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La scienza dell’irripetibile

(testo base per gli interventi nella omonima ‘tavola rotonda’

congresso –‘Il ritorno di Dioniso’ - Napoli 31.5.2003)

 

L’irripetibile

La domanda è grosso modo la seguente:

E’ possibile studiare, comprendere, esprimere e trasmettere un fenomeno che si presenta una sola volta?  Oppure solo i fatti che si ripetono e si lasciano parametrare possono formare oggetto del ‘sapere’?

E’ veramente ineluttabile che una grande parte degli eventi debba essere solo descritta, e non possa in alcun modo formare un sapere organizzabile in base a principi e all’interno di un sistema?

Dietro la risposta negativa a queste domande c’è una sottintesa affermazione (oggi divenuta dogmatica) secondo cui la scienza riguarda l’obiettivo, il ripetibile, il parametrabile. E dunque è impossibile un ‘sapere’ organizzato dei fatti irripetibili.

Ma, verificando sommariamente questo assioma base, ho pensato alla fisica subatomica, alla tesi probabilistica di Heisemberg; e ad una celebre frase di Bhor: “Una proposizione può dirsi scientifica se è falsificabile ad un certo limite”. E mi è sorto il dubbio che ‘obiettività’ e ‘misurabilità’ siano dei miti, comodi entro certi margini, ma pur sempre dei miti.

Al tempo stesso ricordando la frase che le cronache teatrali hanno tramandato: ‘Paganini non replica’; ho considerato che vi fu pure un ‘sapere’ in ordine alla sua irripetibile esecuzione, e di esso ancora si discute. Ed infine mi è venuto da ridere pensando a quegli ‘scienziati’ che negano vi sia un sapere riguardante l’arte o la parapsicologia sol perché Mozart o Eusapia Palladino non si sono sottoposti alle loro verifiche.

Pur contestando una superficiale accettazione del cd. ‘miracolo’ ho poi considerato che, quando esistono dei fatti, irrefutabili, lo ‘scienziato’ non si può fermare a considerarli inspiegabili, ma è tenuto a mettere in crisi la sua teoria (epistemologica, fisica o biologica che sia), e verificare se per caso non se ne debba costruire una più ampia. In ogni caso egli dovrebbe o tacere, o mettere in discussione quel suo metodo che si è mostrato incapace di affrontare il ‘fatto’. La scienza infatti studia gli eventi e non può ignorarli, o lasciarli in eredità ai posteri.

 

Ho vissuto molto da vicino la guarigione improvvisa di una suora attribuita all’intervento di Giovanni XXIII e, parlandone con l’amico prof. Zannini che l’aveva in cura, egli mi diceva: ‘E’ un prodigio’.

Ed io affettuosamente gli facevo notare: ‘Lasci pure che lo sia per me, ma per lei, uomo di scienza, questa guarigione è un fatto, e proprio  sui fatti si costruisce la scienza. La sua irripetibilità non le consente di gettarlo nel cestino delle eccezioni alla regola’.

Di fronte ad una guarigione realizzatasi in tre minuti, e che trasforma una paziente moribonda in una persona sana, ancora vivente in buona salute a distanza di decenni, un uomo di scienza dovrebbe lasciar perdere tutto e studiare solo quel caso, affidando al terapeuta di operare  in base a quanto è già noto.

 

Ho infine considerato un dato fondamentale: che in ultima analisi ogni sapere nasce dall’uomo ed a lui tende; e che di fatto l’uomo è pur sempre una singolarità che viene del tutto  falsificata se la si  riduce a concetto astratto, universale e standardizzato.

Mi sono allora chiesto: quale interesse ha l’uomo, colto nella sua concretezza, per un sapere ‘obiettivo’ che pretende rispondere a tutto, ma tace sulla domanda fondamentale e cioè sul senso del vivere e del morire in questo mondo?

E’ evidente che l’uomo si potrà pure illude di dominare col pensiero il ciò che è, ma è pur costretto a sperimentare la sudditanza alla realtà fisica del suo essere, e del mondo intero.

 

Immaginando un luminare di oncologia che, con la testa piena della sua scienza, scopre di avere un tumore incurabile, mi è venuto alla mente un antico racconto arabo.

 Un santone suggerì ad un poveraccio un modo facile per impadronirsi di tutto quanto egli desiderasse. Gli regalò allora un piccolo specchio nel quale egli poteva catturare quanto vedeva. L’uomo lo prese con gioia e cominciò ad imprigionare in quel vetro meravigliosi tesori. Ma restò deluso quando si accorse che il santone non gli aveva insegnato il modo per trarre fuori dallo specchio le realtà catturate per poterne godere.

 

I termini

Valutando il problema dal punto di vista lessicale, ho letto le definizioni di scienza del Tommaseo e dello Zingarelli.

Il confronto fra queste diverse definizioni mi segnala un dato interessante: per Tommaseo cardine della scienza è il ‘principio’, cioè un che di generale, di olistico, sicché ciò che caratterizza la scienza è proprio il ‘complesso’, cioè il momento unitario; per lo Zingarelli invece, i caratteri dominanti sarebbero la obiettività e la segmentazione dei discorsi scientifici in specifiche aree.

 

Scienza, dice il Tommaseo è un ‘sapere’; il termine indica “la notizia certa ed evidente di checchessia , dipendente da vera cognizione dei suoi principi.”

Ed ancora: “Il complesso di cognizioni ragionate  raccolte intorno ad un principio; o un principio svolto nelle sue principali conseguenze.

Ordine di cognizioni sotto principi universali,  sistema di cognizioni  d’un ordine determinato che ha principi generali e limiti propri.”

Per lo Zingarelli la scienza è piuttosto conoscenza e cognizione; è il “complesso dei risultati dell’attività speculativa umana volta alla conoscenza di cause, leggi, effetti e intorno ad un determinato ordine di fenomeni, e basati sul metodo, lo studio e l’esperienza.”

 

La identificazione evidenziata dal Tommaseo di una ‘Scienza Prima’ che precede le altre (naturali e liberali), mi ha fatto poi riflettere che proprio l’aver perduto il senso di quest’ultima (la ‘Scienza prima’) come momento olistico, ha fatto arroccare il sapere umano sui fatti ripetibili, con l’abbandono di quelli singolari ed irripetibili che pure concorrono a formare il tutto.

Questo suggerimento orienta a considerare, nella concretezza storica, le relazioni intercorrenti fra Scienze e Cultura generale, al fine di comprendere, tra l’altro, come si è passato da una scienza unitaria e gerarchica, alla frammentazione ed alle chiusure attuali.

 

Cultura di società o di élite?

A me pare di cogliere, quale elemento genetico dell’attuale visione della Scienza, lo slittamento da una cultura popolare (naturale), a una sottocultura intenzionale di una élite organizzata  in lobby, che in modi diversi viene imposta alla società.

Per millenni l’evolversi del sentire sociale ha espresso le  culture popolari, le quali recuperavano proprio nel contributo dei dotti la lucidità per formularsi, esprimersi e comunicarsi. Le rassomiglierei alla muraglia cinese edificata proprio ad opera di milioni di singoli ed anonimi costruttori di mattoni, assemblati da altrettanto anonimi muratori, sotto la guida di qualche nominato ingegnere.

Una cultura dunque che dal basso saliva verso l’alto. Un meccanismo che Mao Tse Tung tenne ben presente quando si servì delle guardie rosse diffuse in mezzo al popolo.

E ovvio che molti e forti input venivano diretti alla società da una minoranza e a volte anche da uno solo, come ad es. l’imperatore. Tuttavia, a partire da Aknaton per finire alla rivoluzione Marxista, passando per Giuliano l’Apostata, è stata poi sempre la società a decidere il senso della propria evoluzione.

 

Chi si muove nella deriva di questa sommaria analisi, e considera il sapere come atto sociale aperto, e non già chiuso ed isolato, può affermare a corollario che fini e metodi restavano comunque aderenti al fondamento originante; intendo all’uomo, con la sua singolarità e irripetibilità, e con le relative connessioni con società,  mondo fisico, e ciò che sta oltre.

A mio giudizio le colture del mondo antico mediterraneo, proprio perché nascevano da uomini pensosi del loro essere e divenire, aveva come suo fine la conoscenza dell’essere umano nella sua complessità ed irripetibilità.

Perciò esse non ritennero giusto ed utile autonomizzare e considerare assoluta la strumentazione razionale, con il suo corollario di idee astratte. In breve, la cultura nasceva,  aderiva e si adeguava all’uomo.

 

La dea ‘Ragione’

Per datare convenzionalmente l’inizio della trasformazione di questo antico ordine di cose, si può dire che con la Rivoluzione Francese, la Dea Ragione si autoproclamò unica divinità; e che da quel momento il mentale assunse il rango di realtà primaria autofondata. Esso divenne. con le sue intrinseche regole, legge a se stesso.

In parallelo l’uomo, da evento originante, si tramutò in oggetto e venne variamente categorizzato.

Questo mutamento, all’interno di quella che Tommaseo chiamava ‘scienza prima’, del principio primo (da Dio alla Ragione), ha prodotto molti effetti, fra i quali uno è veramente paradossale.  Mi riferisco al fatto che i meno liberi ed i più bacchettoni sono proprio i fedeli della dea Ragione. Essi si autodefiniscono laici, ma in realtà professano ad essa un incondizionato affidamento, e pe effetto una visione ‘sacrale’ della ricerca scientifica. Per di più vantano, seppure obliquamente, una investitura ricevuta dall’essere superiore, cioè dalla ‘Scienza’ stessa. Così il prodotto umano diventa signore dell’uomo.

La nomenklatura scientifica (cioè gli ‘scienziati’) si è così costruito un tacito esoscheletro di ‘sacralità’ che per sua natura pretende di non essere contestato; e che giustifica in radice ogni affermazione.

Un fenomeno questo che si sta pericolosamente generalizzando: insieme alla ricerca fisica è diventato sacrale l’esercizio dell’attività giudiziaria, sindacale, giornalistica, di critica artistica. E chi la pensa diversamente si vede subito appioppare l’infamante etichetta di eretico e viene arso televisivamente nelle fiamme del ridicolo.

 

Una non irrilevante espressione di questa visione sacrale della scienza è la deformazione del termine ‘scienziato’ che prima indicava chi conosceva, sapeva, trattava, una certa materia;  in una parola chi era  un dotto.

Oggi questo vocabolo (con i suoi derivati) per un verso si è ristretto, e per l’altro ha assunto un significato di autorità ed infallibilità.  Allo stato (vedi televisione) basta indossare un camice bianco, studiare una scienza fisica, muoversi fra macchinari e provette, per guadagnarsi tale titolo; e proprio in forza di questo blasone, poter formulare autorevoli  affermazioni su tutti gli altri campi del sapere ed autenticarsi come ultimo tribunale.

Voi dovete tacere: ha parlato lo scienziato! L’oracolo!

A me pare che il titolo di ‘Scienziato’ lo merita chi possiede una visione unitaria del mondo (per piccola che sia); qualificherei invece ‘Tecnico’ chi conosce (anche in sommo grado) una specifica materia.

 

In conclusione la cultura sta perdendo il suo fondamento antropico e la sua dimensione complessiva ed unitaria. Frazionata in mille universi di discorso arroccati nel tempio della dea Ragione, si è naturalmente trasformata in un qualcosa che per sua natura è portato ad una progressiva autolimitazione.  Né può sfuggire a questo destino dal momento che la nostra mente sa operare solo per analisi, ed ha quindi come sua legge la frammentazione.

 

Il formarsi delle Lobby

Parallelamente è accaduto qualcosa sul piano istituzionale. I sacerdoti del ‘mentale’ (i cd. Scienziati), volontariamente o involontariamente, si sono costituiti in separate lobby,  hanno sequestrato uno specifico sapere, e tendono a fagocitare quelli omologhi. Il fenomeno non è nuovo se si pensa alle antiche consorterie.

Ma, a differenza di quelle, tanto comuni nel Medioevo, quelle attuali hanno anche costituito un che di unitario all’esterno (seppure fortemente diviso all’interno), quella èlite che viene chiamata ‘scienza’ o ‘scienziati’e a volte viene finanche invocata come governo dell’intera umanità.

E così: - per un verso, la divisione interna ha fatto sfiorire l’interesse al sistema, sicché va di moda la ricerca applicata ed è negletta quella ‘di base’; - per l’altro, la compatta unità verso l’esterno genera una sottocultura, che è  fondata sul ripetibile, sul parametrabile, sull’obiettivo; che si afferma come l’unico, infallibile ed esclusivo sapere; e che di fatto viene imposta alla società.

 

In una tavola rotonda sui trapianti d’organo, ad eminenti scienziati napoletani posi una questione che non ebbe risposta; chiesi loro di spiegarmi il significato vitale della reazione di rigetto; essi ammisero di ignorarne il significato all’interno del complessivo processo vitale, ma di conoscere solo qualche suo meccanismo; ed io feci notare che era ben poco scientifico intervenire su un fenomeno di cui ignoravano la dinamica, sol perché col cortisone potevano fermare il rigetto. Non sto a dirvi le reazioni che provocai.

 

Ma tant’è, oggi la medicina cura i viventi senza neppure sforzarsi di conoscere che cosa è la vita; e la lobby al potere dispone di fatto dell’orientamento nella ricerca. Penso alla fusione a freddo bloccata dal Ignitor di Coppi, o alle cellule staminali tenute da anni in frigorifero dai biochimici farmacologi.

 

Questa potente nomenklatura, impadronitasi della cultura, ha la pretesa di guidarla anche attraverso un singolo suo componente. Il pericolo maggiore viene oggi proprio dal singolo ‘scienziato’ il quale crede (e spero per lui, in buona fede) di dover tentare ogni cosa, sol perché ha scoperto come farlo. Viene così presentata quasi come un’eresia la pretesa della società a decidere in ordine alla ricerca scientifica, quando questa dall’aspetto teorico passa alla applicazione. Vedi da ultimo i problemi sorti in tema di genetica.

La tensione a colonizzare i saperi paralleli, o a svuotarli di senso, sta poi assumendo livelli preoccupanti.

 

Un esempio. La cd. medicina ufficiale, in nome della sua superiore ‘scienza’, prima ha tentato di demonizzare le cd. medicine differenti, e poi, quando si è accorta che la società (cioè il vero motore culturale) dava ad esse fiducia, ha cambiato tattica. Le ha sequestrate tutte e subdolamente, per distruggerle, non le insegna, sperando siano dimenticate. Contemporaneamente ha orchestrato un autentico lavaggio del cervello. La televisione trasmette (a nostre spese) spot pubblicitari (a favore dei medici) dai quali filtra una riduttiva comprensione del nostro essere uomini: una visione dell’uomo del tutto materiale sulla quale la lobby medica fonda la sua autorità.

Ci viene insegnato che noi siamo un laboratorio chimico in un sacco di pelle pieno di ossa e muscoli. Su di esso il medico caw-boy spara i suoi proiettili (pillole e supposte) uno per ogni malattia. E ciò non per sua scienza e coscienza, ma seguendo i numeri scaturiti dalle analisi, e secondo quei ‘protocolli’ che gli consentono di restare estraneo al dolore del paziente, e salvo da eventuali azioni per danni.

 

Per assiomatizzare certe metodiche, elevandole al rango di principi, la nomenklatura aveva però bisogno di un blasone, di un titolo che le desse autorità. Di qui la continua ostentazione del cd. metodo galileiano; e così la parametrabilità, la ripetibilità del fenomeno, la ‘obiettività’ sono diventate principi. Eppure, tra gli stessi scienziati, non è per nulla scontato che l’uomo possa  neutralmente osservare il reale dall’esterno. L’ecologia ha mostrato che l’osservatore è sempre parte del fenomeno osservato; e, nella fisica infinitesimale, Heisemberg ha teorizzato la inosservabilità degli eventi.

 

In appendice a Galilei, che funge da autorevole e nobile antenato, la statistica è diventato il vangelo dei fedeli della Dea Ragione.

Non c’è spazio per affrontare questo interessantissimo discorso. Certo è che le  cifre statistiche non hanno di per sé autonomo significato in quanto vanno interpretate in base al  modello che le ha prodotte. Tuttavia non mi è mai capitato di sentire dagli scienziati-spot una previa enunciazione del modello statistico da loro utilizzato.

 

Un esempio: Lo scienziato di turno affermò: la talidomide non ha effetti secondari rilevanti. Non chiarì che nel suo modello statistico non erano state incluse le gestanti. Quando il farmaco fu usato, si scoprì che faceva nascere bambini focomelici.

Ma ancor più drammatica è l’esclusione dalla valutazione cd. ‘scientifica’ della complessiva realtà dell’uomo.  Ricordo con orrore le aggressive cifre statistiche con cui uno scienziato voleva convincere un padre a far curare in un certo modo la sua bambina affetta da cancro.  Al di là delle parole di circostanza che lasciavano ‘libero’ (si fa per dire) quel genitore, l’immateriale fatto di dolore e speranza, che pure costituiva la realtà di quel padre e di quella figlia, per quello scienziato era del tutto irrilevante. La verità era costituita dalle sue cifre.

 

Galilei: un grande alibi

Poiché gli eventi sono più onesti dei ricercatori, i risultati fallimentari della ricerca scientifica diventano, prima o poi, evidenti. Ed allora messi di fonte alla fallibilità delle loro conclusioni, gli scienziati preferiscono metterla in termini sacrali ed affermare la infallibilità per definizione della loro ‘scienza’. Essa,dicono, deduce questa sua qualità da due momenti formali: il metodo (quello galileiano) e la metodica (la statistica).

In breve, la ‘scienza del ripetibile’ viene così propagandata  con il fascinoso logos ‘Galilei’; un logos falsificante in quanto il metodo di quel santuomo viene applicato a settori estranei alla sua struttura logica.

E’ singolare il destino di questo grande ricercatore.  comodamente riletto ad usum delphini.  Riannodandolo alla vieta polemica ‘fede-ragione’ lo si trasforma  da creatore di un metodo di ricerche sulle cose fisiche, nel grande sacerdote della dea Ragione.

Certamente il grande Galilei rivendicava implicitamente l’autonomia epistemologica della ‘fisica’, ma non voleva certo spostare l’asse del sapere dall’uomo alla Ragione. Non voleva privare il sapere umano di quella tensione olistica che lo porta ad investigare il rapporto fra l’uomo (singolo ed irripetibile), ed il tutto, comunque lo si voglia intendere.

Egli non pretendeva, in forza del suo metodo, di farsi giudice  e signore di ogni altro sapere,  e di monopolizzarli tutti nei confini della sua limitata ricerca sulla fisica che oggi, con formula escludente, viene chiamata ‘la scienza’.

Galilei costruì un modello metodologico per studiare i fenomeni ‘fisici’; una scienza delle ‘cose’ e non degli ‘animati’. Proprio perché volto a cose inanimate, il suo metodo fondava sulla ‘ripetibilità’ e ‘parametrabilità’ del fenomeno.

Se egli credette nella ripetibilità del fenomeno, presupponendo una sua standardizzazione, ciò dipese anche dal fatto che il mondo di cui aveva coscienza era infinitamente meno complesso di quello che oggi conosciamo.Ciò gli consentiva di considerare inalterato l’habitat in cui riproduceva il fenomeno studiato.

 

Una visione ‘religiosa’ cioè olistica

Ma il punto più intrigante è la compresenza in Galilei del rigore metodologico nella ricerca fisica, e di una visione religiosa del mondo. L’autonomia epistemologica della scienza fisica, non implicava una chiusura monopolistica, né tanto meno un sostituirsi alla Divinità, intesa allora come il principio dei principii.

Sia chiaro: visione religiosa del mondo non equivale ad una posizione confessionale, ma ad una comprensione olistica. Anche chi professa l’ateismo si costruisce infatti una ‘religio’, cioè una visione unitaria del mondo, nella quale inquadra se stesso e i propri singoli saperi.

Se per Galilei ogni singola scienza (fisica, chimica etc.), non doveva certo subordinarsi alla contingente teologia romana, essa, quale sapere settoriale, doveva comunque continuare ad inquadrarsi in una scienza ‘prima’, più ampia, che avesse per obiettivo il tutto e il singolo, il ripetibile e l’irripetibile. 

Se Galilei non pretendeva di risolvere i problemi dell’uomo con il suo metodo, gli attuali scienziati, pur vivendo in orti diversi (ben cintati e mal comunicanti fra loro), fanno invece fronte comune in questa operazione di autentica involuzione culturale, e pongono così ostacoli alla umanizzazione dell’uomo.

 

L’uomo, scandalo della scienza

L’uomo è il vero punto dolente della scienza attuale.

Come tutte le cose dell’universo, anche l’uomo è un essere doppio, costituito da momento materiale e momento immateriale; è fatto di un quid di visibile ed invisibile, di parametrabile ed imparametrabile.

E’ allora giusto chiedersi:   Che senso ha una scienza frazionata che considera solo una metà di me, quasi fosse l’unica? che non studia le relazioni che intercorrono tra le parti che mi costituiscono? e per di più osserva la corporeità per sezioni?

 

Il ‘Doppio’

Non parlerò di corpo astrale, etereo, atman e anima; ma segnalerò un dato di immediata esperienza: la quasi totalità del nostro esistere è di fatto fondata sull’immateriale e si esprime a questo livello.

L’aspetto immateriale dell’uomo è enorme e decisivo; si pensi al tempo; alle astrazioni della matematica, della fisica, della teologia, della filosofia; agli ideali che ci inducono a guerre, sacrificio, morte; ai concetti che danno volto alle nostre vicende sentimentali alle nostre motivazioni, alla nostra follia. Si ricordi poi l’amare e l’odiare, il valore della famiglia, lo sviluppo della propria individualità, i rapporti umani, la felicità, l’arte; ed ancora le figure mitiche del successo, del dominio, dell’economia.

L’uomo è tutto questo; e se la scienza deve essere innanzi tutto scienza dell’uomo, e dell’habitat col quale egli convive, la scienza del ‘ripetibile’ è solo una prima approssimazione alla vera scienza, quella prima come la qualificava il Tommaseo.

 

Essa certamente non può identificarsi con la cd. metafisica di cui sono stati evidenziati i limiti; essa va costruita con metodiche e principi nuovi ed adeguati; e questa è la sfida culturale del terzo millennio della nostra civiltà

E’ infatti di tutta evidenza che un innamoramento ed un’opera d’arte concorrono con il metabolismo a costituire ciò che siamo; sicchè non si può in nome della cd. Scienza fisica continuare a vietarsi la ricerca di questo sapere. Non si può negare l’amore e l’odio, oppure l’arte di un Mozart, sol perché non conosciamo unità di misura che li possano parametrare o la possibilità di ripeterli.

Lo scandalo insuperabile, costituito proprio dalla realtà umana (variabile imparametrabile), non si risolve usando l’arma della standardizzazione semplificante. L’uomo ‘Doppio’, singolare ed imprevedibile, che compie atti irripetibili, non può essere trasformato in un astratto convenzionale, pur di inserirlo nella logica galileiana.

Come l’economia ha inventato ‘l’homo economicus’, così la medicina si è costruito l’uomo biochimico, con i suoi astratti corollari: uno per tutti il concetto di ‘malattia. In tal modo un singolo livello di esistenza (quello biochimico) viene di fatto equiparato all’intera e complessiva realtà antropica. Ma l’uomo eccede i suoi processi biologici.

 

Le conseguenze di questo riduzionismo sono evidenti: il sapere si è fortemente frazionato; le ricerche settoriali hanno reso sempre più complessi i sottosistemi, ed hanno precluso una visione olistica, cioè una vera ‘scienza’ della Vita umana.

Sintomatico è il fatto che nelle facoltà di medicina non esiste un insegnamento che rifletta sui ‘modelli della Vita’. Quest’ultima non è oggetto specifico di studio, pur essendo chiaro che la medicina cura proprio i viventi.

Sintomatico è anche il ruolo marginale riservato dalla nomenklatura a coloro che, con metodiche diverse da quelle galileiane, si dedicano a studiare il Doppio immateriale dell’uomo. Mi riferisco alle scienze dei sentimenti e del mentale; alla psicosomatica, all’agopuntura e all’ipnosi.

 

Non trarrò assiomatiche conclusioni:

Sia chiaro che io non voglio affermare nulla di obiettivo e di universale, nè che la mia impostazione sia migliore o più valida di quella corrente. Io mi rifiuto di adorare la ‘misurabilità’ perché mi avverto al tempo stesso piccolo e grande; immerso in un universo che è me stesso; desideroso di un Principio, assoluto e tutto attuale e fruibile. Una impostazione quest’ultima che si va facendo strada fra gli studiosi della fisica infinitesimale, ma risulta incomprensibile a quelli che trattano i saperi intermedi (biologia, medicina etc). Questi ultimi infatti sono vittime della loro stessa collocazione intermedia fra ricerca pura e applicazioni pratiche.

Ciò che mi ripugna è l’albagia, la supponenza, l’apoditticità di chi crede di avere in pugno il mondo e l’uomo, nel numero, nel concetto, nella sequenzialità.

Con costui, quando lo incontro tramortito da un qualche fallimento esistenziale, abbandono ogni argomento logico e cerco solo di testimoniargli quella serenità di fondo che quella cultura così osteggiata mi ha offerto, e che la sua scienza gli ha negato.

D’altra parte i limiti di questo orgoglioso e supponente modo di considerare la scienza, vengono continuamente proclamati proprio da quelle funebri lapidi sotto le quali gli stessi scienziati sotterrano le loro precedenti formulazioni.

 

Quanto a me, da uomo che vive ora e qui, e sa di andare verso una uscita, non so che farmene di una scienza che si autentica firmando cambiali-spot che altri dovrebbe onorare  in un domani lontano ed imprevedibile: capiremo… scopriremo…risolveremo, cureremo… A questi futuri preferisco l’ignoranza ‘scientifica’ del mio oggi, perché, anche se ancora non spiegarlo, lo avverto infinito.

Ho dedicato la mia esistenza a cercare e comprendere  l’uomo ed il suo destino; ma principalmente la sua felicità. Così mi sono imbattuto nel Dio della Vita.

Certamente ho compreso l’importanza dell’uso strumentale del pensiero logico sequenziale; e di esso mi sono sempre ampiamente servito. Ma, quasi per istinto, ho amato il pensiero creativo circolare, l’intuizione, l’illuminazione, non appena mi sono reso conto che nel dire ‘IO’ affermavo solo la precaria e provvisoria edizione di me stesso. Da allora ho cominciato a cercare il mio eterno ‘SONO’.

La ‘ragion pratica’ ha continuato a fare i conti con la ‘causalità’; col tempo; e quindi con il ‘ripetuto’; ma la ‘ragion pura’ mi ha presentato un tutto ‘compresente’ ed ogni attimo ha assunto un valore infinito. E l’infinito è diventato in me come il punto Alef di Borges, e il sonno  si è rivelato uno spiraglio attivo, sempre aperto su quel topos animico che consente di costruire un sapere dell’irripetibile.

Ho infine compreso che è illusorio, fra tanti tradimenti, amare e studiare la VITA, se essa viene intesa come ripetizione di gesti e di situazioni; ma che bisogna VIVERE, perché il ‘vivere’ non abbandona mai, ed è una continua ed esaltante esperienza.

Perciò inseguo (e talvolta raggiungo) un sapere dinamico, una coscienza di Vivere; e se e quando entro in quel fiume, lascio sulla riva la scienza cadente del vissuto.

In conclusione dirò solo che Scienza dell’irripetibile equivale ad una istanza di umiltà; di confini sempre più ampi ricercati con una mentalità olistica; a deporre l’albagia che caratterizza chi, guadagnata una posizione di prestigio, per conservarla, si arrocca in essa. In medicina sono più che evidenti queste due esigenze fondamentali, perché ne va di mezzo direttamente la vita dell’uomo.

 ‘Scienza dell’irripetibile’ è un richiamo alla centralità dell’uomo e della società. Nella Costituzione italiana, il popolo viene dichiarato sovrano nello scegliere il suo presente ed il suo futuro; e ciò deve valere anche quanto al progresso scientifico. Inoltre viene assunto nella sua  laicità. Una laicità da riferire non solo alle religioni istituzionali, ma anche alla sacralità della Dea-Scienza alla quale, silenziosamente, si tributano oggi sacrifici umani.

 

Vincenzo M.Romano