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SCHEDA n. 4‘Duplicità’ nella Bibbia
Le considerazioni che seguono prendono avvio da un testo del Naamanide. Questo prestigioso esponente della mistica ebraica (Kabbalah) nel suo commento alla Genesi sottolinea un dualismo fra Massa ed Energia esistente all’interno del Libro sacro, ed allude alla compresenza di due Eoni ognuno dei quali si risolve nell’altro. In questa breve nota mi soffermerò in particolare sui primi versetti della Genesi, ricordando, per cominciare, che questo vocabolo è esso stesso doppio in quanto può indicare sia l’origine che il ‘divenire’ del creato. Ho seguito, per quanto mi era possibile, la lettura corrente del testo.[1]
Il primo versetto, affermando: “In principio fece Iddio il cielo e la terra” mostra che se la realtà creata è ‘unica’, perché unico è il divino ‘fare’ da cui deriva, ed è al tempo stesso ‘doppia’ (cielo e terra). Del Cielo si parlerà più avanti: ed anche quanto ad esso si annuncerà una ‘doppiezza’ che si riduce ad Unità. Cielo e Firmamento sono infatti distinti eppure una cosa sola. Per la Terra, il secondo versetto indica una duplice qualità e cioè la magmaticità e la invisibilità. La terra poi è informe, e non visibile perché, sul suo ‘ampio dorso’, su di lei cioè considerata come ‘res extensa’ (Abussos), c’è ‘tenebra’. Mentre su ciò che viene chiamato ‘acqua’ (al singolare, da intendersi come un che di fluente e quindi altro rispetto alla staticità della terra) c’è invece lo Spirito di Dio. In sintesi possiamo così cogliere nella Terra una doppia Duplicità: ‘magmatica-invisibile’, ‘inerte-fluente’. Se ‘cielo e terra’ sono un doppio, che in forza dell’unica origine costituisce una indivisibile unità, non diverso sarà l’uomo quale inscindibile unità di corpo ed anima. E si può anche inferire che le due parti nella loro specifica struttura godono di dimensioni diverse in quanto riferite rispettivamente alla ‘Tenebra’ ed allo ‘Spirito’ . Non va dimenticato che quest’ultimo , è ‘fuoco’ e quindi è ‘luce’. Allo stesso modo la dualità ‘inerte-fluente’ invita, già in limine, ad opporre ciò che è vivo e si evolve nella dinamicità dello Spirito, a ciò che sta inerte sotto il dominio della tenebra.
Il v. 3 segue dicendo: “E disse il Dio: Sia la luce. E la luce fu’. Al teologo, che ragiona guardando il suo terrestre orologio, può sembrare che ‘la luce’, venendo dopo, si aggiunga ora al cielo ed alla terra come altro e successivo elemento. Una tale conclusione non posso accettarla, quanto meno perché nel versetto 2 si fa menzione di una ‘acqua’ di cui non si racconta la creazione. Ciò fa presumere che essa debba ritenere equivalente a qualcosa di già detto, e cioè alla Terra. E così pure penso per la ‘Luce’ che ricollegherei al Cielo. In breve, ritengo che l’oggetto della creazione sia unico, ma denominato con termini diversi; e che i primi versetti non vanno messi in sequenza temporale, ma come esplicitazione l’uno dell’altro. Così intesi, ‘Cielo, Terra, Acqua, Luce, Tenebra’ etc. non andranno considerate come realtà distinte, ma come lo stesso ed unico creato colto in ottiche diverse. Ma, tornando al nostro tema, il tratto più caratteristico sta nel fatto che in ogni articolazione del discorso è presente la già cennata duplicità. Essa è evidente nella frase ‘cielo e terra’, e nella dialettica ‘tenebra’ e ‘Spirito’ (cioè il fuoco-luce, e la sua mancanza); ed è invece nascosta in quella ‘luce’ che a prima vista sembra indicare una singolarità ma che, ad una analisi più attenta, mostra di possedere anch’essa una doppia realtà.
A tal proposito ricordo che esiste in ‘fuoco-luce’ una duplicità; ed anche un doppio senso nel termine greco ‘Fos’ usato dall’agiografo. Quanto al primo punto ricordo che il Fuoco era nell’antichità l’unica fonte della luce, e che anche il sole e le stelle erano considerate ‘facelle’, cioè fiaccole nel cielo. Ed inoltre che esso si sdoppia in una materia ardente ed in una energia luminosa e calorica. Quanto al vocabolo greco Fos, è pacifico che esso indicava due realtà molto diverse tra loro: al neutro diceva infatti la Luce; ed al maschile l’uomo come essere ‘mortale’. Un doppio significato quest’ultimo che, per entrambi i sensi, ruota intorno all’unica idea di fiamma-luce. L’uomo mortale-corpo è fiamma che si spegne, mentre l’anima è luminosa fiamma perpetua.[2] Detta duplicità, insita nel vocabolo, in esso proprio si risolve in unità in quanto il termine indica anche il ‘semi-Dio’ costituito da mortalità e divinità. Un fatto quest’ultimo che conferisce alla Luce-Fuoco un dinamismo interiore che viene descritto ad esempio nell’epirosi finale che fa dell’Ercole uomo un essere divino; o con maggiore allusività ai misteri cristiani, nel divino ricomporsi nel calice del corpo sbranato di Dioniso. Né va sottovalutato poi il fatto che l’agiografo, per non indicare quale dei due significati bisognava eleggere, ha collocato nella frase il termine come soggetto (nominativo), e lo ha privato dell’articolo. Dunque, una anodina collocazione ed una omissione che consentono di far riferimento, ambiguamente, ad entrambi i significati; ed affermare che nella luce esiste una intrinseca doppiezza. In conclusione la ‘Luce’ è qualcosa di doppio, ed essa diventa, insieme a ‘cielo e terra’, la radice di quella doppiezza che scorre in tutto il Libro. In quest’ultimo infatti il numero ‘due’ ha una rilevanza assolutamente non trascurabile.
Un’altra considerazione può ricavarsi dall’inspiegabile motivo che fa dire all’agiografo ‘Giorno uno’ e non ‘giorno primo’. E’ un banale errore? E’ difficile pensarlo, considerando che per tutti gli altri ‘giorni’ egli usa il numero ordinale. Io preferisco ritenere che l’agiografo abbia voluto indicare che le opere descritte (che sembrano molte) derivino tutte da una unità fontale e costituiscano perciò un unico ‘giorno’. Esse sarebbero dunque un evento unico da considerare nella sua assoluta singolarità, come oggi diciamo del Big Bang. Questa singolarità può riferirsi alla ‘Luce’ intesa in senso eminente; ed infatti proprio la Luce verrà chiamata Giorno. Seguendo questa pista, quanto viene narrato in questa sezione del testo costituisce il prodotto unico dell’unico atto creativo, descritto però in maniere diverse. Ciò fa concludere che le molteplici opere hanno come loro legge teleologica il ritorno nell’unità dell’unico giorno del Signore .
In conclusione, la prima rivelazione della Genesi, mentre suggerisce una lettura del mondo in termini di duplicità, afferma preliminarmente che detta duplicità costituisce onticamente una ‘unità’. Leggo allora il primo versetto come segue: “Come una cosa sola, al principio, fece Iddio il cielo e la terra”. Colgo poi, nell’unico termine ‘Luce’ (Fos), il segno di una dualità che gravita sull’unità; e ciò sia a livello semantico (il vocabolo è unico); sia a livello concreto: fuoco e luce sono due cose inscindibili. Fra questi momenti (unità iniziale, dualità, e unità finale) l’agiografo chiarisce due cose: a) la qualità specifica delle due parti, perché se ne possa comprendere la natura e il destino; b) la loro dinamica evolutiva od involutiva, onde poter cogliere la traiettoria in cui l’uomo si muove.
Osserviamo al cominciare la qualità delle due parti dell’unico creato. Gia nel primo versetto, i termini cielo e terra rimandano a due distinte dimensione dell’essere. Il cielo infatti si presenta come un qualcosa di unico ed immateriale (‘serbatoio di anime’ secondo la cultura del tempo); la terra, a sua volta, rimanda direttamente alla materia, e quindi alla pluralità dei singoli corpi. Il testo, parlando della ‘terra’, chiarisce che la materia è ‘principio della visibilità’ (leggo: A(lfa) oratos) ed è ‘magmatica e scompaginata’, cioè non ha in sé la sua ragion sufficiente; che su di essa (‘res extensa’; intendendo abussos come latitudine) c’è mancanza di ‘luce’ , e dunque c’è tenebra (skotos). In altre parole non c’è autonoma evoluzione vitale. Essa non ‘scorre’. Sull’Acqua invece c’è lo Spirito di Dio; e qui ‘acqua’ (il vocabolo è al singolare) va intesa come un fluire e quindi una vitalità; in quanto dotata di tali proprietà essa diventa sinonimo del ‘cielo’ del primo versetto. Non a caso anche i Cielo si duplicherà in Firmamento ed a quest’ultimo (che simboleggia il Cristo) esso si unirà. Quanto poi al divenire, riferendosi a qualcosa che ‘sta sopra’ l’agiografo chiarisce i principi evolutivi del materiale e dell’immateriale; avverte allora che ‘tenebra e Spirito’ saranno rispettivamente il futuro di morte e di vita che riguardano la terra e l’acqua. Una notazione questa che risulterà utile quando, nel racconto del cd. ‘peccato originale’, Dio rivelerà che l’uomo sarà schiavo della tenebra, se si ripiegherà sulla propria corporeità.
Il versetto 3 “E disse Dio: sia la luce e la luce fu” viene ordinariamente inteso come una prosecuzione dell’opera creatrice; e, come già dicevo, leggendo così si compie l’errore di misurare con l’orologio della nostra esistenza l’atto divino della creazione. A me pare che qui l’agiografo ricomincia il suo racconto. Egli vuole riesporre la Creazione in termini di ‘luce’ e chiarire così, ancora una volta, che la duplicità è intrinseca al creato e che l’unità è la regola della sua evoluzione. Che sia questo il suo intendimento lo si ricava dal fatto che mentre a v.1 ha detto “Dio fece”, qui egli usa il verbo ‘dire’ che diventerà il leit motiv di ognuno dei successivi ‘giorni’. Intendo allora (in forma libera e sintetica): Dio fece il cielo e la terra, dicendo: ‘sia la luce’. A questo atto puntuale si congiunge intimamente la frase che segue di v. 4 ordinariamente tradotta “E vide Dio la luce come cosa buona”. Essa risulta però più illuminante se compitata diversamente e cioè “kaiei d’en o Theos to fos, oti kalon kai dia”; può tradursi infatti: “Il Dio fa ardere allora la luce come una sola cosa, perché (essa è composta) di legno atto ad ardere, e aspetti divini ”, In altre parole la luce risulta formata di materialità ed immaterialità che arderanno come fuoco divino, quando troveranno una sintesi; quando saranno una cosa sola. Si pensi al mistero dell’eucarestia e, dal punto d vista scientifico alla attuale confrontazione fra teoria ondulatoria e corpuscolare della luce. In queste brevi notazioni, l’agiografo ha dunque fissato il percorso della creazione: essa è un quid di materiale che può diventare schiavo della tenebra che costituisce il suo divenire negativo; essa è anche un quid di immateriale (animicità) che può ascendere verso quello Spirito di Dio che sta sopra di lei. Se ciò accadrà, la materia potrà considerarsi come la legna (kalon) che ardendo perde la sua materialità, e diventa fuoco e calore immateriali. Dunque un destino comune che resta collegato alla perfetta unità (en) fra materia ed anima.
Come potrà accadere tutto ciò lo chiarisce lo stico seguente che letteralmente (secondo la lettura corrente) dice: “E divise Dio in mezzo la luce e in mezzo la tenebra”; e che, forzando il testo, viene ordinariamente inteso. “E Dio divise tra loro luce e tenebra”. A me pare che bisogna invece compitare diversamente quel ‘diexorisen’ (divise) dal quale ho già sottratto il fonema iniziale ‘di’ che ho legato allo stico precedente ed ho inteso come ‘dia’ (aspetti celesti). Leggo allora: [3] “Dio stabilì se stesso, quale Cristo, centro della luce e centro della tenebra”. Viene così annunciato che Dio, nella persona del suo Cristo, è il Signore, il Re del creato; è l’Io delle cose visibili ed invisibili, della materia e dell’animicità.
Il v.5 conclude il discorso della duplicità che, nata una, deve tornare all’unità. “E Dio denominò la luce ‘giorno’ e la tenebra denominò ‘notte’”; così viene correntemente tradotto il v.5. Ma anche qui suggerisco una diversa compitazione: [4] e intendo: “E Dio denominò ‘veste’ la luce; e ‘materia’ l’oscurità. Convocò la notte ed essa divenne una mescolanza di Luce e di oscurità (vespro). Ardi! All’alba, in cose unitarie si trasformarono la veste e la materia congiunte”.
Il segreto di questo passo si nasconde, come il lettore avrà già notato, nel termine ‘espera’ che ordinariamente viene considerato un riferimento temporale, cioè ‘il finire del giorno’. Io propongo invece di intenderlo come metafora teologica, come lo stadio intermedio fra la luce e la tenebra. Indica allora un momento di dialettica e di sintesi fra materiale ed immateriale; e rivela in tal modo quale è la dimensione propria di ogni uomo.[5] Nella lettura proposta, l’immateriale (anima) viene rivelata poi come ‘veste’ del corpo, cioè come quella ‘amigdala’ (mandorla) immateriale che, nella iconografia cristiana, nimba Gesù ed i santi. Questa precisazione servirà anche ad illuminare la lettura della nudità dei progenitori dopo il peccato. [6]
Giunti a questo punto risulterà forse utile al lettore rileggere unitariamente le traduzioni che ho proposto per coglierne il messaggio teologico: 4) Il Dio fa ardere allora la luce come una sola cosa, perché (essa è) legno atto ad ardere, e aspetti divini. Dio stabilì se stesso, quale Cristo, centro della luce e centro della tenebra 5) E Dio denominò ‘veste’ la luce; e ‘materia’ l’oscurità. Convocò (a cena) la notte ed essa divenne una mescolanza di Luce e di oscurità (vespro). Ardi! Veste e materia congiunte, si trasformarono all’alba in cose unitarie.
VINCENZO M. ROMANO 2OO1
[1] In una diversa lettura tutta spirituale, il testo ricompitato permette di leggere una teogonia del Cristo e la descrizione del suo increaturarsi. Vedi la specifica scheda collocata sotto la voce ‘Bibbia’ in questo sito.
[2] Non a caso il versetto può leggersi: ‘E disse (lo Spirito): che Dio diventi uomo e divenne uomo’.
[3] “E, X, orisen o Theos ana meson tou fotos kai ana meson tou skotous”, [4] Kai ekalesen o Theos to fos ‘ema’. Eran kai to skotos. Ekalesen nukta kai egeneto espera. Kai egento proi ema era ama ia” [5] Ricordo che Gesù muore proprio nel vespro per mostrare che egli è il mediatore fra la tenebra e la luce, fra il materiale e l’immaterialità dell’anima.
[6] La loro terribile scoperta consiste nello scoprire che sono solo dei corpi materiali; situazione che non era motivo di vergogna quando essi si stavano costruendo la propria specifica anima, cioè la loro veste. Commesso l’errore essi ora avranno solo ‘tuniche di pelle’ , cioè limitazioni materiali. Le tuniche di pelle indicano il prepuzio fimotico e l’imene impenetrabile che rendono gravoso se non impossibile la congiunzione carnale, quella che aveva costituito la modalità materiale del peccato. Di qui la circoncisione come liberazione delle forze generatrici e la ancor più splendida soluzione attuata in Maria ed in ogni battezzato ai quali questa capacità di generare vita viene riconosciuta per dono gratuito (concepimento senza peccato di Maria e battesimo dei cristiani).
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