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Il ‘Dragone’ dell’Apocalisse una teologia del sacerdozio in Ap. XII ?
Sommario: 1) Premessa; 2) Glossario; 3) La versione corrente; 4)Un primo tentativo di letterale traduzione. 1) PremessaMolti sono gli studi sull’oscuro libro giovanneo dell’Apocalisse, e ognuno di essi si vanta di averlo in qualche modo spiegato; ma pur avendone letti alcuni, tra i migliori, mai mi è risultato chiaro quanto narrato nello scritto. Ho come l’impressione che invece di esplicitarlo, si parli intorno ad esso quasi presumendo già di possederne quel significato unitario che resta misterioso a chi legge sia per l’insieme, sia per i singoli passi. Osservando certi commenti mi vengono alla mente quelle pozze d’acqua vulcaniche in cui continuamente si formano bolle che esplodono una alla volta; e tu ti fermi a guardarle, e mentre ti pare di contemplare il tutto, in pratica sei attratto solamente dal singolo e ripetuto fenomeno, e continui indefinitamente ad esserne posseduto. Ché se alla fine ti chiedi: ‘che cosa ho visto?’, saprai solo descrivere quelle piccole esplosioni di gas. Anche l’uso liturgico del testo obbedisce alla logica delle ‘bolle’, cioè alla proposizione di questo o quel frammento. Di una predicazione catechetica del libro, neppure a parlarne. A differenza dello scritto infatti l’oralità non può distrarre l’uditore con quella massa di riferimenti e di note che ordinariamente sono gloria del libro. Eppure il titolo tradizionale della nostra opera significa proprio ‘Rivelazione’ e quindi mostra di voler comunicare qualcosa. Ho rivisitato più volte questo testo saggiandolo in più punti attraverso una mirata ricompitazione (cioè una vera e propria ‘lettura’); ora proporrò una letterale traduzione del capitolo XII dell’Apocalisse la quale, senza bisogno di particolari ed elaborati commenti storico filologici, spero parli direttamente ad un lettore che conosca qualcosa del linguaggio biblico e tradizionale della Chiesa. E, se il mio tentativo dovesse risultare valido, quasi mi scuso di strappare dalle mani degli studiosi dell’esoterismo, della storia e della filologia il loro giocattolo; essi che, autenticandosi a vicenda (proprio nel contendere sul significato), hanno fatto della misteriosità del testo il materiale del loro gioco. Ed ancora di privare gli artisti di un soggetto molto interessante dal punto di vista estetico e fantastico. Ma io credo proprio che l’Apocalisse non sia un testo letterario, bensì una esposizione della teologia della Chiesa. Tutto sta nel leggerlo per il verso giusto (cioè quello testuale), e nel cercare in ogni recuperata proposizione uno spunto di riflessione. La soluzione che propongo parte da due considerazioni molto banali, e cioè. a) che la compitazione corrente dei testi biblici (quella che troviamo nelle Bibbie in commercio) era essenzialmente tesa a consentire la loro conservazione mnemonica; b) che, come avvertiva Agostino, essa non può assumersi come base per una penetrante riflessione teologica. Come dire che non si possono analizzare i particolari di una fotografia quando è ancora nei primi momenti del suo sviluppo.[1] In breve non ho fatto altro che superare la ‘lettura carnale’; e verificare se, in una diversa compitazione, il testo sia in grado di mostrare un diverso e più alto comunicato. Dopo tale indagine posso serenamente ipotizzare che nell’Apocalisse molto probabilmente non c’è nessun discorso simbolico, e che muoversi in questa direzione equivale a lasciarsi distrarre da luminosità, oscurità, colori e fumi che mi ricordano le rutilanti scene nelle quali i cantanti di oggi riescono spesso a mascherare i loro difetti canori. Chiarisco che ovviamente la mia ‘lettura’ non pretende di essere ‘inattaccabile’, ‘vera’, ed ‘unica’. E’ solo un tentativo che vuole mostrare un possibile percorso ermeneutico, e che rendo pubblica proprio per sollecitare la collaborazione di chi vi abbia interesse. Certamente in molti punti si poteva compitare diversamente, ma ho evitato di proporre soluzioni multiple perché non ho voluto considerare la ritraduzione come oggetto di un saggio, ma solo come proposta di riflessione. So infine che editando questa traduzione mi acquisterò il sorriso di quella teologia ‘templare’ che (per tanti motivi che non starò ad elencare) si arrocca a difesa delle ‘pietre del Tempio’. Spero che continui ad ignorarmi e mi lasci lavorare in pace. Nutrendo grande e sincera stima per le altrui competenze in tanti aspetti della ricerca biblica (a mio giudizio comunque ancillari), ho sempre umilmente cercato una qual forma di critica collaborazione. Ma, silenzio o dialogo che sia, nutro comunque fiducia nello Spirito di cui nessuno è proprietario; e so anche che non noi, piccoli ricercatori, ma il Cristo solamente, guida e difende la sua Verità. Avverto il cortese lettore che sto cercando di eliminare alcune incrostazioni che offuscano il volto della fede. Quanto ho qui editato riguardo al cd. esoterismo di Marco, al segreto messianico, alle lettere di Pacomio si congiunge col presente lavoro (che avrà un seguito nella ritraduzione di un testo del ‘Fisiologo’), per restituire ai testi sacri una densità teologica ed una positività che spesso sembrano del tutto assenti.
GlossarioPer decodificare il nostro testo evidenzierò ora, in limine, la polisemia di alcune sequenze fonematiche che ordinariamente vengono lette solo in un certo modo, e diventano così il materiale fantastico del nostro racconto. Del pari indicherò succintamente il valore teologico di alcuni termini e, via via, con espressioni in parentesi cercherò di rendere più fluida la traduzione (letterale), e chiarirò il significato teologico di alcuni vocaboli non segnalati in questo glossario. Avverto altresì il lettore: - che molte di queste sequenze vanno intese come ‘parole composte’ (come si usa oggi ad es. in tedesco); - che ho sempre isolato la lettera ‘X’ sul cui significato rimando alla scheda sotto ‘Cristianesimo’ in questo sito; - che ho colmato le elisioni, sciolto le aplografie, e segnato per esteso i termini indicati da lettere isolate, marcandole con una sottolineatura. Le equiparo a quelle caratterizzate nella nostra lingua da un punto aggiuntivo (e. S. per Santo).[2] E veniamo a qualche esempio. La sequenza fonematica ‘Ouranos’ (con le sue varianti grammaticali) viene ordinariamente appiattita, intendendola nel suo senso generico di ‘cielo’, e introducendo così nel discorso cristiano un ‘topos’ di non facile individuazione; qualcosa che fa il paio con quell’improbabile ‘seno di Abramo’ della parabola del ‘ricco epulone’. Il ‘cielo’ è già un termine equivoco nel linguaggio corrente, ma è altresì una categoria estranea al discorso cristiano, recuperabile solo riconoscendo ad esso un valore traslato per altro difficilmente identificabile. Dove sta questo ‘cielo’? che significa? che relazione ha con il Cristo? con Dio? col Paradiso Terrestre o con la Santità? Le risposte a questi interrogativi sono in genere molto sfumate. Quanto a me, suggerisco di restituire alla sequenza tutta la sua ricchezza e (ad es.) compitare ‘ou ranon’ (ranon = ren cioè agnello, capro); oppure ‘oura Nou’ e intendere rispettivamente ‘Il suo Agnello’ e ‘La parte terminale del Progetto divino’. Oppure isolare il vocabolo ‘Anoos’ che significa ‘stolto, demente’. Assumendo poi la sequenza fonematica nella sua interezza, cioè come una singola parola, non si può limitarne il suo significato a ‘cielo’ con il suo carico di equivocità; ad esso bisogna aggiungere anche quanto un greco poteva intendere quando la sentiva pronunciare; e cioè: ‘Serbatoio delle anime’, ‘Tenda del Re’, ed infine ‘Palato’ e quindi ‘Bocca’. Un significato quest’ultimo che ad es. permette di leggere la prima invocazione del ‘Pater noster in termini eucaristici: “O Padre che sei nelle nostre bocche’. ‘Elios’ oltre a dire ‘sole’ con tutte le implicazioni teologiche direttamente riferibili a questo termine, può scomporsi in ‘El ios’ e dire ‘L’unica Luce\Fiamma’ alludendo a Cristo anima (fiamma) del mondo. ‘Selene’ oltre ad indicare la ‘Luna’ equivale ad ‘Altare’ (che all’origine era a forma di luna); inoltre, compitato ‘S’ ele ne’, dice ‘Per te una splendida folla’. oppure ‘un nuovo calore solare’. ‘Kefalè’ indica la ‘testa’ o anche l’intima struttura di un qualcosa; ed inoltre, isolando nella sequenza il termine ‘efalos’ rimanda a ciò che si riferisce al ‘Mare’ che, a sua volta, simboleggia la ‘marea delle Genti’. Inoltre può compitarsi come ‘K. efa ale’ e dire ‘il Signore parlava da folla’. ‘Drakon’ è il termine più interessante. Come participio del verbo ‘drakein’ indica colui che ha una vista acuta, colui che, come i vecchi sa guardare lontano e perciò viene qualificato ‘presbite’; inoltre è il nome di un ‘Pesce del mare’ (Ixtus); indica un ‘legame’; una verga (scettro); ed infine, compitato come ‘D. rakon’ suggerisce ‘colui che spezza le cose divine’. Tutti questi significati sembrano confluire nella persona e nella funzione del sacerdote eucaristico (Gesù e il suo vicario). Ed a questo proposito è fortemente suggestiva la verificabile corrispondenza, nelle culture antiche, di nomi di animali con funzione sacerdotale. Ed allora, ad es., come il sacerdote di Mitra veniva chiamato ‘Leone’ e quello di Cibele ‘Cavallo’, così il sacerdote eucaristico poteva senza nessuno scadalo chiamarsi ‘Dragone’.[3] Inoltre la sequenza ‘diacono, presbitero,episcopo’ assume, alla luce di queste considerazioni, una singolare valenza ‘ottica’ nel senso cioè di indicare e distinguere le tre funzioni, a seconda che lo sguardo sia tipicamente diretto: a) nel caso del diacono, alla terra, alla polvere (dia konia); b) del ‘presbitero’ (anziano e quindi presbite) a un orizzonte ancora lontano ma colto con lungimiranza; c) dell’episcopo, all’alto della santità (Episcopos = ‘guarda in alto’). Diventa così pregnante l’espressione: ‘Alzando gli occhi’ riferita a Gesù in persona, e ripresa nella liturgia eucaristica (I Canone). Essa indica che Gesù comprende l’intero sacerdozio. ‘Kerata’ ordinariamente tradotto ‘corni’ contiene il significato di ‘eratos’ che significa ‘amato, amabile’ e può dire ‘Le cose amabili del Signore’ (K. erata) . ‘Diademata’ tradotto con ‘diademi’ consente di leggere ‘dia demata’ e intendere ‘divini legami’. ‘Triton’, inteso nella traduzione corrente come ‘un terzo’, indicava nel mondo antico qualcosa che allude alla eucarestia. Il termine era infatti usato per la triplice libazione a Giove Salvatore simbolo di salvezza e benessere. Indicava poi i sacrifici esequiali del terzo giorno e quindi il culto di un morto; ed infine il sacrificio congiunto di un porco, di un capro e di un toro. Questi animali simboleggiano specificamente i ‘Gentili’, gli ’Eletti’ e lo stesso Cristo, considerato il ‘Toro’ di Israele. Anche perchè gode di questa triplice partecipazione, l’eucarestia potrebbe ben chiamarsi ‘Triton’. Che se poi si scompone il fonema esso può intendersi (tri T. On) come ‘la triplice cosa perfetta’, cioè proprio l’eucarestia. Opos lo intendo nel senso proprio di ‘linfa, succo’ in particolare quello della ficaia, la quale a sua volta simboleggia la Scrittura (la dolce). Non a caso i vangeli narrano di un ‘fico sterile’ e a sua volta la Genesi di come l’Adamo peccatore cercò di coprire la sua nudità sostituendo all’anima che aveva perduto ‘le foglie del fico’, o meglio, ‘i fogli della Legge’. ‘Aics-kos’ indica il turbine di vento; lo intendo teologicamente come quello dello Spirito di Dio che viene presentato come ‘Vento turbinoso’. La sequenza fonematica ‘Gune’ (a parte il riferimento alla figura della ‘Donna’ genesiaca) può leggersi come ‘G. Un e’ intendendo: ‘Disse il santo Figlio’ con trasparente riferimento alla Chiesa che genera il Figlio-eucarestia. Il vocabolo Gune può essere inteso come ‘Donna’, come ‘Sposa’ e come ‘Signora’. Nelle forme diverse dal nominativo essa consente una scomposizione che mette in evidenza anche il termine Aics (Spirito); per questo motivo ho tradotto ‘Turbine-Signora’, una brutta espressione che rende però il concetto teologico dello Spirito che è ‘Signore’. Né deve considerarsi d’ostacolo il carattere femminile, in quanto lo Spirito nella tradizione mesopotamica e semita era considerato proprio come un che di ‘femminile’. Aster oltre a dire ‘stella’ nel senso astronomico (ricordo che la consistenza fisica degli astri appartiene solo alla nostra cultura moderna) equivaleva ad una fiamma celeste e quindi all’Anima dell’uomo considerata una ‘fiamma-luce’, che veniva e tornava nel ‘cielo’ inteso come serbatoio delle anime. T.On indica la ‘cosa perfetta’ o ‘la Perfezione-cosa’ e quindi è il nome proprio dell’Eucarestia, come si deduce anche dalla Genesi: ‘E poiesen T.On’ cioè ‘Egli fece se stesso come Cosa Perfetta’. Ricordo che la lettera ‘Tau’, ultima nell’alfabeto semita, e quindi corrispondente all’Omega, anche nel mondo greco veniva considerata come sigla della ‘perfezione’ in quanto iniziale del termine ‘telos’ che indica proprio questo stato finale. Essa è ancora presente nella religione cristiana e fu a suo tempo valorizzata da S. Francesco, che probabilmente la derivò dalla Kabbalah. Ad Ofis, che in greco dice ‘serpente’, non va riservata una connotazione esclusivamente negativa, in quanto il termine indica anche il Cristo (vedi serpente di bronzo elevato da Mosè nel deserto, e richiamato proprio da Giovanni). Questo riferimento al Cristo viene letteralmente giustificato dalla sequenza fonematica che (colmando le elisioni) può svilupparsi in ‘Opa i soi’ e dire ‘Io sono per te la Porta’.
Una notazione finale: al lettore che si domanderà se anche i rimanenti passi del nostro libro possono ugualmente tradursi in forma diversa, segnalo a mo’ di esempio che quello immediatamente successivo, centrato sul vocabolo ‘Therion’ (la bestia che viene dal mare e segue il Dragone), può ugualmente riferirsi al Cristo quale risorto. La sequenza fonematica è infatti compitabile in ‘Th eri On’ e indica allora ‘Il segnato a morte dell’alba’ per il quale è prevista una ascensione. Compitato come ‘Th erion’ indica poi ‘il sepolcro del segnato a morte’ e cioè l’eucarestia. La lettera ‘Theta’ era la sigla che connotava i condannati a morte.
La versione correnteIl testo (Ap. cap. XII), di cui appresso darò una diversa traduzione, suona nelle versioni correnti più o meno così:[4]
“ Nel cielo poi apparve un segno grandioso: una donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle. 2 Era incinta e gridava per le doglie ed il travaglio del parto. 3 Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso con sette teste e dieci corna e sulle teste dieci diademi; 4 la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorare il bambino appena nato. 5 Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. 6 La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per 1260 giorni. 7 Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il Drago combatteva insieme ai suoi angeli. ( Ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. 9 Il Grande Drago, il serpente antico, colui che chiamiamo Diavolo e Satana, e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. 10 Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: Ora si è compiuta la salvezza e la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo. poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti a Dio giorno e notte. 11 Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a morire. 12 Esultate dunque o cieli e voi che abitate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo. 13 Ora quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio. 14 Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi, e la metà di un tempo, lontano dal serpente. 15 Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. 16 Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine ed inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca. 17 Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. 18 E si fermò sulla spiaggia del mare.”
Un primo tentativo di ‘lettura’ e traduzione letteralePremetto che non aggiungerò note di commento oltre quelle brevissime che ho inserito in corso di traduzione. Il lettore attento noterà la gran quantità di riferimenti all’antico Testamento e come molte espressioni rimandano specificamente a Paolo ed ai Vangeli. Rimarcarle e commentarle esula dalla finalità di questo lavoro che, come dicevo, vuole solo indicare una strada che altri, certamente con maggiore competenza e cultura, potrà battere se la ritiene utile alla fede. Ricorderò ancora che sia nella traduzione italiana, sia nell’originale greco, da me compitato, non hanno spazio né l’eleganza, né la finezza letteraria. Il testo sacro ha come unico scopo quello di comunicare una verità; perciò non va scorso, o anche letto solo con la normale attenzione; esso va meditato parola per parola, espressione per espressione. Non a caso la Chiesa fa uso di brevissime ‘Antifone’. Ho seguito il testo filologicamente corrente. Le licenze che mi sono preso consistono: a) nell’evidenziare alcune parole composte che, per altro, erano comunemente usate in quel periodo storico; b) ho raddoppiato un ‘lambda’ nel termine ‘aggeloi’ e un ‘mi’ in ‘lema’; c) ho considerato un isolato ‘gamma’ come sigla del termine ‘Aghios’ come è comune nel linguaggio epigrafico; d) ho ipotizzato che ‘lias’ possa considerarsi genitivo di un ‘lia’ che deduco da ‘Lis’ che significa ‘leone’. Sono in ogni caso piccole variazioni che avrei potuto anche eliminare considerando che il testo presenta notevoli potenzialità semantiche. Ho solo segnato, in carattere più piccolo, una variante a v.16 per mostrare dette capacità. Non ho sviluppato la cifra ‘X’ deliberatamente perché (vedi scheda sul ‘X’ in questo sito alla sottovoce ‘cristianesimo’) ritengo che svolgerlo come ‘Xristos’, sarebbe stato in un certo senso riduttivo, considerando il ridotto riverbero che oggi ha questo termine. Per le altre sigle ho scritto la parola completa in greco, segnalando con una sottolineatura la parte che ho aggiunto. Ho colmato le elisioni e svolto le aplografie per rendere più leggibile il testo greco.
[1] Sul punto vedi in questo sito Patristica- ‘Confessioni’, passim.
[2] Molto spesso (vedi l’appunto su Pacomio in questo sito) lo scrittore sacro faceva uso di lettere puntate per indicare qualcosa di noto al lettore. Così ad es. un ‘P.’ equivaleva a ‘Pater’ (Padre).
[3] L’uso di nomi di animali è presente un po’ in tutta l’antichità (si pensi all’Egitto) e voleva probabilmente alludere alla funzione esercitata dal Dio o da un suo rappresentante in una dimensione dell’esistenza che risultava caratterizzante una specie di animali (es. la fedeltà simboleggiata dal cane).
[4] Cito la versione Italina di Corsani-Buzzetti Ed. Società Biblica britannica e forestiera” Roma 1996.
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