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SCHEDA n. 6 - C - Due uomini nella Genesi ? Il Cristo archetipo
La teogonia del Cristo come archetipo Tutto quanto abbiamo detto va naturalmente verificato nel divenire del Cristo, unico oggetto della rivelazione biblica. Perciò, per cogliere il senso del divenire dell’uomo, è necessario fare un passo indietro e delineare la traiettoria del Cristo, nella quale questi eventi devono trovare collocazione. Tale linea di ricerca apre a tante sottosezioni che allo stato sono costretto a lasciare in ombra. [1] Su questo tema ho già detto qualcosa nelle schede presenti in questo sito, ed ora cerco di riassumere brevemente la mia ipotesi di lettura del testo della Genesi, che sembra supportare l’ipotesi che vado proponendo.
L’iniziale passaggio dal Verbo trinitario al Cristo increato e divino e poi al Cristo creato, sono momenti del mistero insondabile di Dio che non è possibile possedere intellettualmente, ma solo recepire umilmente come notizia rivelata dalla Sacra Scrittura. Noi conosciamo infatti solamente il Cristo creato. Dalla Bibbia (adeguatamente ricompitata) sappiamo che egli si manifesta come magmatica animicità fontale (TAU ON) ; ed ancora che quest’ultima progressivamente: - si depotenzia in materia; - e si pluralizza in esseri individuali, facendoli evolvere fino ai primati e all’uomo. A quest’ultimo il Creatore attraverso il Nominare affida il potere creativo che fino ad allora aveva riservato per sé. Come vedremo, l’atto del nominare (divino e creativo) passa all’uomo a partire dalla comparsa degli esseri animati; e ciò per indicare che la Vita primigenia ha costruito nel suo intimo una qual soggettività che, evolvendosi, si trasferisce dagli animali all’uomo, ed in esso diventa perfetta. Tutto questo divenire è teleologico e non casuale, in quanto orientato al Ritorno al Cristo divino che opera per forza sua, sicchè possiamo definirlo un divenire finalizzato.[2] La comparsa del primo essere umano, cosciente di sé, dell’altro da sé, e dell’Oltre, costituisce una meta intermedia (lo segnala la presenza temporanea del Cristo come uomo). La successiva (risveglio attraverso la sua morte) consiste nel perfetto esprimersi di quell’animicità fontale (Gesù anima) che fino al momento della comparsa dell’uomo, operava ‘sotto traccia’ nella materia. Gesù risvegliato, (senza gelosia per tutti gli altri soggetti che lo imiteranno),[3] può liberamente sintetizzare nella propria anima tutto il creato (“Oggi sarai con me nel Giardino”) e diventare così l’io della Vita. Nella sua umanità risvegliata, egli manifesta che l’uomo è la perfezione della individualità; della pluralità; dell’alterità, della bisessualità (Maschio-femmina); ed è una totalità.
Ma quest’ultima fase sfugge alla nostra comprensione a causa del peccato nel quale seguitiamo ad esistere. Infatti, proprio il possesso da parte dell’uomo di una infungibile identità, ed ancor più di questa inaudita capacità di ricapitolazione del creato (Adamo anima nel giardino), genera in lui quella tensione distruttiva che Esiodo chiama la ‘Contesa’. A causa di essa (vedi Caino e Abele), egli non raggiunge l’unità del tutto. Quest’ultimo infatti non si riesce a coagulare in lui, a riformare l’animicità primigenia che, arricchita ora di una totale autocoscienza, è capace di volgersi al Mistero Divino, pronunciando la fatale parola che conclude il processo: Padre! Dunque l’uomo fallisce, ma il Cristo creato, da sempre presente, si manifesta umanizzandosi in Gesù, ed esprimendo in lui singolo uomo la propria totalità. In Gesù di Nazaret si perfeziona così quel segmento del divenire che proprio nell’uomo vedeva il suo momento culminativo. Gesù (che è il Cristo) nella sua anima (risvegliata col morire sulla croce) ricapitola allora tutto il creato, e lo trasforma in suo corpo. E alla Famiglia di Dio (la Chiesa) che lo costituisce egli offre in dono se stesso, nella eucarestia, mettendo a disposizione (per omnia specula saeculorum) la sua divinità. In questo momento di comunione unitiva si attualizza la profezia della Genesi, e il generare acquista una inaudita modalità. Infatti da materiale qual’era (nelle sue varie forme), esso si trasforma in animico. Ora è il seme della Chiesa (Donna) che genera anime vive e vitali; e le fa emergere dai corpi costruiti (come che sia) dall’umanità materiale; e, da risvegliate, le coordina nella Comunione del Cristo divino. Un ritorno alle origini dunque, una fase partenogenetica che i vangeli annunziano attraverso il singolare concepimento verginale di Maria, e il suo altrettanto singolare parto. E tutto ciò si attua in quanto, ad opera del Cristo (In vista della maternità, dice il dogma), la matrice non è inquinata dalla ‘contesa’ (peccato originale), e Maria giustamente viene detta concepita senza peccato.
Alla luce di quanto precede si può tentare di dare risposta ai quesiti che ho già accennato e che ritengo utile ripetere. Se la prima fase del divenire del Cristo tendeva all’uomo, come lo si può configurare nel suo stato primitivo? Com’era l’uomo nel segmento che precede il peccato (e qui Maria può fornire degli indizi validi)? Come si pluralizzava? Da sempre è stato Maschio-Femmina come sembra suggerire la Genesi ad una prima lettura? Possiamo immaginarlo come un Sapiens Sapiens, o nella sua icona complessiva vanno compresi tutti i livelli evolutivi che egli ha attraversato? Visto che è intervenuto il peccato che ha deformato l’iter naturale voluto da Dio, si può ipotizzare che lo stato finale (Donna avente un suo seme generatore) corrisponda in qualche modo (anche se in grado superiore) a quello iniziale? In altre parole chi per la prima volta incontra l’uomo, nel suo stato adulto, può immaginare per via di similitudine il suo corpo di bambino?
L’uomo e la Vita La lettura corrente del racconto delle origini insegna che Dio creò la materia e poi vi infuse la vita; che infine, buon ‘terzo’, comparve sulla scena del mondo l’uomo. Il primo amore di Dio sarebbe stata dunque la materia e solo gradatamente la vita e l’uomo. E chi poi la creazione delle anime la colloca all’origine, deve concludere che anch’esse, in quanto espressione della Vita, vennero ad esistenza solo dopo la materia. Si ripeterebbe così lo schema esiodeo: prima Gea e poi Urano. A mio giudizio, lo ripeterò, il testo genesiaco dice perfettamente l’opposto. Dio creò l’unica ed immortale Vita (TAU ON, animicità= Cristo creato) ed essa nel processo tendente all’autocoscienza si fece materia. La Materia va allora considerata strumentalmente come ‘principio di individuazione’ della Vita, perciò ad essa secondaria, e da essa onticamente dipendente. Questa Vita primigenia, densa e magmatica si pluralizza e si personalizza in ogni elemento materiale (Sarcs, Carne) e conclusivamente nell’uomo. Ogni uomo può considerarsi un ‘io’ della vita, in quanto personalizzazione della Vita creata da Dio fuori dello spazio e del tempo; e la sua pienezza è costituita proprio dal diventare anima, cioè la primigenia dimensione immortale del creato. La sintesi armonica di tutti gli innumerevoli ‘io’ esistenziali, che si susseguono nella vita sulla terra, avrebbe costituito l’Io del creato. Se dunque l’uomo (maschio-femmina) non è uno speciale animale che giunge sul già esistente palcoscenico del mondo, ma un momento (quello critico) del grande processo cosmico attraverso cui la Vita creata da Dio diventa capace di dirsi a se stessa e di rivolgersi al Creatore col termine santificante: Padre!; se tutto ciò è vero, la ‘Realtà’ non consiste in questo universo materiale e nelle cose che esso contiene. ‘Realtà’ è invece la Vita creata da Dio (animicità) ed ogni sua espressione; ‘realtà’ è l’autonomia ontica del creato dal suo creatore; ‘realtà’ è la relazione che lega il cosmo come creatura al suo Creatore.[4] Ed allora, se si segue la linea interpretativa che prospetto, il generare (di cui parlerò in altra scheda) non può avere come primo ed unico punto di riferimento i singoli individui carnali (bisessuati), ma la totalità della Vita. Essa proprio si esprime nelle individualità umane (concepiti) alla cui formazione collaborano le singolarità già esistenti (genitori). Detto in breve non c’è prima la materialità del concepito e poi l’anima cioè la vita immortale, ma l’animicità (sempre presente nella materia) comincia ad evidenziarsi come Vita individuata nel momento stesso in cui può esprimersi specificamente in un singolo essere umano fin dal suo concepimento.
Ma torniamo alla Genesi e cerchiamo di comprendere in quale forma la generazione era attuabile nel Giardino. Qui il Maschio inteso come individuo (perciò il Talmud diceva che Adamo era ermafrodito) è colui che da solo genera. Questa affermazione che può sembrare paradossale sul piano biologico è validissima su quello teologico ed animico. Per intendere la generazione animica si pensi alla paternità spirituale o alla adozione. Questo speciale atto generativo ha due espressioni: a) per un verso, col suo seme l’uomo innesca un processo dal livello più basso che tende a costituire alla vita biologia un ‘Io’ che presiederà alla corporeità del figlio; nasce così l’uomo corporeo con il suo mentale, col suo ‘Io-noi’ destinato ad essere travolto nella morte. La sigla che indica la mortalità dell’uomo è quel ‘Teta’ che, nelle liste dei condannati, indicava coloro che dovevano andare a morte. b) per l’altro, parallelamente, con la sua anima dovrebbe personalizzare un Io animico, permettendo alla preesistente animicità, creata da Dio, di identificarsi. Può allora dirsi che egli ha generato un’anima. In questo senso i figli debbono essere generati con amore, nel rispetto della legge del creato (paternità cosciente e non ragioneria del mondo) Dunque, il suo corpo genera un corpo; un momento poco importante perché questo corpo può anche costruirsi indipendentemente da lui (si pensi alla adozione). Ma il seme dell’uomo non è solo corporeità in quanto è comunque Vita latente , cioè animicità primordiale. Ne consegue che nell’innescare un processo biologico egli dà anche inizio alla individuazione di un’anime. In questo senso si può dire che egli genera un’anima. Ma chi realizza la pienezza della generazione è proprio la donna-femmina. Essa infatti, stante la piena indissolubilità di corpo ed anima, formando il corpo fisico del figlio, stabilisce i primi lineamenti di quell’anima che poi liberamente costruirà i suoi tratti caratteristici. Detta partecipazione evidenzia allora un ruolo femminile che nella cultura classica era oscurato dall’ingombrante presenza del maschio, e che Gesù esalta nella figura della Chiesa (Maria). Tutto questo processo (maschile e femminile) viene turbato dal peccato, ma certamente non viene annientato. Lo si continua ad affermare quando si proclama che la benedizione di Dio alla famiglia ha superato la pena del peccato e il castigo del diluvio. L’effetto negativo del peccato (che rimane) consisteva nella incapacità dell’uomo e della donna a individuare un’anima e quindi da viva renderla vitale. Perché ciò avvenga diventa allora necessaria una nuova gestazione (Luca lo esprime nel concorrere di Elisabetta e di Maria alla nascita del Battista; Giovanni nel passo di Nicodemo). Essa è affidata alla Chiesa che la conclude con il Battesimo.[5] Questa azione vitalizzante si esprime nel ‘dare un Nome’ . Perciò Il Battista e Gesù ricevono un nome direttamente dall’Angelo anche se si chiede la collaborazione di Zaccaria e di Giuseppe. E il NOME viene dato prima, perché sia chiaro che (in quest’unico caso) la gestazione servirà solo a far crescere e non anche ad individuare (dice Maria: La mia anima fa crescere il Signore).
Ho riservato, come ultimo, un input che deriva dalla narrazione della creazione dell’uomo. In particolare vorrei mostrare le potenzialità semantiche dei racconti biblici. Prima però invito il lettore a soffermarsi su qualcosa di sfuggente, che tuttavia condiziona non poco la ricerca. Mi riferisco alla secolare ripetizione di un testo biblico letto costantemente in un certo modo. Essa infatti crea in chi lo ascolta un senso di sicurezza, e fa presumere che il significato sia quello e solo quello, e che esso non può essere modificato. Perciò si usa dire: “Sta scritto”. Quando allora, mediante una rinnovata compitazione, qualcuno lo legge differentemente, in chi ascolta si genera sospetto, e poi un pregiudiziale rifiuto per ciò che appare destabilizzante. L’innovatore allora viene messo sul banco degli accusati, e gli si chiede ragione delle variazioni apportate al significato tradizionale. E neppure chi lo contesta si fa carico di giustificare la lettura fino ad allora ascoltata, ed alla quale egli crede. Essa è per lui un dato certo; e non conta sapere che qualsiasi versione della Scrittura non gode, di per sé, di assoluta credibilità; ed ancora che quella tradizionale si fa forte solo della sua continua ripetizione.[6]
Ciò posto, a mo’ di esperimento, invertendo per una volta le parti, proviamo ad immaginare che la lettura tradizionale del nostro passo (ripetuta da duemila anni) sia quella che ora suggerirò; e poi ad ipotizzare le eccezioni che uno scandalizzato lettore avanzerebbe verso chi gli proponesse come diverso significato il testo che oggi viene correntemente predicato. Immagini il lettore di aver ascoltato da sempre la seguente versione: (1,26) “E Dio disse: Farò per me un UOMO; e naturalmente egli stando giù nella terra, (sia) non solo un aiuto, ma anche - disse- a mo’ di calice realizzi l’unità nella sua dimensione di mortale. Ed essi siano guida….. (27) E Dio fece l’uomo; secondo il progetto, lo fece un mortale che appartiene a se stesso (autonomo); un che di maschile e di femminile fece quelli; e quelli Dio benedisse dicendo: evolvetevi (nella vostra dimensione esistenziale), raggiungete la statura adulta (dell’anima), abbiate la pienezza (del Cristo). Siate Signori della terra, e siate guida dei pesci del mare…”[7] E immagini ora che qualcuno suggerisca di leggere differentemente, e cioè (testo ora corrente): (26) “E Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza ed abbiano il dominio sui pesci….. (27)E fece Dio l’uomo. Secondo l’immagine di Dio lo fece, maschio e femmina li fece e li benedisse Dio dicendo: crescete e moltiplicatevi e riempite la terra e dominate su di essa e comandate sui pesci del mare…” .
Quale allora, di fronte a tale novità, la reazione del nostro scandalizzato lettore? Io penso che per principio la rifiuterà; poi la mitraglierà di eccezioni. Mi vorresti far ammettere –direbbe- che l’uomo è immagine di Dio, ed a lui somigliante? Ma questo è un orgoglio luciferino. E poi, dimmi, dove e come si realizzerebbe questa intima relazione di similitudine con la Divinità? E come la colleghi al divieto di fare icone di Dio, se poi proprio l’uomo ne è immagine? Dicendo che l’uomo è somigliante a Dio, mi stai suggerendo di rappresentarmi Dio come un uomo? Al più ti concederò che la tua versione profetizza Gesù, uomo perfetto, ma non venirmi a dire che somigliano a Dio tutti gli uomini, a volte veramente dei mostri. Nella tua nuova versione c’è una contraddizione fra la fase progettuale, dove si prospetta un uomo da farsi ad immagine e somiglianza di Dio, e l’esecuzione, dove non si parla più di somiglianza? Dio ha cambiato forse opinione? E’ accaduto qualcosa? E che cosa dovrò dire di me? Che sono somigliante, o solo una immagine? Dal punto di vista letterario dimmi perché mai in questo passo improvvisamente e senza una spiegazione, e per una volta sola, tu fai parlare Dio al plurale (facciamo- nostra)? Vuoi forse insinuare che quando ha creato l’uomo aveva come soci altre divinità? Ed ancora non hai considerato che il vocabolo ‘somiglianza’ (che nella tua traduzione assume una grande importanza) viene citato solo in questo punto del Pentateuco, e mai più ripreso all’interno della Bibbia? Che se poi l’essere immagine lo consideri equivalente ad essere somigliante, non ti rendi conto di qualificare ridondante il parlare progettuale di Dio? O vuoi insinuare che Dio soffre di dimenticanze, oppure che è un cattivo esecutore? Ed infine spiegami perché l’agiografo, nella frase “ad immagine di Dio” ha omesso l’articolo che di norma ha sempre aggiunto al nome di Dio. Con questi ed altri argomenti il nostro ipotetico lettore continuerebbe ad accettare la mia versione, e rifiuterebbe scandalizzato quella che oggi, con ogni utile accomodamento, difendiamo a spada tratta quando la avvertiamo contestata. Il mio esperimento è finito; e il lettore la pensi come vuole. Di tutto ciò parleremo in altra scheda. VINCENZO M. ROMANO 2005
[1] Questo è certamente un limite delle presenti note; ma il lettore deve tener presente che lavoriamo su un testo, cioè quello genesiaco, che consente un numero rilevantissimo di possibili compitazioni e quindi di significati diversi. Da decenni vado decrittando questo testo e mi sono quasi sperduto. Perciò allo stato mi limito ad affermare (insieme ad Agostino) che la sua lettura carnale, come egli la definisce (cioè quella corrente), è la più povera teologicamente e genera contraddizioni che fanno apparire il testo come una specie di mitica storiella.
[2] Vedi i miei ‘quaderni V.M.R.’ n. 7, 8, 9 (ed. Simone- Napoli). In questo senso intyendo la ‘predestinazione’ di cui parla Paolo.
[3] Non dico: ‘Risorto’ perché questo vocabolo non esiste nei vangeli, ed omologa due distinte situazioni indicate dai verbi egheiro ed anistemi. Si ricordi Paolo:”non tenne come geloso bottino…”.
[4] In queste coordinate è naturale che appaia problematica ed incomprensibile l’incarnazione di Dio quale ‘redentore’ del mondo dal suo disfacimento, e quale suo ‘salvatore’, attraverso l’offerta di un salto ontico nella divinità. E neppure si riesce a cogliere quel processo di avanzamento che passa attraverso una pluralizzazione ed una unificazione (ut unum sint). La formazione di esseri individuali (crescete e moltiplicate) viene allora letta come mero ed autonomo processo biologico, e non come sezione dell’unico processo unitario in cui opera l’unica creatura di Dio, e cioè la Vita animica (che è il Cristo creato).
[5] Proprio in tale ottica la Chiesa ha affermato la imprescindibilità del battesimo; affermazione che resta valida anche dopo che il Vaticano II ha chiarito che esso si realizza direttamente alla nascita di ogni uomo.
[6] In realtà la Chiesa non ha mai definito il significato di un passo biblico; molti sono i significati dei testi (lo affermava ripetutamente Agostino) e nessuno esclude l’altro; e la bontà di una interpretazione si misura sulla sua ricchezza rivelativa e sulla conformità alla Tradizione della Chiesa.
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