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I SEGNI   DELL' EUCARISTIA

Scheda n. 1

" Riscoprire i ‘segni’-le campane "

 

Sommario: I Segni; - Le campane; - Le campane: come, quando e perché; - Le campane e la Bibbia.

 

I ‘Segni’

La Vita! nel cuore dell'uomo non c'è desiderio più grande, ambizione più forte, gioia più intensa. Incontrare la vita è tutto; non importa il come e il quando. Chi avverte questa santa am­bizione può essere certo anche di provare la pienezza dell'in­contro, perché chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto (Lc. 11,9-10).

La Vita è lo Spirito di Dio, che continuamente si accosta all'uomo: dapprima come invisibile vento, del quale egli co­glierà solo gli effetti e che mai potrà stringere nella sua mano; poi come colomba, nelle forme della parola che si leva fra cielo e terra, visibile, tangibile, ma capace di volar via e scomparire; da ultimo come il Figlio, l'unico vero figlio, quello del Padre, che si è fatto anche stabilmente figlio dell'uomo. E' Gesù, il Rivela­tore, il Maestro che, incarnandosi fino in fondo nel nostro tes­suto umano, ne conosce le trame più intime, finanche quelle buie della morte, e ne manifesta, al tempo stesso, i fili più na­scosti, quelli che ci riannodano alla divinità di Dio.

L'ambizione profonda dell'uomo che cerca la vita resta sod­disfatta quando egli incontra il Cristo e si può sedere ai suoi piedi, per bere la rivelazione che scaturisce non solamente dalla sua bocca, ma da tutto intero il suo essere. La persona di Cristo va tutta contemplata, perché nulla in Lui è muto: Egli è la Parola (Gv 1,1).

Perciò il dialogo fra il Cristo e l'uomo non solamente corre sul filo segreto che unisce la limpidezza degli occhi e dei cuori, nella espressione oggettiva del parlare, ma si esprime anche nei gesti, nelle azioni, nei comportamenti, nei manufatti, nelle pie­tre. In tutto, insomma, perché tutto è corpo di Colui che è, di Colui che viene, è ambiente divino, è corpo di Cristo, in una parola è Vita che si comunica.

 

In queste schede non mediteremo solo le formule dogmatiche della Chiesa, che è il Corpo di Cristo; non spigoleremo solo fra le pieghe, ad esempio, del Simbolo di fede, che chiamiamo Credo, spre­mendo dalle parole i sapori nascosti. Neppure sintonizzeremo l'orecchio unicamente sullle parole della Scrittura, per­dendoci nella profondità della Parola.

Cercheremo di meditare l'incontro con la Vita, cioè con Cri­sto, nei gesti e nelle opere che visibilizzano la Chiesa, che è il suo corpo. Vedere la Chiesa è vedere Gesù; vedere le opere della Chiesa è un intravedere il mistero del Figlio di Dio. Un intravedere, dicevo, perché, quando ci serviamo dei gesti e dei fatti umani, non tutto è chiaro e coerente. Immaginate di dover parlare con segni ad una persona perché, ad esempio, è lontana e non è di grado di ascoltare la vostra voce. Anche per noi meridionali, che pure siamo abili mimi, esisterà sempre la possibilità di capirsi male. Meglio sarebbe telefonare oppure scrivere un biglietto.

Eppure talvolta i segni superano le parole: come sostituire, infatti, un bacio fra due persone che si amano, o una stretta di mano in un momento di solidarietà? Allo stesso modo, gestire un ospizio per abbandonati, visitare gli ammalati, passare pro­cessionalmente per una città seguendo la Croce, è certamente una buona maniera per rendere visibile la Chiesa e, attraverso la Chiesa, il Cristo. Ma sarebbe un adombrare e un lasciare in­travedere.

 

Quando invece si chiede ad un Sacerdote di celebrare l'Eucari­stia, allora il pane ed il vino, il sacerdote, il popolo e tutto il resto diventano la piena visibilità della Vita. Nell'Eucaristia noi diventiamo il volto stesso della Vita perché, come dice il Van­gelo, li mandò avanti a Lui a due a due come volto suo (Lc 10,1).

L'Eucaristia, insieme agli altri Sacramenti, è il massimo della visibilità della Chiesa, la perfetta liturgia in cui ci è dato co­noscere la Vita con la stessa intimità con cui una madre co­nosce il figlio del suo grembo; è il mistero della Maria di carne che concepisce il Figlio dell'Altissimo.

 

L'Eucaristia, che è qualcosa di complesso, è costituita da diversi elementi i quali, articolandosi fra di loro, rendono pieno il discorso della vita e soddisfano, così, il nostro cuore inquieto. Le pietre dell'altare, le sedie e le luci, i suoni ed i frastuoni, l'acqua ed il fumo: tutto, in una parola, diventa discorso ed atto di fede; ed il mondo, che finalmente per opera delle nostre mani può lodare Dio, perde il suo carattere profano e mortale e diventa qualcosa di santo.

I costruttori di Cattedrali erano uomini che sapevano di pre­gare quando tagliavano le pietre, sagomavano capitelli e scala­vano i cieli con l'audacia delle guglie. La loro esistenza si imme­desimava con l'opera, sicché morivano avendo negli occhi l'im­magine conclusa di ciò che si veniva elevando a Dio. Essi sape­vano bene che alzare un tempio era un atto di fede, era una testimonianza, un segno, una parola; era obbedienza umile al cammino tracciato da Dio. Essi alzavano il loro sguardo a Dio, seguendo la linea di quel monte di pietra che si levavano verso il cielo, attraverso il lento cementarsi delle pietre, senza ambizione di scalare la Divinità, ma come risposta ad una chiamata che invoca l'uomo alla destra di Dio.

Il nostro tempo ha irriso a questa sensibilità religiosa del vivere e ci ha insegnato ad asservire le cose e ad usarle come semplici beni di consumo; così ha tolto ad esse ogni significato, convincendosi che solo i concetti sono cose nobili. Ci siamo così allontanati dalla terra nella quale, nella persona di Adamo, fummo immessi perché la lavorassimo e la custodissimo. Ma io vi dico: sia benedetto il vostro amore per il tempio, per quelle pietre, per quella cupola che vi aiuta ad alzare gli occhi e vi ricorda la tenda dell'amore di Dio, sotto lal quale possiamo riposare in pace. Benedetto sia il vostro amore per il tempio, che resiste allo Spirito corrosivo del tempo.

 

Oggi si è quasi del tutto perduto il senso del luogo. Non sapendo più leggere la stabile catechesi che si articola nelle cose ordinarie, i templi vengono costruiti come luoghi astratta­mente funzionali, cose che servono, strutture morte che non dicono e non insegnano. L'architetto vi profonde pure i tesori della sua tecnica e della sua arte, ma quasi mai il tormento o la serenità della sua fede; né egli si sente voce della fede del popolo; ritiene, anzi, una mortificazione costruire un tempio che esprima, sic et simpliciter, la cultura della comunità. Egli, a differenza dei capomastri del medioevo, insegue come possibile ideale la sua indivi­duale ed astratta chimera dell'arte.

Ed anche noi meridionali, che siamo naturali maestri del segno, stiamo perdendo la sensibilità a questo discorso. Ci siamo lasciati convincere da idee astratte di funzionalità, nate altrove e per altre esigenze. La praticità, l'ordine, la pulizia, la elettri­ficazione, la meccanizzazione e lo stesso silenzio sono tutte cose ottime che, tuttavia, non sono nate insieme alla fede del popolo, né sono stati capaci di assumerne i contenuti. Pensate alla dif­ferenza di significato fra l'accendere una candela ad una fiamma e, di contro, dar luce ad una lampadina premendo un pulsante. Pensate a questi parcheggi di banchi che, come casse da morto, ingombrano la piazza di Dio e paralizzano l’assemblea: ordinati certamente, ma come tombe in un cimitero!

 

I segni, per poter essere comprensibili e trasmettere un messaggio, devono essere ripetuti costantemente e sempre nello stesso modo. Se, ad esempio, mettiamo due dita a ' V' ed alzia­mo il braccio vogliamo dire: ' vittoria! ': dall'ultima Guerra Mon­diale in poi si è sempre fatto allo stesso modo e nello stesso senso.

Ma oggi va di moda, anche nella nostra religione, il pen­siero puro, l'idea in sé, !'idea individuale. La comunità non par­tecipa più alla formazione dei segni e, dovendoli subire, prima o poi li sbava, li distorce e, infine, li abbandona. Accade, allora, che i segni si appiattiscono, non dicono più niente e si cade in un altro grave errore: quello dell'archeologia che cerca nella preistoria quanto non sappiamo produrre nella attualità della storia.

In questa atmosfera è facile, allora, scambiare la pluralità, che indica ricchezza, con la confusione; e la uniformità, che esprime piattezza, con l'unità, che indica invece la vita di una pluralità. E' facile, così, condannare la prima ed esaltare la se­conda; è facile, inoltre, cedere alla tentazione di voler sfrondare, di fermarsi al cosiddetto essenziale; anche perché, riducendo, si è in grado di riportare tutto a regole fisse ed immutabili.

Il segno, impoverito, diventa allora concetto e perde la sua natura viva e bisogna spiegarlo; ma, quando si giunge a dover spiegare con le parole un segno, esso è diventato ormai inutile.

 

Forse è tempo di dire meno parole per comunicare di più!

Nel discorso eucaristico, un poco alla volta, a motivo di quanto dicevo, ci siamo ridotti a considerare solamente il pane ed il vino, segni certamente fondamentali, ma non esclusivi della liturgia eucaristica sacramentale. Nell'Eucaristia c'è il Sacerdote, c'è il popolo, c'è l'altare e, insieme a questi, ci sono moltissimi altri segni. Cercheremo di osservarli nella loro struttura e nel loro significato, per consentire a chi partecipa ad una eucarestia di non sentirsi  come chi a teatro va ad ascoltare i dialoghi degli attori e  guarda scene e movimenti come qualcosa che gli può comunicare emozioni ma è al tempo stesso del tutto estraneo.

Mi è parso anche giusto rimeditare qualche segno che non è più visibile, non è più sottolineato, ma la cui ricchezza, lentamente perdutasi, può essere ancora vitalmente recuperata. Perciò al cominciare proverò a considerare il gesto semplice, ep­pure capace di esprimere significati profondissimi, di un fedele che, nel giorno del Signore, lascia la sua casa per venire al tem­pio, per la celebrazione eucaristica.

Uscire dalla propria casa per andare alla casa del Signore: qualcosa di semplicissimo, di banale, che avete visto ed attuato tante volte e che, certamente, vi ha anche parlato al cuore. Qual­cuno ricorderà la splendida scena finale del film " I Vitelloni" di F. Fellini: in quella livida e ventosa alba che chiudeva il Car­nevale, le vecchine, vestite di nero, passavano silenziose, dirette in chiesa ad inaugurare, con le Ceneri, il tempo austero della Quaresima. Coglieremo questo gesto partendo proprio dalla chiamata di Dio, che si esprimeva nella sonorità dei rintocchi di una campana. Un segno quest’ultimo che si è praticamente perduto, e crea solo occasione di liti giudiziarie. E non parliamo poi degli altoparlanti che trasmettono, in disco, campane pretenziose, aliene e mai conosciute.

 

Le campane

In città, dove il rumore regna sovrano, è quasi impossibile ricordare che esistono le campane. Chi abita in un paese può ancora ascoltare e godere di questo suono, che ha bisogno di spazi e di silenzio per potersi modulare e suscitare echi nel cuore di chi ascolta.

La campana era voce individuata e familiare; essa, annun­ciando vita e morte, passione e resurrezione, aveva un'eco spe­ciale nel cuore delle persone: era la voce della comunità che si assumeva il dolore e le gioie del gruppo e le piangeva o le cantava nei cieli. La sua voce evocava spazi divini, stendendosi da nube a nube e da monte a monte. Era un segno, fatto di suono puro, che sottolineava la grandezza di Dio, altrimenti invisibile al no­stro occhio. Su questa immensità divina mIsurava la piccolezza delle nostre vicende e riduceva i dolori mentre spandeva le gioie. Il silenzio circondava e misurava il rintocco del dolore, come un limite che lo concludeva e lo esauriva; gli spazi infiniti, a loro volta, accoglievano la pienezza dello stormo che esaltava la comunione di amore di un uomo e di una donna.

   Una voce immateriale pronuncia meglio le parole di Dio.

Il suono, che si ascolta e non si vede, è come una chiamata invisibile, immateriale, aperta a tutti e capace di infiltrarsi ovunque, anche nelle case ancora serrate e nei cuori non ancora aperti alla vita.

La campana del mattino: non già l'indicazione, ormai inutile, di un'ora che i nostri orologi ripetono con eccessiva fedeltà. E' parola di Dio, la prima, che ci parla di una convocazione alla vita: Svègliati, o tu che dormi - dicono con insistenza i rintocchi - svègliati, perché la luce sta sorgendo come segno del Cristo. Non lasciare solo Colui che esce di buon mattino a seminare. Le te­nebre sono finite, comincia la tua opera. Vieni a prendere il cibo del viandante, affinché il tuo cammino sia sicuro; vieni a man­giare quanto potrai poi ruminare per tutto il lungo giorno; vieni a bere alla fonte, perché il sole del deserto non possa farti del male

Poi la campana dell'Angelus: ha  durante il giorno raccolto tanti piccoli an­nunci di vita, ed ora li ripropone al mondo intero: Rallègrati - dice -, il Signore è con te, tu sei benedetto e benedetto è il frutto del tuo seno; non temere, è Gesù (Lc 1,42).

La campana della sera ripete !'invito: Vieni a prendere il Signore, come compagno nelle tenebre che avanzano; vieni per­ché si fa sera; vieni a riempire il vasetto d'olio, perché la tua lu­cerna sia accesa, quando verrà lo sposo a mezzanotte (Mt 25, 4 ss.).

Le campane suonavano perché qualcuno da giù tirava la corda. Il suonò squillante, la voce potente si formava nell'alto del campanile via via che lo sforzo dell'uomo si trasmetteva alla corda. Anche i campanari erano uomini di preghiera, erano il nervo di questa bocca di bronzo che sonoramente annunzia la Parola di convocazione di Dio.

 

Campane: quando, come e perchè

La  campana fu una invenzione laica a  scopo  puramente secolare (provvedere alla mancanza di orologi) o la scoperta di un segno religioso?  Sono, in genere, molto scettico sul carattere  mondano dei  gesti,  che lentamente si sono  introdotti  nella  vita liturgica.   Essi,  quanto  più  sono  antichi,  tanto   più esprimono  un momento del sensus fidei della comunità ed  un richiamo alla rivelazione scritturistica. Questo, almeno, è il mio attuale convincimento.

L'Eucarestia come azione coerente di  una  assemblea riunita, presuppone una convocazione, una chiamata: di qui, io credo l’utilità  della campana e la sua invenzione. Essa sembra sia stata costruita dai Campani, (da qui il nome), e sia stata  introdotta nella liturgia da San Paolino da Nola, per cui viene anche chiamata nola.

Il  canone 1169 del vecchio C. J C. regolava minutamente il regime di tale strumento. Esse andavano 'consacrate'  prima  dell'uso  liturgico e,  salvo  che  per avvenimenti assolutamente eccezionali o previo permesso  del Vescovo, potevano suonare solo a scopo di culto. Ne era poi vietato l'uso durante il tempo della celebrazione della Morte del Signore, cioè da Venerdì Santo alla  Resurrezione; quest'ultima veniva infatti annunciata da un suonar  festoso di  campane.

Se la Chiesa ne ha sottolineato  fortemente il significato sacro, il popolo vi ha collegato molte  altre cose.  Alle  campane  si attribuiva la capacità di  annunciare disastri, di scongiurarli e di impetrare da Dio la  salvezza dei raccolti dalla siccità. Il suono di una  campana  diventava argentino –così si   diceva- se nella fusione si aggiungeva sangue di  vergine. Ed infine,  secondo  la tradizione  popolare,  durante  il silenzio  pasquale, le campane si recavano tutte  insieme  a Roma  in pellegrinaggio. Una specie di visita ad  limina  al Magistero,  forse  per verificare e  registrare  la  purezza della intonazione e della Voce.; perchè la campana, non lo si dimentichi,  è  sempre  e  comunque una  voce  e  quindi  il sacramento  della grande Voce della  Rivelazione  di Dio.

Colte nel loro complesso, queste tradizioni debbono pur dire qualcosa. Il popolo infatti, a differenza dei pensatori da tavolino, è funzionale nelle sue scelte, sicchè, pur con tutte  le  loro  incrostazioni, quest’ultime  si  rivelano  sempre ricche di senso.

Già dicevo che un’antichissima tradizione collega  la convocazione   dell'assemblea  liturgica  al   suono   della campana. Ciò fu provocato da mere coincidenze, da  fattori puramente   umani,   oppure  alle  sue  spalle    vi fu  un riflessione di fede?

Mi domando però se a chi medita interessa  veramente dare  risposta a questi dubbi; nessuno infatti impedisce  di cercare  in noi stessi, che andiamo alla ricerca di Dio, una eco della sua presenza. Possiamo dunque lecitamente ipotizzare nei fatti uno spessore di fede. Se di esso non ne  godettero i padri, perchè privarcene noi che siamo i figli? I  simboli si  possono ancora creare; o almeno si può godere di  vedere in  essi,  anche  se inventati da noi,  un  riverbero  della divina presenza.

Le campane nella Bibbia

Il  capitolo  X  del  libro  dei  Numeri   parla  della costruzione  delle  trombe  di  argento,  che  servivano   a convocare  l'assemblea,  invocare  un sicuro  aiuto  di  Dio durante un assalto di nemici; ed essere da Lui ricordati  in occasione di momenti felici della vita.

Ancora più interessante come punto di riferimento  per una meditazione sulle campane, è il racconto della caduta di Gerico (Giosuè cap.VI). Dice il testo: per un  certo tempo (al fine di far cadere le  mura  e consentire  l'occupazione della città) si  dovranno  suonare sette  trombe  di  corno  di ariete;  e  poi,  al  momento decisivo,  dovranno  squillare le trombe  di  argento. Ad esse si unirà il grido unanime (ecco la vera tromba) della assemblea convocata. Al  suono  di  quella voce,  che  attesta  l'unità  del popolo,  e quindi la ricostituzione della Vita e  della  sua potenza,  cadrà ogni ostacolo ed ogni male sarà vinto.  Allora Gerico,  simbolo  di  ogni negatività  e  di  tutte  le resistenze, sarà vinta.

 

Nel capitolo VII del libro dei Giudici viene raccontata la   storia   di   Gedeone   che   libera   gli    Israeliti dall'oppressione dei Madianiti. Gedeone,   nel  momento  decisivo,  dota   i   trecento compagni, con i quali affronterà uno sterminato esercito, di una  tromba  e di una 'pentola' nella quale è  nascosta  una torcia.

Una  'fiaccola sotto il moggio' dunque, segno di  uno  Spirito che  inabita la Chiesa; e uno strumento sonoro (la  tromba) che rende tutti i combattenti altrettante voci di Dio,  sono le armi dell'esercito del Signore. Così, nella notte, la fiaccola (che allude al cero pasquale) verrà  levata in alto mentre si darà suono alle trombe. Allora, trecento trombettieri  e  trecento  fiaccole   creeranno   scompiglio nell'esercito  di  Madian,  che si  crederà  accerchiato  ed assalito da un infinito numero di nemici.

L'effetto  di questa scelta di Gedeone è  singolare:  i Madianiti  infatti,  atterriti, perdono  ogni  orientamento, entrano in una pura follia  e si uccidono a vicenda. Il male cade su chi lo compie.

 

Chissà  se  Paolino,  Vescovo di  Nola,  non  pensò  di fondere   tutti  questi  elementi.  Forse, in  una   veglia pasquale, quando il Cero acceso fu levato in alto, mentre il diacono, come   tromba   d'argento,   faceva    risuonare  l'esultanza  della  resurrezione, Paolino  intuì di  dovere unire i segni: il  diacono  e la sua parola, segno  del  popolo  della promessa; la pentola, segno della comunione domestica e del cibo che sostiene l’uomo, che ha conservato in se la fiamma della prima rivelazione affidata  ad  Adamo; ed il  cero,  supremo  simbolo  del Verbo risorgente e della comunione  universale   attuata  dallo  Spirito  del  Risorto Signore.

Nacque forse  in questo modo la campana, pentola domestica in cui risuona il Verbo sonoro simboleggiato dal cero pasquale, voce  argentina   del popolo  nuovo costituito da Colui che, risorgendo, riunisce  i  due fratelli divisi, per mettere  in rotta  e guidare all'autodistruzione le forze del  male  che aggrediscono  la Chiesa. Eccolo il richiamo alla sua capacità di mettere in fuga gli elementi avversi della natura.

 

Chi  vorrà  assaporare il suono di  una  campana  senza farsi   debitore   di   meri   sentimenti   poetici,   potrà lecitamente,  raffigurarsi questi dati della  rivelazione  e meditarli lasciandosi guidare dalla scansione dei rintocchi. Chissà!  Forse  nel  fondo  della  nostra   sensibilità occidentale,  il suono delle campane si collega   proprio  a questo  ancestrale  significato religioso. Forse  la  poesia della  campana altro non è se non l'affiorare di un  istinto di  libertà dallo strapotere della materia,  di  un bisogno di invocare,  di  un  autentico spirito di preghiera.

Vincenzo M. Romano