che Egli continuamente opera. Non a caso abbiamo cominciato parlando di un suono di campane.

Lasciare la propria casa non è lasciare il luogo dei pesi e dei costi, luogo amorfo ed indifferente alla fede, ma un luogo sacro per un luogo ancora più sacro. Lasciare cioè il più per il più; raccogliere la propria eucaristia per celebrare il sacramento dell'Eucaristia nell'Assemblea dei figli di Dio.

Il tempio è luogo più sacro perché in esso si riunisce la famiglia di Dio che celebra l'Eucaristia. In quel mistero, infatti, non conta più il numero o la qualità umana delle persone, dal momento che ogni Assemblea è l'Assemblea di Dio.

L'atto dell'uscire di casa per andare in chiesa assume signi­ficato teologico proprio perché è finalizzato alla celebrazione della comunione di vita. che in essa si attua

Nella casa si celebra la comunicazione dell'Eucaristia e nel tempio la comunione del sacramento dell'Eucaristia: in entram­bi, dopo la notte di doglie, si ode il vagito che fa gridare con gioia: è nato un uomo! e quella magica parola ‘Allelo-uia’ che attesta: questo figlio è stato generato da noi e da Te o Dio; è un figlio comune.

 

Questa distinzione fra eucaristia e sacramento dell'Euca­ristia merita qualche precisazione.

Voi sapete che ogni figlio di Dio con il suo sacrificio indivi­duale, fatto di opere e di azioni, rendendolo vivo col farlo una cosa sola, realizza la trasformazione del mondo e santifica il reale. L'uomo è uno strumento sempre più perfetto di personaliz­zazione del mondo, un grande meccanismo in cui le cose assu­mono la dimensione di uomo e parlano al loro Creatore.

Quando un uomo prende cibo o bevanda. egli trasforma il reale in umano: quel bicchiere di acqua, quel pezzo di pane, se accetta di farsi spezzare, si ricompone nell'unità del corpo del­l'uomo e diventa l'uomo stesso. Dicendo: 'io', l'uomo dice anche tutto quello che ha assimilato alla sua persona mangiando e bevendo.

E poiché noi siamo figli di Dio, questa trasformazione di­venta ancora più profonda, perché nel figlio di 'Dio tutto trova unità e santità, in quanto ogni cosa si può esprimere nella umanità del suo 'io' umano e divino. Il cristiano è un affamato che divora il mondo, perché la natura si personalizzi nella sua umanità e si divinizzi nel suo essere cristiano.

Questa è l'eucaristia della casa, questa è la fame del Cristo, che è un mangione ed un beone (Lc 5,33), cioè assume in sé tutte le cose, senza distinzione, per renderle sante. Perciò i discepoli del Cristo mangiano e bevono tutto ciò che viene loro messo davanti, a differenza dei discepoli di Giovanni che digiunano, perché non hanno ancora il potere di santificare il mondo nella propria persona.

Ma, se lo sposo è presente (Lc 5,34), allora la vita rifluisce, nel senso che_ ogni uomo, e in lui il tutto creato, diventa vivente.

Lasciare la casa e andare nel tempio per celebrare il sacra­mento dell'Eucaristia è il segno di un avanzare universale e de­finitivo della divinizzazione del mondo e della certezza di questo effetto.

Il sacramento dell'Eucaristia (come tutti i sacramenti) è il punto in cui la Parola di Dio garantisce la presenza dello Spi­rito trasformatore, che dà vita a tutto e tutto divinizza. L'opera dell'uomo, che ha toccato il massimo possibile nella dimensione della casa - sicché questa è chiesa domestica e casa di Corne­lio - diventa ora l'opera stessa di Cristo. Il Cristo, infatti, at­traverso il mistero del sacerdote, si identifica con l'Assemblea dei figli di Dio che celebrano la Cena, e questi ultimi possono veramente dirsi il suo Corpo.

Lasciare la propria casa significa, dunque, non già ab­bandonare il profano per il sacro, ma riassumere tutto il lavoro compiuto, esercitando il potere spirituale ricevuto nel Battesimo e nel Matrimonio, ed offrirlo come materia per una ulteriore sintesi: quella del calice.

Così tutta la vita scorre come un unico evento sacro; e viene recuperata, quasi passando di gloria in gloria, la santità della famiglia, della casa, del lavoro umano e, in una parola, del laicato.

Abbandonare dunque per un polo di attrazione, costituito dell'Assemblea dei figli di Dio, escatologicamente riunita nella casa del Padre; e per un segno vivo, costituito dal sacerdote, che opera in persona di Gesù. Cornelio mandò a chiamare Pie­tro (At 10,5) perché aveva bisogno di entrare nella grande unità della Chiesa. Ugualmente noi ci dirigiamo verso il sacerdote, che col suo servizio riesce a far scattare l'ultima molla delle poten­zialità umane, sicché tutto risulta divinizzato.

La casa e la vita familiare, offerte nel pane e nel vino, di­venteranno veramente Corpo di Cristo, così come lo diventeranno, al tempo stesso, ogni famiglia ed ogni singolo uomo 'par­tecipi’ della Cena del Signore.

Un segno, dunque, che annuncia il passaggio dal sacro al certamente più sacro.

Questa tensione unitiva fra la piccola e la grande comunione, fra le genti, cioè le famiglie, ed il popolo, cioè il sacerdote; fra santificazione e certezza di santificazione incide sull'attività di servizio del discepolo di Cristo. Incide nel senso che garantisce il frutto delle nostre opere, e con la sicurezza di fede conforta la quotidiana e dubbiosa azione che svolgiamo nel mondo.

Pressati dalla monotonia della storia, sfiduciati dal suo in­combere come un fato irrevocabile, a volte non riusciamo più a combattere, perché la lotta è possibile solo quando si intra­vede una vittoria; altrimenti ci si arrende.

Nella dimensione della famiglia e della casa - ed in questo termine rientra a buon diritto tutta la dinamica sociale-  siamo spesso degli sconfitti, disposti a firmare quei trattati di resa (divorzio, aborto etc) ­che il mondo è pronto a sottoporci non appena ci coglie in crisi.

Ma usciti di casa orientati all'Eucaristia, noi sappiamo che saremo vincitori perché vedremo la morte dello spezzar del pane ritornare nella viva comunione dell'unico calice. Perciò uscire di casa è segno, al tempo stesso, di vittoria e di sofferenza ancora da affrontare; come se, avendo Egli già conquistata la vittoria nella gara, noi fossimo chiamati a fare il giro d'onore sulla pista, in una macchina che però, per la corsa effettuata, si è surriscaldata. Anche il giro di trionfo va fatto - perciò non sono inutili i nostri sforzi - per ricordare a qualche ostinato che il vincitore della morte è Lui, il Cristo, e che, conclusosi il giro, le tenebre si chiuderanno su se stesse condensandosi fino a diventare nulla.

 

Nell'uscire di casa, chiamati dalla campana, per andare a ce­lebrare la santa Cena del Signore, il cristiano guarda le sue mani e si domanda se ha un dono da portare. Allora, nel gesto, egli recupera tutto lo sforzo impiegato a trasformare la porzione di mondo che gli è stata posta nelle mani e che diciamo domestico. Ora è come un chicco di frumento pronto ad essere trasformato in pane. Bisognerà, dunque, macinarlo ed impastarlo con quello degli altri;  ne verrà fuori un pane di comunione da mettere a disposizione del Cristo, come un corpo di incarnazione che egli non esiterà a spezzare per rioffrirlo a noi.

Quanto sarebbe bello se questo senso profondo prendesse forma nel segno del pane da consacrare! Se a turno ogni famiglia, da sola od insieme ad altre, impastasse il pane da consacrare per tutta l’assemblea, noi godremmo pienamente della parola della liturgia. Essa annuncia il pane come ‘ frutto del nostro lavoro’, dello sforzo cioè di per­sonalizzazione e di divinizzazione del mondo.

Ed ugualmente quanto potrebbe diventare grande il gesto delle suore che preparano le ostie, se il loro macinare, impastare e passare al fuoco si col­legasse  all’unico processo che, iniziato nell'interno delle case, si condensa in un'area di maggiore consacrazione per manifestarsi nella Assemblea di Dio e spandersi poi nel mondo.

Ecco: mettere a disposizione del mondo la nostra ricchezza di ope­rosità, la nostra comunione, non più serrata dalle gelose mura domestiche, ma fattasi pane per una moltiplicazione nuova nel deserto della terra.

Allora il gesto di mangiare l'ostia si appro­fondisce, e da esso nasce spontanea la riconoscenza verso chi quel pane impastò e passò al fuoco e, attraverso di lui, ancor più verso Colui che si mescolò in esso e lo fece diventare corpo di eternità per rioffrirlo a noi; e ciò a costo del suo rompersi, del suo morire.

Tutto è dono diretto di Dio: anche l'ariete che si era impi­gliato nei cespugli del monte Moria; ma è richiesta anche l'opera dell'uomo, quella di Abramo che va a prenderlo e lo sacrifica a Dio.

 

Chiudendo la porta di casa non si vuol solo custodire (per il ritorno) un mondo di affetti, che Dio certamente comunque ci restituirà; si vuol troncare anche una relazione col gruppo nel quale fino ad allora si è vissuto. « Addio, fratelli miei - dice Tagore - abbandono la chiave nella toppa, lascio la mia casa, ho rinunciato a tutti i diritti sopra di essa, e sono pronto a partire ».

Chi si sta dirigendo alla sacra Cena nel tempio annuncia a tutti di voler perdere ogni relazione col gruppo da cui proviene. Egli è come spogliato del rapporto precedente che lo legava ad una famiglia, ad un gruppo sociale, ad una cultura. E ciò per rendersi disponibile a diventare una cellula del più grande Corpo del Signore. Certo resta padre o madre dei propri figli, resta fratello o sorella di sangue, amico e compagno di esisten­za, ma qualcosa cambia. Diventa fratello in una maniera nuova e dinamica; e con una pregnanza tale che ogni altro rap­porto può fondare solamente su questa novità di essere.

 

Dall'oikos all'ekklesia, cioè dalla famiglia all'Assemblea, do­ve non si può dire: 'io e la mia famiglia', ma bisogna dire: ‘io ed i miei fratelli’.

Quando 'Paolo chiedeva alle donne di te­nersi 'velate' nell'Assemblea (1 Cor 11,5) probabilmente inten­deva proprio richiamare questa verità: il gruppo domestico (simboleggiato dalla figura femminile), che nella realtà mondana continuamente e visibilmente è una cellula del Corpo di Cristo, non ha diritto di rivelarsi come tale quando il Signore mostra la pienezza del suo volto nell'Assem­blea. Offenderebbe Colui che si mostra nella sua perfezione esporne un'immagine ridotta.

Perciò, se è presente il sacerdote (l'uomo di Paolo) la comunità domestica non si deve evidenziare o, come egli dice, mostrarsi senza velo. E questo discorso, forse, vale non solo per le famiglie naturali, ma anche per quelle religiose. Nell'Assemblea siamo sempre e soli fratelli di Cristo. Anzi è proprio questo mistero di fraternità nell'assemblea che la fami­glia religiosa intende ricordare, quando opera nel mondo, a chi in esso vive di umane comunioni, fatte di ruoli e di supremazie. Il religioso è così il fratello dell' assemblea che seguita a viverne il ruolo anche nell'esistenza di ogni giorno.

 In questa prospettiva si gusta la profondità della parola evangelica che afferma: chi non abbandona suo padre e sua madre non è degno di me (Mt 10,37). Un morire dunque alla famiglia umana per risorgere nella famiglia di Dio; un farsi più piccolo per diventare più grande.

Certamente è bello vedere una famiglia che partecipa unita all'Eucaristia, ma è ancora più significativo notare che il padre ed il figlio, il grande ed il piccolo, l'uomo e la donna sono di­ventati tutti fratelli, e si scambiano il segno della nuova pace che li unisce. Il gruppo familiare mostra così la sua attitudine ad essere luogo di sacrificio e di offerta umana, mentre il 'tempio’ e ‘l'Assemblea’ si rivelano come il ' luogo' dove si mette a frutto lo sforzo fatto, e si gode della pienezza del risultato dell'opera.

 

Uscire di casa indica un diventare 'solo' che potenzialmente è già un essere persona corporativa: è segno di un cammino che dal sacrificio individuale porta alla comunione dell'uomo solo.

Uscire di casa è segno del passare dal particolare all'univer­sale, facendo esperienza di quella qualità della ,Chiesa che chia­miamo cattolicità. Il problema che tenta ogni cristiano è già annun­ciato in quello sofferto dai farisei: evitare di essere mediocre nella vita, cercando di conservarla per sé.

Chi veramente è discepolo di Cristo ha fatto esperienza dello Spirito ed ha compreso che la Vita Eterna è qualcosa di infinito e che ogni gelosia è sempli­cemente assurda. Perciò gli risulta normale dare a chi gli ruba il mantello anche la tunica (Mt 5,40), e a chi gli chiede lo sforzo di un miglio offrirne due. Nella vita c'è spazio per tutti ed all'infinito. Perciò ancora gli risulta comprensibile l'avvertimento evangelico: fatti un cuore a misura di quello di Dio. Quale cuore, infatti, potrebbe gestire l'eternità se non quello di Dio?

 

Abbandonare la propria casa, come fa Abramo, significa sfuggire la mediocrità che vorrebbe tutto trattenere. Certo si va in chiesa a pregare per i propri cari, ma questa urgenza che spinge ad implorare, deve essa stessa diventare il segno di un bisogno che l'umanità intera cerca di esprimere, attraverso le sue labbra, perché esse lo espongano a Dio.

Perciò la liturgia, richiamandoci al sacerdozio ricevuto nel Battesimo, invita a pregare innanzitutto per la Chiesa universale e per i bisogni di tutti gli uomini.

La preghiera del cristiano in­voca: 'venga il tuo regno' (Lc 11,2), sapendo che così ogni no­stro bisogno potrà essere soddisfatto nella giusta maniera, proprio in quanto inserito nella complessità armonica del tutto. Provate a ri­flettere e vi accorgerete che se mai Dio esaudisse le nostre pre­ghiere, così come noi le proponiamo, si produrrebbero agli altri danni ancora più gravi di quelli da cui chiedevamo di essere li­berati.

Chi lascia la casa per l'eucaristia domenicale si fa segno sia del superamento di questa mediocrità, sia della potenza che riveste la preghiera quando è ben diretta a vantaggio di tutti. E' come se dicesse: Ora vado a saziare il mondo e non temo di dare il mio poco, perché sono certo che ritornerò soddisfatto di aver dato, e ricco cento volte in più rispetto a quando sono uscito.

Egli è allora simile ad un uomo che potendo scegliere fra denaro contante, spendibile in ogni momento ma in quan­tità limitata, e la possibilità di firmare assegni, che bisogna volta a volta cambiare, ma agganciati ad un conto illimitato, sceglie senza esitare gli assegni. Na­turalmente potrà accadere che, non avendo moneta contante, se le banche sono chiuse, egli potrà anche patire la fame; ma sa che ciò durerà solo una giornata: avendo a disposizione un fondo mai svalutabile e di proporzioni infinite, il futuro sarà certamente pieno di serenità. Il poter firmare assegni (dell'esempio) indica  il potere dello Spirito; e la limitata mo­neta contante, quella piccola parte di verità e di comu­nione che riusciamo a raggrumare intorno a noi e difendiamo gelosamente.

Quando si esce di casa è come andare a sopraedificare la propria famiglia, la piccola comunione che abbiamo vicino. Se non si ha il coraggio di perderla, neppure si potrà ritrovarla nella nuova dimensione di grandezza.

 

Chi non ha il coraggio di aprire la porta della propria casa ed uscire, lasciandosi guidare dalla voce della campana, corre il rischio di infettarsi di quella malattia che definirei ‘omofilia’. Questa, dopo una incubazione nel gruppo, si attacca all'individuo e,  prima lo spinge a stare solamente con quelli che gli sono simili, e poi, per via di giudizi e di scissioni, lo riduce  solo " come triste divinità di se stesso.

Noi nascemmo maschio e femmina, nascemmo con il segno vivo dell'alterità. Destino dell'uomo è quello di cercare l'altro, perché solo incontrandolo riscopre l'unità primitiva: il Signore prima fece l'uomo uno e corporativo e poi lo rese dialettico nel maschile e femminile (Gen 1,27).

 

Uscire di casa, abbandonando il proprio gruppo, è come un accettare di incontrare l'altro, qualunque esso sia, greco o giudeo, maschio o femmina, libero o schiavo,. ben sapendo che nella Assemblea di Dio tutti sono una nuova creatura. Uscire, dunque, è grande penitenza, perché nessuno acçetta di spo­gliarsi della propria natura, della propria veste sociale, di quella spazialità e di quella storia che rappresentano come gli invo­lucri e gli esoscheletri della nostra realtà esistenziale.

Eppure bisogna andare, lasciando ciò che ci è simile, per trovare ciò che è dissimile: vi manderò come pecore in mezzo ai lupi (Lc 10,16), perché il giusto deve recarsi in mezzo ,ai pec­catori.

Chiudendo la porta di casa non si è più nobile o potente, maschio o femmina, padre o figlio, perché si sceglie di diventare complementare a chi si incontrerà nell'Assemblea, così che, a conclusione, sia perfetto il Corpo di Cristo.

 

- Chiusa la porta di casa, si è attratti dalla funzione che si andrà a svolgere: il sacerdozio, che il Battesimo impresse in ognuno di noi, si risveglia ancora più forte, e chiama ad essere secondo che lo Spirito chiama e muove: Avvìati - sembra dire - e preparati ad essere confortatore o  lettore; a parlare in lingue o ad interpretarle; a dare aiuto materiale o rigore di interpretazione.

Seguire questa voce è un avviarsi a riprendere il proprio ruolo nella viva complessità del Corpo di Cristo; è l'essenza stessa della penitenza come superamento del peccato.

Può riuscire difficile comprendere il peccato come una of­fesa a Dio, considerando che di fronte a Lui noi siamo molto meno di ciò che una pulce è per l'uomo. E una pulce dà fastidio, ma non riesce ad offenderci. Si riesce, invece, a comprendere intuitivamente la cattiveria di chi carica su un altro l'intero peso di una fatica. E' il caso nostro, quando facciamo ricadere sul solo Gesù il peso del sacrificio eucaristico.

Questa omissione rappresenta il conte­nuto tipico del male. Peccare equivale ad aggiungere, attraverso la nostra inerzia, una passione di più al Cristo. Di contro, vivere significa aggiungere, a spese nostre, ciò che manca alla passione del Cristo, cercando di sgravarlo della tensione di mantenere le cose in unità.

Far penitenza, allora, non vuol dire lamentarsi dei peccati commessi, aggiungendo così all'omissione un altro tempo per­duto; e neppure significa pagare, perché non avremmo moneta per saldare il conto. Far penitenza consiste, invece, proprio nel vivere, cioè nell'operare la carità che è unità.

Vivere la carità, operare per l'unità equivale, sotto il pro­filo soggettivo, a riassumere il proprio ruolo nel corpo di Cristo, di Colui che venne per servire e non per essere servito. Del peccatore diremmo, allora, che è come un ragazzo che, invece di comportarsi da uomo, continua a fare il bambino pe­tulante e vacuo. A lui si dice: 'Fai l'uomo! '. Ecco, la penitenza è dire: ' Fai il cristiano e agisci a somiglianza del Cristo '.

Uscire di casa è segno di voler rientrare nella pienezza del proprio ruolo eucaristico di sacerdote e servo, a vantaggio del Cristo e, na­turalmente, di tutto il mondo.

 

La porta della casa si è chiusa alle spalle di chi si avvia al monte del Signore. Chi lo vede passare sente l'eco di tutta questa meditazione, che gli canta nel cuore, ed in lui coglie un segno della presenza di Dio, quella presenza che diverrà certa e visibile nel mistero del pane e del vino.

Chi si avvia, spogliato di sandali e di bisaccia, di mantello e di tunica (Mc 6,8), sperimenta così la paura della solitudine. Si nasce, si soffre e si muore da soli. La solitudine ricorda Colui che, fra poco, saprà farsi solo nella morte, e, proprio in forza di questa solitudine divina, attirerà a sé tutta l'umanità. Chi cammina per la strada apre, dunque, le braccia della sua preghiera e sveglia i dormienti, accarezza i deboli, re­spinge gli indecisi ed abbraccia tutti coloro che accettano di seguirlo.

Solo, senza sandali, senza bisaccia, privo della difesa del gruppo, nudo finanche nei ricordi, chi si avvia all'Eucaristia mette la sua fiducia nel Signore e già lo illumina quella sovru­mana certezza che all'uomo della Croce fa dire: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito (Lc 23,46).

Vincenzo M. Romano